Lando dein summam Petri tenet ordine sedem.
Mensibus hanc coluit sex, ut denisque diebus,
Emeritus patrum sequitur quoque fata priorum.
Venne egli perciò a morte in questo anno, ed ebbe per successore Giovanni X papa, dianzi arcivescovo di Ravenna, il quale, siccome apparirà da una sua bolla che accennerò all'anno 917, prima del dì 19 di maggio dell'anno presente fu eletto e consecrato papa, e non già nell'anno 912, come fu d'avviso il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 912.]. La penna satirica di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.] ha sommamente screditata la memoria ancora di questo Giovanni romano pontefice. Racconta egli che Teodora, scortum impudens, madre di Marozia soprammentovata, ed avola materna di Alberico, che vedremo a suo tempo signore o tiranno di Roma, era la padrona assoluta di Roma, romanae civitatis non inviriliter monarchiam obtinebat. Se è vero quanto con tali parole vuol dire Liutprando, un gran processo è questo contra della nobiltà e del popolo di Roma, che tanta possanza lasciava ad un'impudica femmina. Capitò a Roma Giovanni, speditovi da Pietro arcivescovo di Ravenna. Se ne invaghì Teodora. Venne in quel tempo a morte il vescovo di Bologna, e Giovanni fu eletto per successore in quella chiesa. Ma paulo post ante hujus diem consecrationis venne a morte il suddetto arcivescovo di Ravenna, e l'ambizioso Giovanni, per esortazione e mezzo di Teodora, lasciata andare la chiesa di Bologna, locum ejus contra sanctorum patrum instituta sibi usurpavit. Aggiunge Liutprando, che modica temporis intercapedine, Deo vocante, qui eum injuste ordinaverat papa, defunctus est. Theodorae autem Glycerii mens perversa, ne amasii ducentorum milliarium intercapedine, quibus Ravenna sequestratur a Roma, rarissimo concubitu potiretur, ravennatis hunc sedem archiepiscopatus coegit deserere, romanumque (proh nefas) summum pontificium usurpare. Che Giovanni per gli forti maneggi di questa femmina fosse trasportato sul trono di san Pietro, non ho difficoltà a crederlo. Che fosse anche universalmente biasimato questo suo passaggio dalla chiesa di Ravenna a quella di Roma, ne son più che persuaso. Era contro la disciplina ecclesiastica de' vecchi tempi. I canoni, ed anche l'ultimo concilio romano dell'anno 898 riprovavano tali traslazioni, per frenare in tal guisa la cupidità ed ambizione de' vescovi. Ma non si può già senza ribrezzo ascoltare il cardinal Baronio, allorchè chiama Giovanni X pseudopapam, nefarium invasorem, meretricis viribus Romae pollentem. Non è già simile l'entrare in una chiesa per via della simonia, e il farvi passaggio da un'altra chiesa. Roma aveva allora bisogno di un papa di gran senno e coraggio. Tale fu creduto l'arcivescovo di Ravenna, e in casi di bisogno cedono le leggi della disciplina ecclesiastica. Ed essendo stato Giovanni eletto senza scisma, e riconosciuto dalla Chiesa universale per legittimo e vero papa, il mettere oggidì in dubbio il suo pontificato, non dovrebbe essere permesso, siccome punto che potrebbe tirarsi dietro delle brutte conseguenze. Poichè, quanto al dirsi da Liutprando, che per motivo d'impudicizia Giovanni fu da Ravenna condotto alla cattedra di san Pietro, so che chi è avvezzo a credere piuttosto il male che il bene, anzi truova agevolmente anche nelle azioni più buone il male, immantenente lo crederà. Ma non così, chi sa a quante dicerie del volgo è sottoposta la vita dei grandi. Attesta lo stesso Liutprando di aver ricavata questa notizia dalla vita della suddetta Teodora, ut testatur ejus vita. Buon testo sicuramente per ispacciar somiglianti iniquità senza pericolo di ingannarsi. Da quella vita, ossia da quell'infame romanzo, avrà anche imparato Liutprando che poco dopo essere stato promosso Giovanni all'arcivescovato di Ravenna, passò al sommo pontificato. Modica temporis intercapedine, dice egli. Ora sappia il lettore averci dato Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] degl'indubitati riscontri che fin dall'anno 905 Giovanni cominciò a governar la chiesa di Ravenna. Id, scrive egli, monumenta Ursiani tabularii complura testantur. Venne egli al romano pontificato nell'anno presente 914. E pure l'autor di quella satirica vita, ovvero Liutprando, ci dice, che non potendo sofferire l'impudica Teodora la troppa lontananza del drudo, modica temporis intercapedine, il fece passare al soglio pontificio. Come prestar fede ad autori sì mal informati e sì inclinati alla maldicenza? Uno strumento e un diploma abbiamo nella Cronica del monistero di Volturno [Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], spettanti a Landolfo ed Atenolfo principi di Benevento e di Capoa. Il primo fu scritto anno imperii domni nostri Constantini septimo, et quinto anno patriciatus domni nostri Landulfi, necnon et quinto anno domni nostri Athenulfi principis, mense novembri, tertia Indictione. Actum Capuae. Se l'indizione comincia, come io credo, nel settembre, sono spettanti all'anno presente, e ci conducono a conoscere che Landolfo era stato creato patrizio dal greco imperadore prima della metà di novembre dell'anno 911, e similmente Atenolfo suo fratello creato collega nel principato. Veggendo noi parimente mentovati gli anni di Costantino VIII imperatore d'Oriente in Capoa, viene a confermarsi la sovranità rimessa in Benevento e Capoa dall'Augusto greco. Si scorge ancora che dall'anno 911, e non già dal 912, come volle il padre Pagi, si cominciarono a contare gli anni del di lui imperio.
DCCCCXV
| Anno di | Cristo DCCCCXV. Indiz. III. |
| Giovanni X papa 2. | |
| Lodovico III imperadore 15. | |
| Berengario imperadore 1. |
Lasciò scritto il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che quarto Conradi (re di Germania) anno Saraceni Italiam graviter premunt. L'anno quarto d'esso Corrado correva nel presente; e però ci si porge fondamento di credere che in quest'anno i Saraceni, abitanti presso il Garigliano, facessero qualche funestissima scorreria nella Campania e nel ducato romano, e desolassero le chiese e famiglie degl'infelici Cristiani. Assai verisimile inoltre è che Giovanni X papa, uomo di gran mente e cuore, siccome fra poco il vedremo appellato dal panegirista di Berengario, prendesse di qui la risoluzione di crear imperadore il re Berengario. Da questo passo, quanto io vo conghietturando, s'era guardata finora la corte di Roma, perchè viveva tuttavia l'orbo imperadore Lodovico, che quantunque nulla s'impacciasse degli affari d'Italia, e niun conto di lui facesse Roma e l'Italia, ciò non ostante, conservava il titolo d'imperadore, nè i papi amavano di levargli questa ombra di diritto e di dignità. Ma vinse il bisogno, e fece mutar sistema. Non si potea più tollerare l'insolenza e crudeltà dei Mori del Garigliano, che si divoravano tutte le rendite delle terre pontificie, e facevano languire nella povertà i papi d'allora. Nè Berengario dovea sentirsi voglia di far delle spese in condurre una armata allo esterminio di quegl'infedeli, dando probabilmente per risposta ai pontefici, che ricorressero per aiuto al loro imperadore in Provenza. Ora Giovanni papa inviò al re Berengario una ambasciata con molti regali, pregandolo di venir a liberar da que' cani gli spolpati stati della Chiesa, e i circonvicini ancora. Gli esibì eziandio la corona imperiale, per maggiormente animarlo all'impresa. Finora Berengario era stato solamente re d'Italia, nè avea voluto adoperar la forza per ottener l'altra corona, come attesta il suo panegirista, con dire [Anonymus, in Panegyr. Berengarii, lib. 4.]:
Summus erat pastor tunc temporis urbe Johannes,
Officio affatim clarus, sophiaque repletus,