Pellitur electus patria quo Sergius urbe,

Romulidumque gregum quidam traduntur abacti.

Così scrive Frodoardo. E però si comprende che non già nell'anno 891 seguì la elezione e la decadenza di Sergio, ma bensì nell'occasion di questa sede vacante. Nell'epitaffio del suddetto Sergio, che arrivò finalmente anch'egli ad essere papa, si legge che questo Giovanni IX papa fu un usurpatore del pontificato:

Romuleosque greges dissipat iste lupus.

Comunque sia, toccò a Sergio il di sotto in questa occasione, e le poche memorie che restano di Giovanni IX, cel danno a conoscere per uomo molto saggio e pio. Siccome egli era della fazione di papa Formoso, così ebbe principalmente a cuore di risarcire il di lui onore. A tal fine poco dopo la consecrazione sua raunò un concilio in Roma, dove furono stabiliti alcuni capitoli, da' quali si ricava non poca luce per conoscere il sistema di questi tempi [Labbe, Concil., tom. 9.]. Prima d'ogni altra cosa fu annullato il concilio tenuto da papa Stefano VI contra del defunto papa Formoso, e condannati alle fiamme i suoi processi e decreti, come affatto illegittimi e disordinati, perchè fatti contra di un cadavero che non può dir le sue ragioni. Dato fu il perdono al clero che intervenne a quel sinodo; e decretato che la traslazione d'esso Formoso dal vescovato di Porto al papato non passasse in esempio, perchè era vietato dai canoni il passaggio da una chiesa all'altra senza qualche grande necessità della Chiesa; e però non si ammettevano allora vescovi al pontificato romano. Furono approvati e rimessi nel loro grado tutti i vescovi, preti e cherici ordinati dal suddetto papa Formoso; confermata l'elezione ed unzione di Lamberto imperadore; riprovata ed annullata la barbarica di Arnolfo, quae per subreptionem extorta est. Fu ratificata la scomunica contra Sergio, Benedetto e Marino, preti della Chiesa romana, e contra Leone, Pasquale e Giovanni, diaconi della sede apostolica, siccome principali promotori della scandalosa procedura contra di papa Formoso; ed intimata la medesima censura a chiunque ad capiendum thesaurum avea tratto dal sepolcro il cadavero d'esso papa, e poi gittato nel Tevere. Miriamo dipoi in questo concilio il decreto che dal padre Pagi vien creduto fatto da Stefano VI papa, e già riferito all'anno precedente, intorno al non consecrare il nuovo papa eletto, se non coll'approvazione dell'imperadore e alla presenza de' suoi legati. Erasi già introdotto l'abbominevole abuso, che morendo il papa, correva il popolo a dare il sacco al palazzo pontificio, con passare anche un tal furore addosso ad altri luoghi entro e fuori di Roma: il che avea servito d'esempio per fare lo stesso ad altre città. Fu proibito un tale eccesso: Quod qui facere praesumserit, non solum ecclesiastica censura, sed etiam imperiali indignatione feriatur.

Terminato questo concilio, si portò papa Giovanni a Ravenna, per abboccarsi coll'imperadore Lamberto, e trattar seco di concerto de' comuni bisogni. Si raunò quivi ancora un concilio di settantaquattro vescovi, e v'intervennero i due suddetti primi luminari della Cristianità. Uno dei capitoli ivi stabiliti è questo per parte dell'imperadore, bastevolmente indicante la di lui sovranità. Si quis Romanus, cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de quocumque ordine, gratis ad nostram imperialem majestatem venire voluerit, aut necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat; et neque eorum res quisquam invadere vel depraedari, aut eorum personas in eundo, vel redeundo, vel morando, inquietare praesumat, donec liceat imperatoriae potestati eorum causas, aut personas, aut per nos aut per missos nostros deliberare. Qui autem eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum quidpiam rerum auferre, postquam nostram misericordiam proclamaverint, imperialis ultionis indignationem incurrat. Fra gli sconcerti degli anni passati dovea essere stato messo ostacolo in Roma a chi volea ricorrere e appellare al tribunale dell'imperadore. Lamberto volle che sussistesse nell'antico suo vigore questo suo diritto. Conferma inoltre l'imperadore privilegium sanctae romanae Ecclesiae, quod a priscis temporibus per piissimos imperatores stabilitum est. Volle dipoi il pontefice che Lamberto Augusto, i vescovi e baroni approvassero il concilio romano, poco dianzi pro causa domni Formosi sanctissimi papae, non invidiae zelo, sed rectitudinis gratia canonice peractum. E perciocchè negli stati della Chiesa romana per gli anni addietro erano state commesse immense ruberie, incendii e violenze; perciò fece istanza all'imperadore, ut alia impunita non dimittatis. Soggiunge: Ut pactum, quod a beatae memoriae vestro genitore domno Widone, et a vobis piissimis imperatoribus, juxta praecedentem consuetudinem, factum est, nunc reintegretur, et inviolatum servetur. Chiamavasi Patto la signoria di Roma, dell'Esarcato e della Pentapoli, che chiunque desiderava d'essere imperadore, confermava per patto ai romani pontefici con un nuovo diploma. Forse il barbaro re Arnolfo mancò alla giusta confermazione di questi patti. Dice inoltre il papa che erano stati alienati illecitamente alcuni beni patrimoniali, ed anche alcune città, ed altre cose contenute in esso Patto, senza esprimere se da' suoi predecessori oppure dagl'imperadori; ed esige che tali alienazioni sieno annullate nel concilio. E perciocchè in addietro s'erano fatte in territoriis beati Petri delle adunanze illecite dai Romani, Longobardi ed anche Franzesi, contra apostolicam et imperialem voluntatem; vuole che con un decreto dell'imperadore e del sinodo sieno proibite per l'avvenire. Finalmente espone il papa lo stato miserabile cui era ridotta la santa Chiesa Romana, perchè non le restavano rendite da mantenere il clero, e da aiutare i poverelli; ed avendo egli trovata quasi distrutta la patriarcal basilica lateranense, avea ben inviato gente per tagliar travi da risarcirla, ma ne era stato impedito dai malviventi d'allora il tagliamento. Però scongiura l'imperadore, acciocchè dia mano a quella fabbrica, e adoperi l'autorità sua per rimettere in migliore stato la Chiesa romana. Fa questo concilio conoscere che questo papa Giovanni era personaggio di vaglia, ma eletto al governo della nave in tempi troppo burrascosi, che peggiorarono anche di più andando innanzi.

Per altro abbiamo dal panegirista di Berengario [Anonymus, in Panegyrico Berengarii.] che ne' due precedenti anni e nel presente ancora si godè in Italia una buona pace e un felice raccolto delle campagne:

Tertia mox tamen hunc Latio produxerat aestas.

Ubere telluris potientem pace sequestra.

Ma non giunse al fine di quest'anno l'imperadore Lamberto, giovane dotato di bellissime doti, di costumi pudici, e di grande espettazione, se fosse più lungamente vivuto, come s'ha da Liutprando. Dilettavasi egli forte della caccia, e il suo luogo favorito per tal sollazzo era il bosco di Marengo nel territorio dove fu poi fabbricata la città d'Alessandria. Dura tuttavia un castello in quelle parti che porta il nome di Marengo, mentovato da Leandro Alberti e dal Magino. Quivi nel dì 30 di settembre confermò egli a Gamenolfo vescovo di Modena i privilegii della sua chiesa, con un diploma accennato dal Sigonio, e pubblicato dipoi dal Sillingardi, che si legge ancora presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.]. Esso fu dato anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VII, pridie kalendas octobris Indictione secunda. Un altro diploma d'esso Lamberto ho io esposto alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.], dato nel dì 3 di settembre, in favore della chiesa d'Arezzo, che ha le medesime note del precedente. Sul principio dunque d'ottobre dovette succedere la non naturale morte del suddetto imperador Lamberto. Era egli alla caccia, e cadutogli sotto il cavallo, mentre a briglia sciolta perseguitava non so qual fiera, l'infelice principe si ruppe il collo e morì. Ecco le parole del suddetto panegirista di Berengario: