Altra via non seppe trovare l'imperador Berengario per sostenersi in capo la crollante sua corona, che l'indegno ripiego di chiamar in Italia la spietata nazione degli Ungheri, co' quali avea trattenuta fin qui a forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di quest'anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi medesimi Veronesi, stati in addietro sì fedeli ed attaccati a lui, dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo ognuno quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di quella gente, nemica del nome cristiano, e troppo avvezza alle crudeltà. E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contra di Berengario [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 18 et seq.]. Ne ebbe sentore l'infelice principe, e saputo che un certo Flamberto suo compare, perchè gli avea tenuto un figliuolo al sacro fonte, ne era capo, fattoselo venir davanti, gli ricordò i benefizii a lui compartiti, ne promise de' maggiori, purchè egli fosse costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatagli una tazza d'oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente, dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i suoi congiurati a fare il colpo divisato contra la vita dell'Augusto Berengario. Che la malizia e l'accortezza non avessero gran luogo in cuore di questo principe, si può riconoscere dall'aver egli preso il riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma in un picciolo gabinetto contiguo ad una chiesa, per poter essere presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai divini uffizii. Perchè nulla sospettava di male, neppure si precauzionò colle guardie. Alzossi al suono della campana del mattutino notturno e andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il lor volere, trafitto da varii colpi delle loro spade, cadde morto ai lor piedi. E questo miserabil fine ebbe l'imperador Berengario, principe a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza e nell'amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perchè ho avuto sotto gli occhi e poi stampato [Antiq. Ital., Dissert. XIX.] uno stromento originale, esistente nell'archivio dell'arcivescovato di Lucca, con queste note: Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima. Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Flaiberto Scavino e Pietro vescovo di Lucca, con avere Guido duca inviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell'Augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell'anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l'anno ottavo, e non già il nono, del suo imperio. Ma se è così, vegniamo ad intendere che la di lui coronazione romana si ha da riferire al santo Natale dell'anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch'egli anche in questo fallò, nè ci è permesso di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 20.], restava tuttavia a' tempi suoi in Verona davanti ad una chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che, per quanto fosse lavata con varii liquori, mai non perdè quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane, appellato Milone, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, avea voluto Milone mettergli le guardie, ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacchè non potè difendere il suo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese egli l'iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l'uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola. Questo Milone fu dipoi (forse anche era allora) conte, cioè governator di Verona, e personaggio di rare e perfette virtù.

Doveano prima di questa tragedia avere avuto ordine gli Ungheri da Berengario di passare all'assedio di Pavia, perchè se gli riusciva di ricuperar quella città, capo del regno, il re Rodolfo verisimilmente più non rivedeva l'Italia. Andarono que' Barbari, sotto il comando di Salardo lor generale, commettendo pel viaggio tutte le inumanità loro consuete, e strinsero coll'assedio la regal città. Volle la disgrazia che non seppero que' cittadini difendere coraggiosamente quella forte piazza, nè saggiamente renderla a patti di buona guerra. V'entrarono per forza gli Ungheri, fecero man bassa sopra tutto il popolo, ed attaccato il fuoco a chiese, palagi e case, ridussero in un monte di pietre quella dianzi sì felice e ricca città, avendo cooperato un vento gagliardo a dilatare quell'incendio. In quella rovina perì pel fumo e per le fiamme anche Giovanni ottimo vescovo d'essa; e trovandosi con lui il vescovo di Vercelli, anch'egli miseramente vi lasciò la vita. In somma da gran tempo in qua non s'era udita una sì spaventosa calamità in città cristiane. Nè tralasciar si dee l'orrida descrizione che ne fece Frodoardo [Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.], scrittore allora vivente: Hungari ductu regis Berengarii, quem Langobardi pepulerant, Italiam depopulantur. Papiam quoque urbem populatissimam atque opulentissimam, igne succendunt, ubi opes periere innumerabiles; ecclesiae quadraginta tres succensae; urbis ipsius episcopus cum episcopo vercellensi, qui secum erat, igne fumoque necatur. Atque ex illa paene innumerabili multitudine ducenti tantum superfuisse memorantur. Qui ex reliquiis urbis incensae, quas inter cineres legerant, argenti modios octo dederunt Hungaris, vitam murosque civitatis vacuae redimentes, ec. Interea Berengarius Italiae rex a suis interimitur. Anche Liutprando non si sazia di deplorar la lagrimevole rovina di quella bella città [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 1 et seq.], e assegna il tempo preciso della medesima con dire: Usta est infelix olim formosa Papia anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, quarto idus martii, Indictione XII, feria VI, hora III. Aggiugne appresso, che Pavia distrutta, a differenza di Aquileia, risorse, e da lì a non molti anni tornò ad essere ben fabbricata, popolata e ricca, come prima, di modo che (dice egli) non solum vicinas, sed et longe positas praecellit opibus civitates. Ipsa insignis, et toto orbe notissima Roma, hac inferior esset, si pretiosa beatissimorum corpora non haberet. Per attestato del suddetto Frodoardo, gli Ungheri pieni di bottino, in vece di tornarsene pel Friuli alle lor case, come pretende Liutprando, passarono per le Alpi in Francia. Rodolfo re di Borgogna e d'Italia si trovava allora di là da' monti, ed unito con Ugo conte di Vienna serrò questi malandrini ad alcuni passi stretti. Ma ebbero la maniera d'uscirne per dove men si credeva, e si spinsero verso la Linguadoca. Quanti ne potè cogliere Rodolfo, tutti gli fece mettere a fil di spada.

Restata libera la Lombardia da questo flagello, e tolto di mezzo il competitor Berengario, se ne tornò lieto in Italia il re Rodolfo, e senza contrasto ebbe quasi tutto il regno a sua disposizione. Ricorse tosto a lui Giovanni vescovo di Cremona, già cancelliere dell'Augusto Berengario, per raccomandargli la sua chiesa, a paganis, cioè dagli Ungheri, et quod magis est dolendum, a pessimis Christianis desolatam. Gli confermò Rodolfo tutti i suoi beni e privilegii, ad istanza di Beato vescovo di Tortona ed arcicancelliere, non conosciuto dall'Ughelli, e di Aicardo vescovo di Parma, suo auriculario, cioè consigliere. Ha queste note il diploma: [Antiq. Ital., Dissert. LXXI.] Data V calendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi serenissimi regis in Burgundia XV, in Italia IV, Indictione XIII. Actum in Pratis de Granne. Concedette egli ancora con un altro diploma a Guido vescovo di Piacenza [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.] un sito delle mura della città di Pavia, per potervi fabbricare la casa dei vescovi di Piacenza, perciocchè solevano tutti i vescovi del regno aver quivi, siccome altrove accennai, casa propria per abitarvi in occasion delle diete, e d'altre necessità da ricorrere al re. E quivi truovasi appunto anche nominata casa sanctae lunensis ecclesiae. Il diploma è mancante del luogo e giorno e mese. Dicesi dato in quest'anno Rodulfi regis in Italia tertio, Indictione duodecima: probabilmente prima di settembre. Esercitò inoltre questo re la sua munificenza verso il suddetto Aicardo vescovo di Parma, con donargli la corte di Sabionetta, oggidì riguardevol terra. È dato quel diploma [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.] VIII idus octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi piissimi regis in Burgundia XIV, hic in Italia IV. Actum Papiae. Un altro ancora fu dato da lui in Verona [Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 41, et Dissert. XXXIV, p. 55.] pridie idus novembris, Indictione XII, anno regis in Italia III; e un altro parimente dato nella stessa città e giorno coll'indizione XIIII. Ma dee essere XIII. V'ha della discordia fra questi diplomi intorno agli anni del regno d'Italia. Se poi sussistesse che nell'ottobre e novembre di quest'anno corresse il di lui anno quarto, si verrebbe ad intendere che nell'anno 922 non ebbe principio il suo dominio in Italia, ma bensì circa l'ottobre del 921. Nè si dee omettere che il privilegio dato al vescovo di Parma fu conceduto per intercessione di Ermengarda inclita contessa e di Bonifazio valorosissimo marchese, che Rodolfo chiama nostrae regiae potestatis consiliarios. Era Ermengarda moglie di Adalberto marchese d'Ivrea, di cui ragioneremo fra poco, bastando per ora di osservare il grado di somma confidenza che essa occupava nella corte del re Rodolfo. Bonifazio qui mentovato potrebbe talun conjetturare che fosse quello stesso, per la cui accortezza e bravura abbiam veduto di sopra che Rodolfo riportò la vittoria di Fiorenzuola, e che in ricompensa l'avesse fatto marchese. Ma non è già certo che ivi si parli di quel medesimo Bonifazio; e quand'anche se ne parlasse, resta in dubbio di qual marca egli fosse investito. Siamo assicurati da Liutprando [Luitprandus, Hist., lib. 2, cap. 18.] che a' tempi suoi egli fu marchese di Camerino e di Spoleti; ma non sappiamo già se conseguisse in questi tempi quell'insigne governo. Alberico marchese da noi veduto di sopra, era allora governatore di quella contrada. Certo che a questo Bonifazio il re Rodolfo diede per moglie Gualdrada sua sorella. Di ciò tornerà occasion di parlare più a basso all'anno 946, al qual anno solamente il credo io pervenuto al possesso e governo di Spoleti e di Camerino. Sotto quest'anno poi narra Lupo protospata [Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Ital.] le disgrazie della città d'Oria nella Calabria, con dire: Capta est Oria a Saracenis mense julii, et interfecerunt cunctas mulieres; reliquos vero deduxerunt in Africam, cunctos venumdantes. Abbiamo parimente dalla Cronica arabica di Sicilia [Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.], che venuto in quest'anno dall'Africa un nuovo generale de' Mori, prese nella Calabria la Rocca di Santagata.


DCCCCXXV

Anno diCristo DCCCCXXV. Indiz. XIII.
Giovanni X papa 12.
Rodolfo re d'Italia 5.

O negli ultimi mesi dell'anno precedente, o negli otto primi del presente, ne' quali correva l'anno quarto di Rodolfo re d'Italia, Orso Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], spediti per suoi ambasciatori ad esso re Domenico vescovo di Malamocco e Stefano Caloprino, ottenne da lui la confermazione di tutte le esenzioni e libertà, concedute al popolo di Venezia dagli antichi re ed imperadori. Degno è d'osservazione che Rodolfo in quel diploma declaravit, ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit, antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. In fatti è antichissimo il diritto di battere moneta nei dogi di Venezia, e dagli strumenti di questo medesimo secolo si ricava che era già in uso la moneta veneta, nè sussistere che da Berengario II fosse loro conceduto un sì fatto privilegio, come ha scritto più d'uno, perchè ne godevano molto prima. Si credeva il re Rodolfo di avere ormai in pugno il regno d'Italia, senza sapere che un altro v'aspirava anch'egli, e lavorava sott'acqua alla di lui rovina. Questi era Ugo duca e marchese della Provenza, figliuolo di Teobaldo conte e di Berta, nata da Lottario re della Lorena, e della famosa Gualdrada, illegittimamente da lui presa per moglie. In seconde nozze fu essa Berta maritata con Adalberto II, soprannominato il Ricco, duca di Toscana, la quale appunto cessò di vivere nel dì 8 marzo del presente anno. L'epitaffio suo, riferito dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], tuttavia esiste inciso in marmo nella cattedrale di Lucca; nè so intendere perchè il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] la creda fattura de' secoli posteriori. Una sorella d'essa Berta per nome Ermengarda morì anch'essa, e fu seppellita in Lucca, siccome apparisce dal suo epitaffio, rapportato dal Fiorentini e da me altrove [Collectio Nova vet. Inscription., p. 1885.]. Siccome di sopra osservammo, procreò Berta al secondo marito due figliuoli maschi, cioè Guido, che dopo la morte del padre fu duca di Toscana, e Lamberto, di cui parleremo a suo tempo. Procreò eziandio una femmina appellata Ermengarda, che già abbiam veduta maritata con Adalberto marchese d'Ivrea dopo la morte di Gisla sua prima moglie, figliuola dell'imperador Berengario. Lo storico Liutprando ci descrive [Liutprandus, lib. 3 Hist., cap. 2 et seq.] questa principessa per la più prostituta donna del mondo. Non solo, se crediamo a lui, faceva essa mercato della sua onestà con tutti i principi d'Italia, ma scialacquò ancora con ignobili persone. In questa maniera s'era renduta arbitraria e padrona del regno, dipendendo da' suoi voleri e cenni i principi tutti. Qual fede si meriti qui la penna sempre satirica di Liutprando, io nol saprei dire. Ora Ugo, che a' tempi del re Berengario era venuto in Italia, e probabilmente sollevò contro di lui la Toscana, e contro suo volere cagion fu che Berengario facesse prigione la duchessa Berta sua madre e il duca Guido suo fratello; Ugo, dissi, dappoichè intese la morte di Berengario, tornò a far dei trattati segreti per ottener la corona d'Italia, con Berta sua madre allora vivente, con Guido duca e Lamberto suoi fratelli uterini, signori di gran possanza in Toscana, e colla marchesana Ermengarda, che comandava a bacchetta in Lombardia. E non li fece indarno. Ermengarda fu quella che diede principio alla tela contro di Rodolfo, uomo ineguale, che oggi faceva una cosa e domani la disfaceva. Già noi vedemmo questa principessa in Pavia alzata al grado di consigliera di sua maestà. Era in questi tempi mancato di vita il marchese d'Ivrea Adalberto suo marito. Gran dissensione bolliva fra i principi di Italia. Liutprando storico, a guisa de' romanzieri attribuisce tutto a rivalità fra loro insorta a cagion della stessa Ermengarda. Ora essa trovandosi in Pavia con un forte partito de' suoi parziali, ribellò quella città al re Rodolfo che ne era uscito per suoi affari. Qui lascerò io che il lettore esamini come Pavia, la qual si vuole ridotta dagli Ungheri nell'anno precedente in un mucchio di pietre, si fosse così presto ripopolata e con forza da ribellarsi. Comunque sia, seguita a dire Liutprando che Rodolfo, unita una poderosa armata dei suoi aderenti, per mettere in dovere quella impudica amazone, s'accampò dove il Ticino mette capo in Po. La notte vegnente Ermengarda con un suo biglietto gli fece intendere che in mano sua era stato ed era tuttavia l'averlo suo prigioniere, perchè tutti quelli del partito d'esso Rodolfo nulla più bramavano che di abbandonar lui, e di darsi a lei; ma che ella, perchè desiderava il di lui bene e la sua amicizia, a tali istanze non avea voluto aderire. Prestò fede e restò spaventato Rodolfo a queste furbesche parole; e nella seguente notte, avendo finto di andare a letto, senza che alcun dei suoi se ne avvedesse, passò a Pavia per abboccarsi con Ermengarda. Venuto il dì, nè alzandosi mai Rodolfo, tutti i suoi principi e cortigiani n'erano in pena; e scoperto in fine che egli mancava, chi diceva una cosa, e chi un'altra. Quando eccoti arrivare nel campo un avviso, che Rodolfo unitosi coi suoi avversarii si preparava per dar loro addosso. Bastò questo per metterli tutti in costernazione, e però se ne andarono non correndo, ma volando a mettersi in salvo in Milano. Allora fu che Lamberto, arcivescovo di Milano e gli altri prima aderenti a Rodolfo, si staccarono affatto da lui, ed inviarono messi ad Ugo duca di Provenza, perchè venisse in Italia a prendere il regno. Qualche aria di romanzo comparisce in questo racconto di Liutprando. Intanto Rodolfo burlato dagli uni, abbandonato dagli altri [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.], si ritirò in Borgogna; ma non dismettendo la voglia di ritenere o di ricuperar l'Italia, si raccomandò a Burcardo potentissimo duca dell'Alemagna, ossia della Suevia, suocero suo, ed uomo bestiale, la cui figliuola Berta egli avea già presa per moglie. Ammassato un copioso esercito, calarono in Italia; se in questo anno oppure nel susseguente, nol so io decidere. Giunti che furono ad Ivrea, Burcardo con disegno di esaminar le forze della città di Milano, dove era il nerbo degli oppositori, prese l'assunto di andar colà come ambasciatore, mostrando di trattar pace. Prima di entrarvi si fermò fuori della città nella vaga basilica di san Lorenzo, che oggidì è compresa entro le mura di Milano; e ben adocchiato il sito: Qui, disse ai suoi familiari, si potrà formare una fortezza, che terrà in freno non solo i Milanesi, ma anche molti dei principi d'Italia. Poi vicino alle mura della città si lasciò scappar di bocca in linguaggio tedesco che se egli non insegnava a tutti gli Italiani a contentarsi di un solo sperone, e di cavalcar delle cavalle, egli non era Burcardo; con altri vanti che tutti furono immediatamente rapportati all'arcivescovo Lamberto. Questi da uomo accorto fece molte finezze a Burcardo, il condusse fino alla caccia in un suo broglio con permettergli di ammazzare un cervo: cosa che egli non soleva concedere a persona del mondo; e il rimandò tutto gonfio di belle speranze. Ma nel mentre che gli dava dei divertimenti in Milano, fece intendere ai Pavesi e ad alcuni principi d'Italia che si preparassero per liberare il paese da questo tedesco di sì mala volontà. Partito Burcardo da Milano, alloggiò la sera in Novara. Nel dì seguente appena, ripigliato il viaggio, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. Datosi alla fuga, e caduto il cavallo nella fossa di quella città, quivi trapassato da più lance lasciò la vita. I suoi rifugiatisi nella chiesa di san Gaudenzio, furono tutti tagliati a pezzi. A questa nuova sbigottito Rodolfo, più che in fretta se ne tornarono in Borgogna, nè più pensò all'Italia.

Da Ermanno Contratto [Hermannus Contract., in Chron. edition Canisii.] e da Artmanno monaco [Hartmannus, in Vita S. Wiboradae.] sappiamo che dopo la morte del re Corrado il suddetto Burcardo si era fatto tiranno della Suevia, aveva commesse varie iniquità, et in Italiam ingressus, dum totam sibi terram subjicere, et multos decipere cogitat, ipse dolositate illius gentis praeventus, dum studet evadere, subito lapsu infraenis equi in foveam, veluti casui illius praeparatam, cecidit, hocque insperato obitu miserabiliter vitam finivit. Migliore forse del suocero non era il genero suo Rodolfo. Così ne scrive Frodoardo all'anno 926 [Frodoardus, in Chronico.]. Hugo filius Bertae rex Romae super Italiam constituitur, expulso Rodulfo cisalpinae Galliae rege, qui regnum illud pervaserat, et alteri feminae, vivente uxore sua, se copulaverat, occiso quoque a filiis Bertae Burchardo Alamannorum principe, ipsius Rodulfi socero, qui Alpes cum ipso transmearat, italici regni gratia recuperandi genero. Frodoardo in un fiato racconta tutti questi fatti sotto l'anno 926. Dell'esaltazione del re Ugo, succeduta certamente nel seguente anno, sotto il medesimo mi riserbo io di parlare. Intanto è da osservare che Burcardo fu ucciso a filiis Bertae; cioè da Guido duca di Toscana e da Lamberto suo fratello, coll'aiuto di Ermengarda marchesana d'Ivrea, loro sorella, perchè tutti aspiravano a mettere sul capo di Ugo duca di Provenza, lor fratello uterino, la corona del regno d'Italia, ma per loro castigo, siccome vedremo andando innanzi. Non si dee ora tacere un'importante particolarità del suddetto Guido duca di Toscana. Dacchè per la morte dell'imperador Berengario Roma restò senza imperadore, cioè senza quel freno in cui la tenevano gli Augusti sovrani, governata solo da papa Giovanni, ma in tempi che non si avea quella ubbidienza e rispetto dal senato e popolo romano che si conveniva ai pontifici, i quali pure erano veri e legittimi padroni di quella città, del suo ducato e d'altri paesi: Maria, soprannominata Marozia, che, secondo Liutprando, colla impudicizia sua avea già formato un grosso partito de' suoi aderenti, s'impadronì della Mole adriana, oggidì Castello sant'Angelo, edifizio che in que' tempi ancora veniva creduto una fortezza quasi inespugnabile, e in tal guisa cominciò e continuò con più baldanza a far da padrona in Roma. Obbrobriose memorie di quell'alma città son queste. Tuttavia per maggiormente assodar la sua possanza, cercò di avere un marito potente, alle cui forze congiunte colle sue niuno, e neppure il papa, potesse resistere. Guido duca e marchese di Toscana, per attestato di Liutprando [Liutprandus, Hist., lib,. 3, cap. 4.], non ebbe difficoltà di prendere per moglie una sì fatta donna, perchè il dominio di Roma, che pareva da lei portato in dote, ebbe presso di lui più peso che ogni altro riguardo. Queste indubitate nozze di Guido con Marozia ci danno abbastanza a conoscere che Alberico marchese, da noi veduto di sopra marito di Marozia, dovea già essere mancato di vita. Martino Polacco [Martin. Polonus, Chron. Rom. Pont.], Tolomeo da Lucca [Ptolom. Lucensis, Hist. Eccl.], il Platina [Platina, de Roman. Pontif.], il Sigonio [Sigon., de Regno Italiae.] ed altri ancora scrivono che intorno a questi tempi, nata discordia fra papa Giovanni X ed Alberico marchese, fu forzato l'ultimo ad uscire di Roma. Ritiratosi egli nella città d'Orta, quivi con fabbricare una fortezza si assicurò. Per vendicarsi poi dei Romani, chiamò in Italia gli Ungheri, i quali venuti in Toscana, dopo aver dato a tutte quelle contrade il guasto, ed uccisa gran gente, se ne tornarono carichi di bottino al loro paese. Sdegnati per questo i Romani trucidarono il marchese Alberico. Non truovo io vestigio alcuno nè in Liutprando, nè in veruno degli antichi scrittori, che gli Ungheri arrivassero mai in Toscana o presso Roma. Tuttavia non sarà senza fondamento la morte del suddetto Alberico, sembrando non improbabile che non volendo più sofferir papa Giovanni la di lui prepotenza, trovasse maniera per farlo levare dal mondo. Marozia dipoi per conservare l'usurpata sua signoria in essa Roma, si volle maggiormente fortificare col tirar in essa città Guido marchese e duca di Toscana, e prenderlo per marito. Noi vedremo che essa avea partorito ad Alberico marchese suo primo consorte un figliuolo che portò il nome del padre, e divenne col tempo principe ossia tiranno di Roma. Ma essendo egli in questi tempi fanciullo, nè potendo per la sua tenera età dar vigore agli ambiziosi disegni della madre, essa provvide al bisogno in altra guisa, con passare alle seconde nozze.


DCCCCXXVI