Pauper adhuc Albricus abit.....
Divenne poscia ricco coll'avere ucciso il suo compagno, cioè probabilmente chi era duca di Spoleti, ed aver egli occupato anche quel paese. Non ci dà la storia luce alcuna per poter discifrar questi oscuri fatti. Più scuro ancora è il senso di quelle parole:
Sua virtute, magis sed prole supinus.
Vo io credendo che supinus sia adoperato per significare un arrogante ed altiero. Seneca usò in questo senso il vocabolo supinus. E quando ciò sia, vedremo a suo tempo che un Alberico marchese da Marozia ebbe un figliuolo appellato anch'esso Alberico, il quale divenne poi principe, o vogliam dire tiranno di Roma. Potrebbe essere che il primo di questi Alberighi fosse il medesimo Alberico marchese di Camerino, da noi veduto nel placito suddetto. Concorre a farcelo sospettare il nome e la dignità ancora. Negli stati della Chiesa romana noi non sappiamo che alcuno de' governatori portasse il titolo di marchese. Era questo solamente in uso nei regni d'Italia, Germania e Francia. Però non mancherebbe probabilità a chi volesse credere che Alberico marchese di Camerino fosse marito di Marozia. E qualora il panegirista di Berengario avesse scritto quel suo poemetto dopo la morte di lui (del che ragionevolmente dubito io, e prima di me dubitò il padre Pagi) potrebbe parere che fosse chiamato da lui Alberico prole supinus, cioè superbo per aver procreato Alberico principe di Roma, e Giovanni XI pontefice romano. Da un diploma da me dato alla luce apparisce che nel dì 27 di luglio [Antiquit. Ital., Dissert. XXII, pag. 245.] il re Berengario si trovava in Pavia, e che tuttavia era vivente la regina Bertila sua moglie, poichè ad istanza sua egli donò una corte ad Anselmo glorioso conte di Verona suo compadre e consigliere. Fu dato il diploma VI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCX, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIII, Indictione XIII. Actum in curte Rodingo. Due placiti parimente da me pubblicati [Antiquit. Italic., Dissert. XIX et IV.] cel fanno vedere nel mese di novembre in Cremona. Il principio d'uno è questo: Dum in Dei nomine civitate Cremona, ubi domnus Berengarius gloriosissimus rex praeerat, ec. Fu scritto quel documento anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo tertio, mense novembri, Indictione quartadecima, cominciata nel settembre. In quest'anno Atenolfo principe di Benevento e di Capoa, conoscendo per qualche incomodo di sua salute che si avvicinava il tempo di pagare il tributo della natura, ed avendo inviato il maggiore de' suoi figliuoli, cioè Landolfo, alla corte imperiale di Grecia, affinchè, se veniva la morte, altri non s'intrudesse nel principato, dichiarò suo collega coll'assenso del popolo il minore de' suoi figliuoli, cioè Atenolfo II. Ciò si ricava dai diplomi di questi due fratelli, molti dei quali si veggono dati alla luce. Secondo i conti di Camillo Pellegrino, terminò in fatti Atenolfo I la sua carriera nel mese di aprile di quest'anno, ed ebbe per successori nel principato i suddetti suoi due figliuoli, principi di gran giudizio, perchè attesero per loro conto a smentire il proverbio del rara est concordia fratrum. Diedero in quest'anno [Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chronico et alii.] gli Ungheri una gran rotta all'armata di Lodovico re di Germania; e così la lor fierezza e fortuna si facea largo dappertutto. Seguitava il re Berengario a tenerseli amici, e con ciò difendeva l'Italia.
DCCCCXI
| Anno di | Cristo DCCCCXI. Indizione XIV. |
| Anastasio III papa 1. | |
| Lodovico III imperadore 11. | |
| Berengario re d'Italia 24. |
Mancò di vita in quest'anno nel mese di maggio Leone il Saggio imperadore dei Greci [Cedrenus, Leo Grammaticus et alii.], e gli succederono nell'imperio Alessandro suo fratello e Costantino Porfirogenito, suo figliuolo di età puerile. Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib 5.] cita uno strumento scritto in Ravenna anno octavo Sergii pontificis, Indictione quartadecima. Perciò il padre Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] fondatamente scrisse che Sergio III papa condusse sua vita fino a qualche mese dell'anno presente. Frodoardo anch'egli, siccome è detto di sopra, attesta [Frodoardus, de Roman. Pont., P. II, tom. 3 Rer. Ital.] che questo pontefice tenne la sedia di san Pietro annis septem amplius. Finalmente il Lambecio [Lambecius, Rer. Hamburg., lib. 1.] pubblicò un'altra bolla del medesimo papa scritta in kalendis junii, anno pontificatus domni Sergii summi pontificis et universalis papae VIII, Indictione XIV. Perciò resta assai accertato il tempo di sua morte. Era in sì mal concetto questo papa presso il cardinal Baronio, che, riferendo esso porporato [Baron., in Annal. Eccles.] il di lui epitaffio, conservato a noi da Pietro Mallio [Petrus Mallius, de Basil. Vatic., in Actis Sanctor., tom. 7.], non vi seppe trovare, benchè scrittore di tanto discernimento, se non Sergio I papa morto nell'anno 701. Ma indubitata cosa è che esso appartiene a questo pontefice, sì per le notizie che contiene, come ancora perchè uniforme a quanto scrisse di lui Frodoardo, siccome abbiam veduto di sopra. L'epitaffio è questo, che a' tempi di Pietro Mallio, cioè nel secolo duodecimo, tuttavia si conservava nella basilica vaticana:
LIMINA QVISQVIS ADIS PETRI METVENDA BEATI,
CERNE PII SERGII EXCVBIASQVE PETRI.