I disgusti dati dai Romani a papa Formoso, prima che giungesse a Roma Arnolfo, ed accresciuti a dismisura dappoichè egli se ne fu partito, il fecero finalmente soccombere al peso degli affanni, se pure non intervennero mezzi anche più violenti per troncare il corso di sua vita, perchè egli era incorso nell'odio non solo della maggior parte di quel popolo, ma anche di Lamberto imperadore, contra del quale aveva esso pontefice alzato al trono imperiale il germanico re Arnolfo. Il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] dopo Onofrio Panvinio, differì la morte di questo papa sino al dicembre dell'anno presente, fondato sull'asserzione di Adamo Bremense, che scrivea circa l'anno 1080 la sua storia. Ma il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annales Baron.] con addurre due bolle di papa Stefano VI suo successore, date nell'agosto e settembre di quest'anno, ha mostrata la insussistenza di tale opinione. Quel che è più, il continuatore degli Annali di Fulda [Annales Fuldens. Freherii.] pubblicati dal Freero, autore, per quanto pare, contemporaneo, scrive mancato di vita questo pontefice die sanctae Paschae. Ed Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron. edit. Canis.] anche egli scrive che Formoso papa die Paschae obiit. Ma neppur questo si può credere, qualora esistano i due diplomi, dati da Arnolfo imperadore in Roma sul fine di aprile e nel dì primo di maggio pel monistero di san Sisto, che si sono accennati di sopra. Nel dì 4 di aprile cadde la Pasqua nell'anno presente. Confessando il medesimo Annalista freeriano che Arnolfo non si fermò in Roma più di quindici dì, ed essendo egli stato senza dubbio coronato imperadore da papa Formoso, per necessità non dovette accader la sua morte nel dì di Pasqua. Lo storico suddetto freeriano ne fa menzione solamente, dappoichè Arnolfo fu ritornato in Germania. Può essere che un dì si scuopra qualche documento, onde venga assai lume per decidere questo punto. Intanto è certo che a papa Formoso, dopo tre giorni di sede vacante, succedette Bonifazio VI, pontefice efimero, perchè non più che quindici giorni durò il suo pontificato. La podagra quella fu che il portò all'altro mondo, secondo gli Annali freeriani suddetti; nè fu già cacciato dalla sedia, come pretende il cardinal Baronio, tuttochè veramente Giovanni IX papa nel concilio romano dell'anno 898 riprovasse la di lui elezione. Si venne pertanto ad eleggere un nuovo papa, e questi fu Stefano VI, di fazione contraria al defunto papa Formoso. Sulle prime mostrò egli di approvare l'operato da lui nella persona d'Arnolfo, con riconoscere anch'egli per imperadore, come costa da una sua bolla citata dal padre Pagi, e data nel dì 20 d'agosto dell'anno precedente, imperante domno piissimo Augusto Arnulfo a Deo coronato magno, imperatore, anno primo. Ma da lì a poco o perchè fosse cacciato di Roma il ministro lasciatovi da Arnolfo, o per gli potenti maneggi di Lamberto Augusto, e per l'inclinazione dello stesso papa, riconobbe egli Lamberto per legittimo imperadore. Un'altra sua bolla rapportata dal padre Dachery [Dachery, Spicileg., tom. 3.], si vede scritta sotto l'indizione XV, cominciata nel settembre di quest'anno, imperante domno nostro Lamberto piissimo Augusto, a Deo coronato magno imperatore. Otto mesi poi dopo l'assunzione sua arrivò questo pontefice ad un eccesso che renderà sempre detestabile la memoria sua nella Chiesa di Dio; perchè egli fatto disotterrare il cadavero di papa Formoso, e con una ridicola funzione degradatolo in un concilio non assistito dallo Spirito Santo, lo fece gittar nel Tevere, e dichiarò nulle tutte le sue ordinazioni, e in primo luogo quella dello stesso Formoso. Intorno a ciò è da vedere la storia ecclesiastica e la difesa di Formoso negli opuscoli di Ausilio, il quale ci ha conservata una notizia fra l'altre: cioè, che in un concilio tenuto in Ravenna, dove intervennero quasi tutti i vescovi d'Italia, era stata riconosciuta legittima ed approvata l'ordinazione di Formoso, ancorchè egli dal vescovato di Porto fosse passato alla cattedra di san Pietro. Appartiene a quest'anno la mutazione seguita nel principato di Benevento, raccontata dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. I, tom. 2, Rer. Ital.], da Leone Ostiense [Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 49.] e da altre Cronichette presso Camillo Pellegrino. Non potevano più sofferire i Beneventani l'orgoglioso governo de' Greci, dominanti nella loro città. Comunicarono essi i lor desiderii a Guaimario I principe di Salerno; e questi a Guido duca e marchese di Spoleti. Passò all'assedio della città lo stesso Guido con copioso esercito, e per molto tempo la strinse. Veggendosi a mal partito Giorgio patrizio, quivi governatore per Leone imperador de' Greci, incitò i cittadini alla difesa. Altro non cercavano essi; e però prese l'armi tanto i Greci che i Beneventani, uscirono di città, per dare addosso ai nemici; ma secondo il concerto fatto, quei di Benevento si diedero alla fuga, ritornando nella città, e seco trassero nella mischia le genti di Spoleti. Giorgio patrizio, se volle salvar la vita, pagò cinquemila soldi d'oro, e fu lasciato andare. Restò in potere di Guido duca quella città col suo principato. Ma chi è questo Guido? Lo stesso Anonimo salernitano il credette quel medesimo che abbiam veduto re d'Italia ed imperadore, con iscrivere ch'egli tenne per un anno e mesi nove quel principato, e che portatosi in occasion della morte di Carlo il Grosso Augusto, adeptus est regalem dignitatem. Beneventum namque imperatrix Racheltruda nomine (Ageltruda vuol dire) regendum suscepit, et praefuit Beneventanis anno uno et octo mensibus. In eamdem urbem ingressa est pridie kalendas aprilis, ec. Sicchè, secondo questo autore, il conquistatore di Benevento fu Guido imperadore, e prima ancora di essere creato re d'Italia: il che vuol dire che la conquista di Benevento da lui fatta cadrebbe nell'anno 887. Ma ciò non può sussistere, quanto al tempo, perchè, siccome abbiam veduto, i Greci entrarono in possesso di Benevento nell'anno 891, e ne stettero padroni quasi quattro anni. Immaginò il conte Campelli [Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 19.] che questo Guido fosse figliuolo secondogenito di Guido imperadore creato duca di Spoleti nell'anno 891, e che egli nell'anno 894 assediasse Benevento, e se ne impadronisse nell'anno 895. Nè è senza qualche fondamento la sua opinione per quel che dirò. Tuttavia meglio avrebbe fatto questo autore col guardarsi dal produrre i sogni suoi dappertutto come verità contanti, e dal descrivere i fatti da lui immaginati, quasichè coi proprii occhi gli avesse veduti. Egli mette anche fuor di sito la morte di Guido imperadore, e differisce quella di Lamberto Augusto suo figliuolo fino all'anno 910, che è uno spaventoso anacronismo contro la storia di questi tempi.

Potrebbe in vero sospettarsi che Guido duca e marchese di Spoleti, di cui fanno menzione le Croniche suddette, fosse stato il medesimo Guido imperadore, il quale nell'anno 894, qualche mese prima della sua morte, impiegasse le forze sue in conquistar Benevento. Pure un anonimo cronista beneventano assai chiaramente racconta che dopo la morte d'esso Augusto entrò Guido duca e marchese in Puglia, e vi conquistò Benevento, dove era già morto Giorgio patrizio, e comandava Teodoro Turmoca: e che Guaimario I principe di Salerno avea per moglie una sorella di Guido per nome Jota. Però possiam conghietturare che questo Guido fosse fratello, o almeno parente di Lamberto imperadore. S'erano impadroniti i Greci di Benevento nell'anno 891. Secondo le Cronichette pubblicate da Camillo Pellegrino [Peregrin., Hist. Princip. Langob., Part. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 320 et seq.], tribus annis, novemque mensibus et diebus viginti dominatio Graecorum tenuit Beneventum, Samniique provinciam. Post hoc Guido marchense introivit in Beneventum. Ci conducono tali notizie ad intendere che nell'anno 894 Guido duca di Spoleti cacciò i Greci da Benevento. Vi stette egli padrone anno I, et mensibus VII, oppure, come ha l'Anonimo salernitano e il beneventano, anno uno et mensibus octo, ovvero novem: dopo il qual tempo fu ceduto il principato beneventano a Radelchi II ossia Radelgiso fratello dell'imperadrice Ageltruda. Da due diplomi d'esso Radelgiso, che si leggono nella Cronica del monistero di Volturno [Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], sufficientemente si può dedurre ch'egli nell'anno presente 896 cominciò a contare gli anni del suo principato in Benevento. Nella suddetta Cronica abbiamo un placito tenuto da Lodovico gastaldo in beneventano palatio in praesentia domnae Ageltrudis imperatricis Augustae, et domni Radelchis principis. Verisimilmente appartiene esso al presente anno. Portò opinione il suddetto Camillo Pellegrino che Radelgiso II ricuperasse la signoria di Benevento nell'anno 898. Ma certo fallò nei suoi conti. L'Anonimo beneventano da lui pubblicato scrive: postea vero praefata imperatrix anno uno, et octo mensibus expletis, postquam Graji Benevento fuerant expulsi, in eadem ingressa est pridie kalendas aprilis, et paulo post longe superius nominatus Radelchis fratrem suum beneventano principatui restituit, qui fere duodecim annis ab eo fuerat expulsus. Nell'anno 884, siccome è detto di sopra, Radelchi ossia Radelgiso II cadde dal dominio di Benevento. Adunque avendolo dopo quasi dodici anni ricuperato, cadde tal fatto nell'anno presente. E perciocchè in quella città nell'anno 894 ebbe fine il dominio de' Greci, e Guido duca vi signoreggiò un anno ed otto mesi, dopo i quali, venuta l'imperadrice Ageltruda a Benevento, ne rimise in possesso il fratello Radelgiso; per conseguente nell'anno presente si dee credere restituito a lui il principato beneventano. Quest'atto dipoi fa ch'io sospetti non essere stato il suddetto duca Guido figliuolo d'essa Ageltruda Augusta, come immaginò il conte Campelli, perchè, secondo il costume delle cose umane, non avrebbe ella tolto al figliuolo quell'insigne dominio per darlo ad un fratello, e massimamente per averlo esso Guido tolto colle sue forze dalle mani de' Greci. Nè si dee tacere che questo Guido duca di Spoleti, appena impadronito di Benevento [Anonym. Benevent., P. I., tom. 2 Rer. Ital., pag. 280.], mandò in esilio Pietro vescovo di quella città, che pure l'avea aiutato a farne l'acquisto. Se l'ebbero forte a male i Beneventani. Però da lì a quattro mesi pentitosi Guido di questa sua imprudente azione, andò in persona a Salerno, dove s'era rifugiato questo virtuoso prelato, ed avendolo placato, il ricondusse a Benevento, con praticar poscia verso di lui tutti gli atti di una vera benevolenza. Aggiugne inoltre che praedictus Marchio Spoletium perrexit, imperatorem Lambertum, ejusque matrem imperatricem cernere cupiens; ibant enim Romam ad Apostolorum limina, et idem ire gestiebat. Danno ancora tali parole qualche indizio che questo Guido marchese non fosse fratello di Lamberto imperadore. Nell'anno presente si ha dal medesimo Cronista e dall'Anonimo beneventano, che andando Guaimario I [Anonymus Salernit., P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 293.], principe di Salerno colla consorte Jota alla volta di Benevento per visitare il duca Guido suo cognato, fermatosi nella città di Avellino, vi ebbe la mala notte. Perciocchè Adelferio, gastaldo d'essa terra, per fama corsa che Guaimario macchinasse di farlo imprigionare, mise in prigione lo stesso Guaimario, e nel dì seguente gli fece cavar gli occhi. A questo avviso il duca Guido mosse l'armi sue contro di Avellino, e tanto tormentò colle macchine di guerra e coll'assedio quella città, che Adelferio s'indusse a mettere in libertà l'accecato Guaimario, e la maltrattata principessa sua moglie, che se ne tornarono a Salerno non con quella allegrezza con cui se n'erano partiti. Trovossi dipoi questo Adelferio in compagnia de' Capuani, allorchè, secondo il solito, marciavano a saccheggiare il territorio di Napoli, e fu preso dai Napoletani in una scaramuccia. Guaimario spedì immantenente calde istanze ad Atanasio vescovo e duca di Napoli, per avere costui nelle mani, e a fine di farne vendetta. Ma Adelferio ebbe maniera di fuggirsene e di salvarsi. Succedette in questo anno una sanguinosissima guerra [Annales Fuldenses Freheri.] fra gli Ungheri e i Bulgari. In due battaglie restarono sconfitti gli ultimi. Vennero alla terza, che fu sommamente rabbiosa. Vi perirono da ventimila Bulgari a cavallo (del quale numero io non vo' far sicurtà), maggiore nondimeno fu la strage senza dubbio degli Ungheri, perchè loro toccò di andare sconfitti. Ma presto vedrem costoro risorgere più che mai possenti e fieri, e portar la rovina anche alla misera Italia.


DCCCXCVII

Anno diCristo DCCCXCVII. Indiz. XV.
Romano papa I.
Lamberto imperadore 6 e 4.
Arnolfo imperadore 2.
Berengario re d'Italia 10.

In un placito [Antiq. Ital., Dissert. X.], ch'io ho dato alla luce, si conosce che in quest'anno l'autorità di Lamberto imperadore veniva riconosciuta in Toscana, e che passava buona armonia fra lui e Adalberto II, duca e marchese di Toscana. Fu quel giudizio tenuto in Firenze anno domni Lamberti, Deo propitio, sexto, IV die mensis marci, Indictione quintadecima: il che fa conoscere che nel dì 4 di marzo dell'anno 892 Lamberto era già stato alzato al trono imperiale. Chi tenne quel placito, si conosce dalle seguenti parole: Dum ad praeclaram potestatem domni Lamberti piissimi imperatoris missus directus fuisset in finibus Tusciae, Amedeus, comes palatii; et cum venisset civitate Florentia in domum episcopii ipsius civitatis, in atrio ante basilica sancti Johannis Baptistae inibi resideret una simul cum Adelbertus marchio, singulorum hominum justitias faciendas, ec. Da questo Amadeo, che godeva l'insigne carica di conte del palazzo nel regno d'Italia, ha creduto taluno che possa essere discesa la real casa di Savoia, perchè il nome d'Amadeo nel secolo undecimo si truova in essa. Non è sprezzabile la conghiettura; ma sola non basta a fissar cosa alcuna per quella genealogia. Nella parte della Borgogna signoreggiata dal re Ridolfo convien cercare gli antenati di questi nobilissimi principi, sapendosi ch'essi di colà passarono in Italia. Lume troppo debole è un nome, per poter credere che Lamberto si valesse per un sì riguardevol posto della sua corte di un principe di straniera contrada. Abbiamo dal panegirista di Berengario [Anonym., in Paneg. Bereng., P. I, tom. 2 Rer. Ital.] che seguì pace e concordia fra il suddetto Lamberto Augusto e Berengario re in un congresso tenuto in Pavia nell'anno precedente. Aggiugne egli appresso che Lamberto più volte andò cercando pretesti per rompere questa pace: il che probabilmente avvenne nell'anno corrente. Ecco le sue parole:

O juvenile decus, si mens non laeva fuisset!

Saepe datas voluit pacis rescindere dextras

Fraudibus inventis. Sed enim ratione sagaci

Deprehendis pater alme [Berengario.] dolos, ac murmura temnis.