Ma che divenne di questi figliuoli di Guido? Altri ne potè avere Lamberto suo fratello, ed altri anche Bonifazio loro zio paterno, giacchè i Longobardi tutti soleano prendere moglie, non essendo in uso fra loro le primogeniture. Noi troviamo ricreato e conservato negli antenati della casa d'Este, viventi in questi medesimi tempi e dipoi, il nome di Adalberto, il titolo di marchese, la lor potenza, i lor beni e giuspatronati in Toscana, massimamente ne' contadi di Arezzo, Pisa e Luni, prima che venissero in Lombardia. Però fra le tenebre di questi secoli non poco lume si ha per conghietturare i principi estensi diramati dagli antichi Adalberti marchesi di Toscana. Restò per le iniquità del re Ugo depressa questa nobil prosapia, ma noi la vedremo dopo la di lui morte risorgere con non minor lustro di prima.


DCCCCXXXII

Anno diCristo DCCCCXXXII. Indiz. V.
Giovanni XI papa 2.
Ugo re d'Italia 7.
Lottario re d'Italia 2.

Possedeva quietamente il re Ugo il regno d'Italia, e dimorava in Pavia IV kalendas madii di quest'anno, come s'ha da un suo diploma da me pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 57.]. Ma gli pareva poco, se non arrivava anche al dominio di Roma, come avevano fatto tanti altri suoi predecessori. Conobbe che altro mezzo non v'era per ottenere l'intento, che il guadagnar l'animo di Marozia, onnipotente in quella città. Se vogliam credere a Liutprando [Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.], che teneva questo furbissimo re per uom santo, fu Marozia stessa che dopo la morte di Guido suo marito, spediti a lui ambasciatori, l'invitò a Roma, con offerirgli sè stessa in moglie, e il dominio della città, per così dire, in dote. Andò il re Ugo in quest'anno a quell'inclita città, accolto cortesemente dai Romani; fu ammesso in castello di sant'Angelo da Marozia, che n'era la padrona; e confidato in questa fortezza, lasciò fuori di città l'esercito suo. Ch'egli sposasse Marozia, e si mettesse in possesso di Roma, abbastanza si raccoglie dallo stesso Liutprando, il quale detesta come incestuose tali nozze, dacchè Marozia avea dianzi avuto per marito Guido duca di Toscana, fratello uterino d'esso re Ugo. Qui chiede tosto il lettore, se Ugo, che facea tanto l'uomo dabbene, veramente s'involse ad occhi aperti in quell'incesto, oppure se ottenne dispensa della parentela dal papa. Altro non so dir io, se non che non apparisce che allora fossero fatte dispense. E che probabilmente Ugo si servì per contraere quelle nozze di un galante suo trovato, cioè di far credere che Guido non era suo fratello, siccome abbiam già veduto. Si può ancora chiedere, perchè Ugo, che avea in pugno Roma e il papa, cioè Giovanni suo figliastro, non si facesse dichiarare e coronar imperador de' Romani. Forse non ebbe tempo da compiere questo suo verisimil desiderio; e si truova ancora qualche antica memoria, in cui egli è chiamato imperadore, ma senza aver mai conseguita la corona romana, mentre in tutti i susseguenti suoi diplomi egli usa sempre il titolo di re, e non mai d'imperadore. Ora dacchè Ugo fu in possesso di Roma, se vogliam credere a Liutprando, cominciò a mostrar poca stima della nobiltà romana. Peggio avvenne. Un dì ebbe il giovane Alberico, figliuolo di Marozia e di Alberico marchese, ordine dalla madre di dar da lavar le mani al re suo padrigno; ma con sì poco buon garbo colla brocca gli votò l'acqua nelle mani, che Ugo gli lasciò andare un man rovescio sul volto. Levatosi di lì Alberico, fatta raunanza di molti nobili romani, rappresentò loro la tracotanza di questo novello re, il quale se sui principii trattava sì villanamente un par suo, cosa non avrebbe fatto nel progresso del tempo in danno e vituperio de' Romani? Con queste parole, e con altre in detestazion dei Borgognoni, sì fattamente accese gli animi d'essi nobili, che data campana a martello, e messo tutto il popolo in armi, chiusero le porte, e andarono ad assediare il re in castello sant'Angelo, senza dargli tempo d'introdurre le sue milizie. Tal fu la paura del bravo re Ugo, che neppur credendosi sicuro in quella fortezza, si fece calar giù per le mura del castello fuori della città, e volò a trovar le sue truppe, colle quali assai scornato marciò tosto fuori del ducato romano. Servì questa occasione al popolo romano, stanco d'essere signoreggiato da una donna, per dichiarar loro principe e signore il suddetto Alberico, giacchè se avessero renduto il governo a papa Giovanni, come era di dovere, Marozia avrebbe continuato a governar ella sotto nome del figliuolo pontefice. Anzi Alberico per maggiormente assicurare il suo dominio, mise in prigione la stessa Marozia sua madre, e tenne in maniera le guardie al papa suo fratello, che nulla poteva operare senza saputa e consentimento di lui. Siamo tenuti di queste particolarità a Frodoardo, il quale sotto l'anno seguente scrive nella Cronica [Frodoardus, in Cron. apud Du-Chesne.], che tornati da Roma i messi della chiesa di Rems, Pallium Artaldo praesuli deferunt, nuntiantque, Johannem papam filium Mariae, quae et Marocia dicitur, sub custodia detineri a fratre suo nomine Alberico, qui matrem quoque suam Marociam clausam servabat, et Romam contra Hugonem regem tenebat. Ripete lo stesso nella storia della chiesa di Rems con dire [Idem, in Chronic. Remensi, lib. 4, cap. 24.]: Artoldus episcopus post annum ordinationis suae pallium suscipit, missum sibi per legatos ecclesiae remensis a Johanne papa filio Mariae, quae et Marocia dicebatur, vel ab Alberico patricio fratre ipsius papae, qui eumdem Johannem fratrem suum in sua detinebat potestate, et praedictam matrem ipsorum in custodia clausam tenebat; Hugonem quoque regem Roma depulerat. Ed allora, a mio credere, fu che si scatenò liberamente la satira contro della depressa Marozia e di papa Giovanni suo figliuolo, con aggiugnere ai veri vizii di quell'ambiziosa donna gli altri inventati dalla maldicenza, per giustificare in qualche maniera l'usurpazione del dominio di Roma, e le risoluzioni prese da Alberico contra di una madre e di un fratello papa. Servirono poi a Liutprando quelle pasquinate per denigrar la fama dei papi d'allora. Probabilmente in quest'anno fu promosso alla cattedra episcopale di Verona Raterio monaco, ma contro il volere del re Ugo, il quale unicamente consentì all'ordinazione sua, per non dispiacere alla corte di Roma, che l'avea caldamente raccomandato, e per isperanza ch'egli, aggravato da particolari indisposizioni, sloggerebbe presto dal mondo. Ma Raterio guarì, e fu consecrato. Allora Ugo, secondochè attesta lo stesso Raterio [Ratherius, in Epist. ad Johannem papam.], iratissimus redditur; juravit per Deum (nec est mentitus) quod diebus vitae suae de ipsa ordinatione non essem gavisurus. Misit ergo in pitaciolo certam quantitatem stipendii, quod tenerem de rebus ecclesiae; de ceteris exigens jusjurandum, ut diebus illius, filiique sui amplius non requirerem. Ego intelligens, quanta absurditas ex hoc consequeretur, non consensi. Ed ecco come si abusassero allora i principi del secolo della lor potenza, con disporre a lor talento dei beni delle chiese; e se il re Ugo fosse quel principe sì pio e timorato di Dio che Liutprando ci vorrebbe far credere. Paggio egli allora del re Ugo scrive di sè stesso [Liutprandus, lib. 4, cap. 1.]: Ea tempestate tantus eram, qui regis Hugonis gratiam vocis mihi dulcedine acquirebam. Is enim euplioniam magnopere diligebat, in qua me coaequalium puerorum nemo vincere poterat. Truovasi nel dì primo di luglio dell'anno presente in Lucca esso re Ugo, dove [Ughell., Ital. Sacr., tom. 1, in Episcop. Lucens.] admonitione karissimi fratris nostri Bosonis illustrissimi marchionis (già creato marchese di Toscana) dona ai canonici di Lucca una corte pro remedio animarum Adalberti marchionis, et Bertae serenissimae comitissae matris nostrae. Così quel buon re, dopo averla infamata colla calunnia dei parti supposti. Il diploma fu dato kalendis julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXII, regni autem domni Hugonis piissimi regis sexto, Lotharii item regis secundo, Indictione quinta. Actum in civitate Lucae. Non so se Ugo andasse allora a Roma, oppure se ne venisse. In questo anno, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], Orso Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, veggendosi oramai vecchio, dato un calcio al mondo, si fece monaco. In luogo suo fu eletto doge Pietro Candiano II, figliuolo di Pietro Candiano I doge. Questi pel suo valore e saviezza accrebbe non poco la potenza de' Veneziani con assuggettar varii popoli confinanti, e far lega con altri. Mandò tosto alla corte di Costantinopoli Pietro suo figliuolo con assaissimi regali, ed ottenne da quegli Augusti la dignità di protospatario.


DCCCCXXXIII

Anno diCristo DCCCCXXXIII. Indiz. VI.
Giovanni XI papa 3.
Ugo re d'Italia 8.
Lottario re d'Italia 3.

Truovo io parimente nel gennaio di quest'anno il re Ugo in Toscana. Stando egli in Arezzo, confermò ai canonici di quella città, precibus karissimi fratris nostris Bosonis incliti marchionis, i beni lasciati da Pietro vescovo ai medesimi canonici, e che loro avea confermato serenissimus avus noster Lotharius imperator, padre di Lottario re della Lorena, da cui era nata Berta sua madre. Fu quel privilegio [Antiq. Ital., Dissert. LXII.] dato anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIII, XVI kalendas februarii, regni autem domni Hugonis piissimi regis VIII, dominique Lotharii item regis III, Indictione VI. Actum in domo sancti Donati. Quindi si può ricavare che Ugo già fosse re nel gennaio dell'anno 926. Ma non è sicuro questo documento. Ho ben io messo qui l'anno 933, ma parmi che l'originale non fosse ben chiaro in questa nota. E poi come accordar questo diploma coll'altro dell'anno precedente? Ivi nel dì primo di luglio 932 correva l'anno sesto del regno d'Ugo, e qui nel dì 17 di gennaio del 933 corre l'anno ottavo. V'ha anche dell'errore negli anni del regno di Lottario. Per l'affronto poi ricevuto da Alberico patrizio di Roma, e dal popolo romano nell'anno antecedente, si rodeva il cuore il re Ugo, e non tardò a cercarne vendetta con passare all'assedio della stessa Roma. Trovò chi non era figliuolo della paura. Diede bensì il guasto al paese, ma non gli riuscì di condurre i Romani ad aprirgli le porte, e neppure a far capitolazione alcuna. In poche parole si sbriga Frodoardo con iscrivere [Frodoardus, in Chron. tom. II, Rer. Franc. Du-Chesne.] sotto quest'anno: Hugo rex Italiae Romam obsidet. E Liutprando racconta ch'esso Ugo [Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 1. Duc. Burgund., lib. 2.] qualiter Romam, ex qua ejectus turpiter fuerat, posset acquirere, cogitabat. Collecta itaque multitudine, proficiscitur Romam: cujus quamquam loca et provincias circum circa misere devastaret, eamque ipsam quotidiano impetu impugnaret, ingrediendi eam tamen effectum obtinere non potuit. Potrebbe anche credersi succeduto in quest'anno, e forse prima, ciò che il medesimo Liutprando racconta [Idem, lib. 3, cap. 13.].

Cioè che i principi d'Italia, malcontenti di avere sopra di sè un re che ad una somma malizia avea cominciato ad unire la crudeltà, con avere specialmente privato sotto indegno pretesto della vista e del ducato Lamberto marchese di Toscana suo fratello, si avvisarono di richiamare in Italia il già detronizzato Rodolfo II re di Borgogna. Ugo, che tenea delle spie dappertutto, lo seppe; e spediti a Rodolfo i suoi ambasciatori, gli fece uscir di cuore questa voglia, con cedergli parte degli stati ch'egli possedeva in Provenza, prima di venire al regno d'Italia, avendo all'incontro ceduto quel re ad Ugo qualsivoglia sua pretension sopra l'Italia. Così restò egli libero dal timore da quella parte. Pretendono il Du-Chesne [Du-Chesne, de Duc. Burgund., lib. 2.] e il Buchè [Buchè, Histoire de Provence, lib. 6.] che per tale accordo Rodolfo II acquistasse la Savoia, il Delfinato ed altri paesi di Provenza sino al mare di Marsiglia. Ma sarebbe da vedere se la Savoia fosse dianzi di Rodolfo oppure di Ugo. E che Ugo avesse già ceduto ad altri il marchesato di Vienna si è di sopra veduto. Pretendono inoltre quegli scrittori che Ugo ritenesse in suo potere la città d'Arles col suo contado; e certamente noi il vedremo tornare in Provenza, e quivi esercitar dominio. Vogliono ancora che Rodolfo desse allora Alda ossia Adelaide sua figliuola per moglie a Lottario re figliuolo del re Ugo. Può essere che fra le condizioni del loro accordo vi fosse ancor questa; potrebbe anche dubitarsi che seguissero gli sponsali dell'uno coll'altra; ma che in questi tempi si accoppiasse Adelaide con Lottario, non sussiste. Vedremo all'anno 938 le loro nozze. E qui si vuol avvertire che Lottario non era per anche in età capace di unirsi con donna. Il monaco di Bobbio [Mabill., Saecul. Benedict., tom. 2.], che scrisse i miracoli operati da Dio per intercession di san Colombano abbate di quell'insigne monistero, e vivea in questi medesimi giorni, racconta un fatto non indegno di memoria. Aveano alcuni potenti, specialmente Guido vescovo di Piacenza, occupata una gran quantità di beni al monistero di Bobbio; iniquità che era alla moda in que' sì sconcertati tempi dell'Italia e della Francia. Allorchè il re Ugo fu divenuto padrone di questo regno, la regina Alda sua moglie condusse in Italia un nobile e saggio uomo, appellato Gerlenno, con pensiero di dargli un vescovato. Fu questi creato arcicancelliere del regno da Ugo. Suum sigillum ei tribuit, summumque cancellarium esse praecepit. Io il truovo solamente cancelliere nell'anno 929, ma comparisce poi ne' seguenti anni arcicancelliere. Venuto a morte Silverado abbate di Bobbio, il re diede quella badia in commenda a Gerlenno, che neppur era monaco. E questi trovato il monistero dianzi sì ricco, allora sì smilzo, più volte si raccomandò al re Ugo, affinchè obbligasse quegli usurpatori alla restituzion de' beni. Sed rex potestative ea non valebat ab eis auferre. Metuebat enim eos, ne si aliquid contra eorum voluntatem ageret, regni damnum incurreret: quia scimus etiam contra eum saepius rebellasse. Di qui ancora si conosce come fossero corrotti gli animi e i costumi dei principi sì secolari come ecclesiastici d'allora. Adunque l'accorto re gli diede per parere di condurre a Pavia il corpo di san Colombano, perchè a quella vista si commoverebbono gli usurpatori. Così fu fatto, forse circa l'anno 929 o 930, e quel sacro deposito fu esposto nella chiesa di san Michele. Allora Lotharius bonae indolis puer, filius praedicti regis, quem Alda regina sua genuit, magnis febribus arebatur. Qui jubente patre ad supradictam ecclesiam in ulnis adductus est. Per intercessione del santo riacquistò egli la sanità. Ricuperarono i monaci ancora alcuni dei lor beni, ma non già gli occupati dall'indurato vescovo di Piacenza. Dal che si può intendere che il re Lottario era tuttavia di tenera età circa questi tempi. Abbiamo dal sopra allegato Frodoardo sotto il presente anno che i Saraceni abitanti in Frassineto meatus Alpium occupant, atque vicina quaeque depraedantur. Fece parimente fine al corso di sua vita in quest'anno Guaimario II principe di Salerno [Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.], con lasciar suo successore Gisolfo suo figliuolo in età di soli quattro anni, a cui fu dato per tutore Prisco.