Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit.

Papaque obit, nomen geminum [Quinctum.] fere nactus in annum.

Cioè, per attestato di Frodoardo, a questo sfortunato pontefice fu usurpata tutta la signoria temporale di Roma. E sebben dice questo scrittore, modo sacra ministrans in vece di tantummodo, quasichè Alberico patrizio suo fratello si contentasse ch'egli attendesse a dir messa e a regolar lo spirituale della Chiesa; pure giusto motivo ci è di credere che l'usurpatore Alberico volesse anche far da papa, con obbligare il fratello a fare quel solo che a lui piaceva. Non vituperio, ma disgrazia fu questa della santa Sede romana, tiranneggiata allora da' suoi proprii cittadini. Abbiamo dal medesimo Frodoardo [Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Fran. Du-Chesne.] sotto quest'anno che Johanne papa fratre Albrici defuncto, Leo quidam Dei servus Romae papa constituitur. Queste parole congiunte con altre riflessioni fatte dal padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedictin., lib. 43.] intorno ai brevi di questo pontefice, zelantissimo perchè si rimettesse in piedi la troppa scaduta disciplina monastica, hanno somministrato qualche fondamento da credere ch'egli fosse monaco. Ma se tale non fu, certo fu uomo di rara probità, e che difficilmente acconsentì alla sua elezione, appunto promosso a questo sublime grado da Alberico principe di Roma, perchè si sapeva ch'egli non curava punto le pompe del secolo, e pensava solo alle cose di Dio, il che era appunto ciò che Alberico desiderava, Frodoardo, che finì di scrivere il suo poemetto de' romani pontefici, vivente esso papa Leone, così ne parla:

Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas,

Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,

Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens,

Culminaque evitans, dignusque nitore probatur

Regminis eximii, Petrique in sede locatur.

Ac geminans dono cumulatum muneris almi

Pergere laetantem amplexu dimisit honoro.