. . . . . . . Studio jam vadit in altos
Venandi lucos, cupiens sibi mittier aprum
Informem, aut rapidis occurrere motibus ursum;
Avia sed postquam nimio clamore fatigant
Praecipites socii, ipse uno comitante ministro.
Dum sternacis equi foderet calcaribus armos,
Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum,
Abrumpens teneram colliso gutture vitam.
Questa fu la pubblica voce che si sparse allora della maniera di sua morte, lo attesta anche Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.] con dire: Ajunt sane, hunc regem, dum in luco Marinco venaretur (est enim ibidem mirae magnitudinis et amoenitatis lucus, adeo venationibus aptus) et sicut moris est, apros effreni consectaretur equo, cecidisse, collumque fregisse. Ma soggiugne appresso, esserci stata un'altra fama, creduta da lui più verisimile, e divulgata dappertutto. Cioè, che avendo Lamberto fatto decapitare Maginfredo conte di Milano a cagion di sua ribellione, conferì quel posto ad Ugo di lui figliuolo, che Maginfredo o Magnifredo vien appellato anch'egli nell'antico codice della cesarea biblioteca, e colmollo anche d'altri benefizii, affinchè dimenticasse la disgrazia occorsa a suo padre. Anzi perchè in questo giovinetto all'avvenenza si univa un nobile ardire, se gli affezionò talmente esso Lamberto, che il voleva sempre ai suoi fianchi, nonchè in sua corte. Trovandosi soli amendue alla caccia, aspettando che passasse qualche cinghiale, fu preso Lamberto dal sonno; e allora Ugo, prevalendo più in lui l'ira per la morte del padre, che il favore di Lamberto, e la memoria de' benefizii ricevuti e del giuramento prestato, con un bastone gli ruppe il collo, facendo poi correre voce che la caduta da cavallo gli avesse abbreviata la vita. Stette nascoso per alcuni anni il fatto, ma presentossi occasione in cui lo stesso Ugo lo rivelò al re Berengario. Anche l'autore della Cronica della Novalesa [Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] lasciò scritto, che per mano del figliuolo dell'ucciso Maginfredo conte tolta fu la vita a Lamberto, mentre erano alla caccia. Spina Lamberti era chiamata una volta la terra che oggidì ha il nome di Spilamberto vicina al Panaro e a San Cesario, e nel distretto di Modena. Di sopra vedemmo all'anno 885 che l'antico monaco nonantolano, da cui abbiamo la vita d'Adriano I papa, pretese così nominato quel luogo a casu Lamberti, con aver anche creduto altri scrittori che Lamberto fosse stato con una spina tolto di vita da Ugo. Ma queste son favole troppo leggermente nate, e che non meritano d'essere confutate.
Altro non ci voleva che questo impensato accidente per far risorgere la fortuna del re Berengario. Strano ben può sembrare uno strumento d'acquisto fatto da Everardo vescovo di Piacenza della metà della Rocca di Bardi, scritto [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.], Berengario rege, anno regni ejus in Italia decimo, mense augusto, Indictione prima. All'agosto dell'anno presente appartiene questa indizione; e però potrebbe dedursi di qua che fosse prima mancato di vita l'imperador Lamberto, e che Piacenza già ubbidisse al re Berengario: il che non si può accordare colle notizie recate di sopra. Ma quella carta o patisce delle difficoltà, oppure non fu assai attentamente letta, e stampata per conseguente con qualche sbaglio. Certo nell'agosto dell'anno presente 898 correva l'anno undecimo, e non già il decimo, del regno di Berengario; e però nulla si può stabilire con quest'atto dubbioso, se pur non è qualche cosa di peggio. Ora portata al re Berengario la nuova del morto suo emulo, non si fece egli pregare a volare a Pavia, dove fu senza aperta opposizion ricevuto, con darsi a lui tutte l'altre città già signoreggiate da Lamberto. Rapporta l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Regiens. Append.] un suo diploma in favore di Azzo vescovo di Reggio, VIII idus novembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XI, Indictione I. Actum Papiae palatio regio. Trovò egli, per testimonianza di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.], carcerato in essa città di Pavia Adalberto II duca e marchese di Toscana, con altri. Li rimise egli tutti in libertà e in possesso de' loro governi e beni; e perciò anche la Toscana cominciò a riconoscerlo per suo re e sovrano. Vi restava il ducato di Spoleti, che potea fare resistenza, perchè al governo di quelle contrade dimorava tuttavia la vedova imperadrice Ageltruda, madre del defunto Lamberto Augusto. Si trattò amichevolmente di concordia; e da un importante diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.], esistente nell'archivio di San Sisto di Piacenza, si comprende che Berengario guadagnò quell'altera donna, col concederle, secondo i corrotti costumi di questi tempi, due monisteri a disposizione di essa, e col confermarle tutti i beni suoi propri, o a lei donati sì dal marito Guido, che dal figliuolo Lamberto. Il diploma fu dato kalendis decembris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCXCVIII, anno vero regni Berengarii gloriosissimi regis XI, per Indictionem II. Actum civitate Regiae: cioè, a mio credere, in Reggio di Lombardia. Sotto essa carta Berengario aggiunse di suo pugno le seguenti parole: Promitto ego Berengarius rex tibi Ageltrudae, relictae quondam Widoni imperatoris, quia ab hac hora, ut deinceps, amicus tibi sum, sicuti recte amicus amico esse debet. Et cuncta tua praeceptalia concessa a Widone, seu a filio ejus Lamberto imperatoribus, nec tollo, nec ulli aliquid aliquando tollere dimitto injuste. C'è motivo di credere che per tal via il ducato di Spoleti venisse all'ubbidienza del re Berengario. Forse anche seguitò Ageltruda a governar quel ducato, giacchè non s'ode più parlare di Guido duca e marchese, di cui fu fatta menzione all'anno 896. Sul principio di questo, Odone, re di una parte della Francia, morendo, aprì la strada a Carlo il Semplice, re dell'altra, d'impadronirsi di tutto il regno. Intanto Arnolfo re di Germania per le sue infermità languiva, nè operò più cosa degna di considerazione. Molto meno pensava all'Italia. E se lo Struvio [Struvius, Hist. German., in Vita Arnulfi.] col prendere senza esame le parole di Liutprando storico, giunse a scrivere ch'egli in questo anno per la terza volta calò in Italia, e perseguitò Guido imperadore, non mostrò già discernimento critico, e tanto meno dopo aver detto innanzi che lo stesso Guido qualche anno prima era mancato di vita. Varii altri moderni scrittori hanno asserito lo stesso, ma loro mancavano que' tanti lumi che ha dipoi guadagnato la storia, e de' quali poteva e dovea valersi questo autore tedesco.