Nel primo pentametro in vece di EXCVBIAS s'ha da leggere EXVVIAS. Nel secondo si accenna Teodoro II papa morto nell'anno 898. Nel terzo esametro l'autore dell'epitaffio parla di Giovanni IX papa. Ma ciò che rendè sì esoso Sergio III al piissimo cardinal Baronio, fu l'essere noto che egli fu scomunicato dal pontefice Giovanni VIII; ma fu poi anche assoluto dai papi successori. Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.] ed altri suoi copiatori il tacciano, perchè infierì contra il cadavero e le ordinazioni di papa Formoso. Abbiam detto ciò essere falsissimo. Nè entrò egli come ladro, ma come pastore a reggere la greggia di Cristo. Quel solo che può giustamente fargli discredito, si è, che Maria soprannominata Marozia, nobilissima patrizia romana, ma anche donna di vita disonesta in questi tempi, se vogliam prestar fede alla mala lingua di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.], ex papa Sergio Johannem, qui post Johannis ravennatis obitum sanctae romanae Ecclesiae obtinuit dignitatem, nefario genuit adulterio. Così lasciò scritto quello storico, ma solo garante di questa indignità, e copiato poi alla cieca dai susseguenti scrittori. Può essere che egli dica il vero. Contuttociò, si potrebbe dimandare se s'abbiano a prendere come verità contanti tutte le laidezze e maldicenze, delle quali è sì vago nella sua storia Liutprando. Prestava egli fede a tutte le pasquinate e a tutti i libelli infamatorii di quei tempi, che neppure allora mancavano.
Durava in Roma una fazione contraria a papa Sergio III, e si può lecitamente sospettare che questa spargesse delle velenose dicerie in aggravio della di lui persona e fama. Son ben persuaso che Marozia desse non poche occasioni di scandalo a Roma, e ne vedremo a suo tempo le pruove; ma a poter asserire con franchezza ch'essa da Sergio procreasse Giovanni, che poi tenne la cattedra di san Pietro, di gran pruove ci vogliono. A buon conto di questo Giovanni XI papa così scrive Leone Marsicano, ossia l'Ostiense, storico del secolo susseguente [Leo Ostiensis, in Chron., lib. I, cap. 61.]: Defuncto Agapito papa secundo, Johannes undecimus natione romanus, Alberici Romanorum consulis filius, illi in pontificatum succedit. Falla l'Ostiense in dire che Giovanni XI succedesse ad Agapito; siccome anche poco accuratamente scrisse Liutprando che Giovanni XI succedette a Giovanni X. Ma in fine Leone Ostiense può a noi servire di testimonio, essere stata la tradizione di Roma che Giovanni XI fosse figliuolo di Alberico console de' Romani e marchese, e non già di Sergio III papa. E Marozia è da credere che fosse moglie del medesimo marchese Alberico. Veggasi anche l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernit., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], scrittore di questo medesimo secolo, il quale notò che papa Giovanni XI fu figliuolo cujusdam Alberici patricii. E se fosse certo, come vuole il padre Pagi all'anno 908, che nella vita di santo Ulderico vescovo di Augusta, in vece di Marino si avesse da leggere Sergio papa, avrebbe esso Sergio avuto il dono della profezia. Ora a Sergio III succedette nel pontificato Anastasio III. Fece in quest'anno [Antiquit. Ital., Dissert. XXII.] Anselmus gratia Dei comes comitatu veronense, et filius bonae memoriae Waldoriensis Francorum genere, nel suo ultimo testamento una donazione di varii beni monasterio sancti Silvestri sito in comitatu motinense, ubi vocabulum est Nonantulas. La carta è scritta regnante domno nostro Berengario rege hic in Italia, anno vicesimo quarto sub die de mense septembris, Indictione XV. Ebbero poco dappoi cura i monaci di far confermar questa sua disposizione dallo stesso re Berengario, che ci scuopre dov'egli allora dimorasse. Fu dato il diploma V kalendas novembris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIV, Indictione quintadecima. Actum Papiae. Tornò probabilmente di quest'anno in Italia Landolfo principe di Benevento e di Capoa, e si diede col minor fratello, cioè con Atenolfo II, a governar saggiamente i suoi popoli. Portò seco da Costantinopoli l'illustre titolo di patrizio: del che si vede che egli si gloriava ne' suoi diplomi. Questo nondimeno dà abbastanza a conoscere aver egli suggettati gli Stati suoi alla sovranità degli imperadori greci, i quali, con compartire lo stesso onore e titolo a Gregorio duca di Napoli e a Giovanni duca di Gaeta, andarono slargando la loro autorità e dominio in quelle parti d'Italia. L'ultimo anno fu questo della vita di Lodovico re di Germania [Marian. Scotus, Hepidannus, Hermannus Contractus et alii.]. Morì in età giovanile, senza aver presa moglie, senza lasciar figliuoli. Concorrevano i voti dei baroni in Ottone duca di Sassonia, che fu avolo di Ottone I Augusto, ma egli, colle scuse della vecchiaia, ricusò questo peso, e consigliò di appoggiarlo a Conrado ossia Corrado duca della Francia orientale, che in fatti fu eletto re. Che questi nudrisse delle pretensioni sopra l'Italia, si può dedurre da quanto lasciò scritto Eccardo con dire [Echeardus, de Cas. Monast. S. Galli, cap. I.]: Hattonem moguntinum (archiepiscopum) in Italiam, jus regium exacturum, tendentem Constantiam devenisse, et rediisse divitem ab Italia ditissimum. Verisimilmente il re Berengario smorzò con dei regali fatti a questo arcivescovo un principio di nuovo incendio. E dipoi Corrado ebbe di pensare alla casa propria per cagion degli Ungheri, che di tanto in tanto portavano le stragi e i saccheggi ora ad una provincia ed ora ad un'altra del regno germanico.
DCCCCXII
| Anno di | Cristo DCCCCXII. Indiz. XV. |
| Anastasio III papa 2. | |
| Lodovico III Imperadore 12. | |
| Berengario re d Italia 25. |
Mercè del saggio governo del re Berengario continuò la quiete e pace nel cuor dell'Italia in questi tempi, perchè egli sapeva rendersi benevoli gli allora formidabili Ungheri, trattenendoli dal tornare in Italia. Duravano solamente gli affanni nella Campania per le scorrerie dei Saraceni abitanti presso al fiume Garigliano, e ne' confini del Piemonte e delle circonvicine parti, a cagion degli altri Saraceni spagnuoli che dimoravano in Frassineto. Tornarono in quest'anno gli Ungheri a devastar la Sassonia e Turingia. Ma nella Gallia, dove per tanti anni addietro i Normanni, peste del genere umano, aveano riempiute tutte le occidentali provincie d'incendii, ruberie e morti, finalmente si cominciò a respirare [Gementicens., Hist. lib. 2, cap. 17.] col ripiego preso di cedere a Rollone, capo di que' masnadieri, quel tratto di paese che cominciò ad appellarsi Normandia. A questo s'indusse Carlo il Semplice re della Gallia per le istanze de' suoi baroni. Rollone, con abbracciare la religion cristiana, e ricevere il santo battesimo, in cui gli fu mutato il proprio nome in quello di Roberto, condusse anche il popolo suo a rinunziare agl'idoli, e diede principio ad un insigne ducato in quelle parti. Noi vedremo, nel secolo susseguente, la lor nazione in grand'auge anche in Italia. Mancò di vita nel presente anno Rodolfo I re di Borgogna [Hermannus Contract., in Chron.], e in luogo di lui assunse il governo di quel regno Rodolfo II suo figliuolo. Questo principe ancora si lascierà vedere in Italia da qui a pochi anni, e farà parlar di sè stesso. Possedeva il celebre monistero della Nonantola, secondo l'uso di questi tempi, fra gli altri monisteri da sè dipendenti, uno d'essi situato nel distretto di Trivigi, e fondato da Gherardo conte più di cento anni prima [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Tarvis.]. Nella irruzione degli Ungheri restò affatto distrutto quel sacro luogo, e seppellito nelle rovine il sepolcro de' santi martiri Senesio e Teopompo, i corpi de' quali ivi riposavano. Ebbe premura Pietro abbate nonantolano che questi sacri pegni fossero trasportati a Nonantola; e una tal traslazione fu fatta nell'anno presente, come ha il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital.] e il catalogo degli abbati nonantolani da me dato alla luce [Antiq. Ital., Dissert. LXVII.]. Leggesi presso l'Ughelli descritta essa traslazione da un antico scrittore. Fu questo l'ultimo anno della vita di Pietro Tribuno doge di Venezia. Il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] ripruova l'avere alcuni scritto ch'egli fu un principe iniquo e pessimo, e che per gli suoi demeriti fu ucciso dal popolo, sapendosi da autentiche scritture aver fatta lega in lui la benignità colla saviezza, e ch'egli, dopo aver pacificamente governato il suo popolo per ventitrè anni e ventitrè giorni, era di morte naturale mancato. Per elezione del popolo fu sustituito in suo luogo Orso Particiaco, ossia Participazio II, soprannominato Paureta. Inviò questi da lì a poco alla corte di Costantinopoli Pietro suo figliuolo a significare al greco Augusto la promozione sua. Probabilmente era allora imperadore Costantino Porfirogenito fanciullo, perchè in quest'anno morì Alessandro suo zio. Molte finezze, molti regali ricevette il veneto giovine; e ornato ancora del titolo di protospatario se ne tornava tutto contento a casa, quando sui confini della Croazia fraudolentemente si trovò preso da Michele duca di Schiavonia, spogliato di quanto avea, e consegnato a Simeone re dei Bulgari. Se volle Orso doge riavere il figliuolo, fu necessitato a spedire in Bulgaria Domenico arcidiacono di Malamocco, che con grandissimi doni il riscattò, e in benemerito fu dipoi creato vescovo della sua chiesa. Abbiamo dagli storici greci [Curopalata, Simeon Logotheta et alii.] che il suddetto re dei Bulgari in questo medesimo anno con un copioso esercito passò ad assediar Costantinopoli; ma conosciuto che troppo duro era quell'osso, diede orecchio a chi trattò di pace; laonde carico d'oro e di altri regali se ne tornò alle sue contrade. Trovandosi il re Berengario in Pavia, diede facoltà, siccome accennai di sopra, a Resinda badessa del monistero di Posterla di poter fabbricare castelli, cioè fortezze nelle ville e tenute del suo monistero [Antiquit. Ital., Dissert. XXVI, pag. 467 et 469.], cum bertiscis, merulorum propugnaculis, aggeribus, atque fossatis, omnique argumento, ad paganorum deprimendas insidias. Vuol dire per difendersi dalla pessima generazion degli Ungheri pagani. Anche nell'anno precedente avea Berengario accordata una simile facoltà a Pietro vescovo di Reggio, come costa da altro suo diploma. Di qua poi venne che specialmente per la Lombardia più di prima si cominciarono a fabbricar fortezze, rocche, torri e castella ben munite in tal copia, che nel secolo susseguente si mirava in queste contrade, per così dire, una selva di questi luoghi forti; ed ogni signorotto, non che i marchesi, conti ed altri signori potenti, n'era provveduto.
DCCCCXIII
| Anno di | Cristo DCCCCXIII. Indizione I. |
| Landone papa 1. | |
| Lodovico III imperadore 13. | |
| Berengario re d'Italia 26. |
Circa questi tempi succederono delle rivoluzioni in Sicilia. Quivi signoreggiavano da gran tempo i Mori, o vogliam dire i Saraceni africani. Erasi non picciola parte d'essi ribellata al re dell'Africa loro signore, e nell'anno 909, per quanto si raccoglie da una cronica araba [Chronic. Arabicum, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], cacciarono e mandarono in Africa il governatore ivi messo dal re. In quest'anno fecero loro amira, ossia generale, Korhab; laonde per domare costoro fu spedita nell'anno seguente dall'Africa un'armata navale, ma il figliuolo di Korhab uscito all'incontro d'essa coll'armata de' Siciliani, pose la nemica in rotta, e l'incendiò. Tanto son brevi quelle memorie, che solamente a tentone si può dar conto di quegli affari. Credo il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 6.], seguitato in ciò dal padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], che in quest'anno circa la metà di ottobre Anastasio III papa terminasse i suoi giorni. Frodoardo [Frodoardus, de Roman. Pontificib.] scrittore di questi tempi, dopo aver narrata la morte di papa Sergio III, seguita a dire: