Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustum
Attollat, servetque diu....
Se Leone fosse stato monaco, non avrebbe probabilmente taciuta questa sua qualità Frodoardo monaco. Uno strumento di Leone abbate di Subiaco si legge nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.], scritto anno, Domino propitio, pontificatus domni Leonis summi pontificis, et universalis sexti (dovrebbe dire septimi) papae I, Indictione VIII, cioè nell'anno presente. Dacchè Roma ebbe la consolazione di veder nella sedia di san Pietro collocato un sì degno personaggio, tardò poco a provar dei gravissimi affanni per l'assedio che di nuovo ne intraprese il re Ugo, sempre inviperito contra de' Romani e del loro principe, a cagion dell'insulto a lui fatto nell'anno 932, e sempre voglioso del dominio di quell'augusta città. Ecco ciò che ne scrive nella sua Cronica il suddetto Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.]: Hugo Italiae rex Romam nisus capere, afflicto suo exercitu fame, et equorum interitu, pacta tamdem pace cum Albrico, dans ei filiam suam conjugem, ab obsidione desistit. È da credere che Alberico, veggendosi venir la piena addosso, avesse spogliato di grani e di foraggio la campagna: dal che nacque la penuria dell'esercito d'Ugo. Ad intavolar questa pace non poco si adoperò Odone abbate santo e celebre del monistero di Clugnì, che risplendeva allora dappertutto per la riforma del monachismo felicemente in esso introdotta. Era egli amicissimo del re Ugo, e però fu chiamato a Roma dal buon papa, sì perchè trattasse d'accordo, e sì ancora perchè rimettesse l'osservanza monastica e il buon ordine nel monistero di san Polo di Roma. Giovanni monaco [Mabill., Saecul. V Benedict., in Vita S. Odonis, lib. 2.], e discepolo di esso santo Odone, nella di lui vita così scrive: Sub idem tempus Italiam missi sumus a Leone summo pontifice, ut pacis legatione fungeremur inter Hugonem Longobardorum regem, et Albericum romanae urbis principem. Più sotto aggiugne: Dum romuleam urbem ob inimicitiam Alberici jam fati principis praedictus Hugo rex obsideret, coepit ille (Odo) intra extraque discurrere, et pacis concordiaeque monita inter utrosque disseminare, quatenus posset furorem praedicti regis sedare, et praedictam urbem tueri a tanta obsidione. Ma forse non è certo che in quest'anno santo Odone fosse chiamato da papa Leone. Liutprando [Liutprandus, lib. 4, c. 1.], che non parla se non d'un assedio di Roma, fatto circa questi tempi del re Ugo, scrive, che sperando egli di far cadere nella rete colle sue furberie Alberico, gli propose di dargli in moglie Alda sua figliuola, e di tenerlo da lì innanzi in luogo di figlio. Ma Alberico, che sapeva anch'egli il fatto suo, acconsentì alle nozze, e prese Alda per moglie, ma non lasciò mai mettere piede in Roma ad esso re Ugo, nè mai si fidò, sinchè visse, di lui. Tuttavia (aggiugne Liutprando) sarebbe riuscito al re Ugo di far cadere nella tagliuola il genero, se non fossero stati tanti nobili e soldati, che per paura del re Ugo scappavano a Roma, ed ivi ben accolti ed onorati da Alberico, il tenevano saldo in non volere nè confidenza nè pace con lui.
Un'altra più sonora ne fece in quest'anno il re Ugo. Vedemmo costituito duca di Toscana per via d'iniquità Bosone fratello del medesimo re. Aveva egli per moglie Willa, donna nobile di Borgogna, avidissima di accumular danaro o per diritto o per rovescio. Per paura di lei s'erano ridotte le nobili donne di Toscana a dismettere tutti i loro ornamenti, essendo pericoloso il portarne. Nessun maschio, quattro femmine bensì aveva essa partorito al marito, una delle quali, Willa anche essa di nome, fu maritata con Berengario figliuolo di Adalberto marchese d'Ivrea, cioè con quello stesso che vedremo a suo tempo re d'Italia. Per quanto ne scrive Liutprando [Liutprandus, lib. 4, cap. 1.], pervenne all'orecchio del re Ugo che Bosone, ad istigazion della moglie, macchinava contra di lui delle novità. Chi sa nondimeno che quella volpe non fingesse ancor questi delitti nel fratello, per far passare il ducato della Toscana in un suo proprio figliuolo, siccome in fatti avvenne? Liutprando poi volea male a Willa. Studiò pertanto e trovò la maniera di imprigionar Bosone; lo spogliò anche di tutte quante le ricchezze sue, ed ordinò che Willa sua moglie, come origine dei falli del marito, fosse ricondotta in Borgogna. Sopra tutto faceva il re l'amore ad un pendone assai lungo e largo, tutto gioiellato, che Bosone soleva portare. Questo non si trovò fra lo spoglio di lui. Ciò inteso dal re, diede ordine che si usasse ogni maggior diligenza per rinvenirlo; e se non compariva, che si cercasse anche sotto i panni di Willa. In fatti osservato che pendeva una fibbia di sotto le natiche di Willa assisa sul cavallo, una delle guardie con galanteria le fece partorire il pendone. Liutprando, umor buffone, mette in bocca di quella guardia delle piacevoli parole intorno a questa scoperta. Dopo la caduta di Bosone, di cui non sappiamo cosa divenisse, fu dato dal re Ugo il ducato di Toscana ad Uberto figliuolo suo bastardo, a lui partorito da Waldelmonda una delle sue concubine, giacchè questo piissimo re agli altri suoi vizii univa ancor quello di mantenerne molte alla turchesca. Al placito tenuto in Pavia nell'anno precedente, e da me accennato di sopra, oltre ad Azzone rinomato vescovo di Vercelli, e a Baterico vescovo d'Ivrea, intervenne ancora Ubertus illustris marchio, et filio, idem domni Ugoni piissimi regis. Sicchè egli portava già il titolo di marchese, e dovea governar qualche marca. E se non ci fosse l'autorità di Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde.], che ci assicura trovarsi in una carta lucchese tuttavia Bosone duca in Toscana nel dì sei di luglio del 936, si sarebbe potuto sospettare che nel precedente anno fosse accaduta la disgrazia di Bosone, e divenuto duca ossia marchese di Toscana Uberto. Ma abbiamo qui concorde anche Frodoardo [Frodoardus, in Chronico.], che sotto quest'anno scrive: Hugo rex repertis quibusdam fratris sui Bosonis contra se, UT FERTUR, insidiis, eumdem fratrem suum dolo capit, atque in custodia mittit. Sul principio di luglio dell'anno presente mancò di vita Arrigo re di Germania, principe per le sue molte virtù e per varie segnalate vittorie glorioso nella storia, che ebbe per successore in quel regno un figliuolo più glorioso del padre, cioè Ottone il grande, di cui avremo non poco da favellare nel progresso di questi Annali. Fra le carte del monistero vulturnense [Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1. Rer. Ital.] una se ne legge, scritta regnante domno Ugo rex gratia Dei in Italia in anno XI, et Lotharius rex filius ejus insimul cum eo in anno V, et vigesimo die mense julii per Indictionem nonam. Actum in Marsi. Erano i Marsi nel ducato di Spoleti, e però quivi si contavano gli anni del re d'Italia. Nel presente anno fu scritta quella carta, ma i copisti han guaste alquanto le note, cioè s'ha da scrivere anno V Lothario, essendo certo che Lottario prima del mese di luglio dell'anno 931 avea conseguita la dignità regale.
DCCCCXXXVII
| Anno di | Cristo DCCCCXXXVII. Indiz. X. |
| Leone VII papa 2. | |
| Ugo re d'Italia 12. | |
| Lottario re d'Italia 7. |
Fu quest'anno funestissimo alla Campania; perciocchè, secondo l'attestato di Leone Ostiense [Leo Ostiensis, in Chron. lib. 1, cap. 55.], Indictione decima, venientes innumerabiles Hungari super Capuam, omnia in circuitu ipsius depraedati sunt. Similiter etiam Beneventi fecere, usque Sarnum et Nolam discurrentes et devastantes omnia; cunctamque Liburiam peragrantes, iterum Capuam reversi per duodecim dies in Campo Galliano commorati sunt. Fecero prigioni molti degli uomini sudditi del monistero di Monte Casino, per riscattare i quali convenne ai monaci d'impiegar molti sacri arredi e vasi d'argento della lor chiesa. Gonfii que' Barbari dal non trovare opposizione alcuna alle loro rapine, si avanzarono entro al paese de' Marsi, commettendo anche ivi incendii e saccheggi. Ma i Marsi uniti coi Peligni gli aspettarono in agguato ad un sito, e piombando loro addosso, quasi tutti li misero a fil di spada, con levar loro tutto il copiosissimo bottino dianzi fatto. Pochi di que' masnadieri ebbero la fortuna di sottrarsi alle loro spade e di tornarsene al loro paese. Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron.] mette questa irruzion degli Ungheri all'anno precedente 936. Se più a lui che all'Ostiense s'abbia a credere, non saprei dirlo. Vero è che da Frodoardo, da Witichindo e da alcuni altri scrittori si sa che in questo medesimo anno un nuvolo d'Ungheri, passati per la Baviera, diedero un terribil guasto all'Alsazia e a tutto il regno della Lorena con arrivar fino all'Oceano. Ed Ermanno Contratto scrive [Herman. Contract., in Chronic. edit. Canis.] che anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, Ungari Franciam, et Alemanniam, et Galliam usque ad Oceanum, Burgundiamque devastantes, per Italiam redierunt. Ma non c'è apparenza alcuna che gli Ungheri guastatori delle provincie oltramontane venissero fino a Capua con un giro sì lungo. Quei, passando per l'Italia, se ne tornarono sani e salvi al lor paese: laddove gli altri che saccheggiarono la Campania e Benevento lasciarono per la maggior parte la vita in quelle contrade. Però diverse dovettero essere le brigate degli uni e degli altri. Lascerò ch'altri decida se a questo anno, oppure al precedente, appartenga un giudicato di Capua, riferito nella Cronica del monistero vulturnense [Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], e scritto vigesimo septimo anno imperii domni Constantini imperatoris, et XXXVI anno principatus domni Landulfi gloriosi principis, et XXVII anno principatus domni Atenulfi eximii principis, mense septembri, Indictione X. Ne fo io menzione, affinchè dagli anni di Costantino VIII imperadore de' Greci, registrati ne' documenti di Capua, si riconosca che doveva essere ristabilita la pace fra la corte imperiale di Costantinopoli e i principi di Benevento e Capua, cioè di Landolfo ed Atenolfo. Arrivò in quest'anno al fine de' suoi giorni Rodolfo II, re di Borgogna, quel medesimo che era stato re di Italia, attestandolo Frodoardo [Frodoardus, in Chron.], il Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis.], Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chronic.] ed altri. Lasciò dopo di sè Corrado suo figliuolo, che gli succedette nel regno, e Adelaide figliuola, di cui parleremo all'anno seguente. Presso il padre Tatti [Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.] abbiamo un privilegio conceduto nella città di Como dai re Ugo e Lottario ad Azzone vescovo di quella città, in cui compariscono queste note cronologiche: Datum XVII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, domni Hugonis piissimi regis XI, Lotharii vero filii ejus item regis VII, Indictione X. Actum Cumis civitate. Questo documento, diversamente dall'allegato nell'anno precedente, ci fa riconoscere già creato re il giovane Lottario nel dì 15 di giugno dell'anno 931. Secondo me, in quel della Cronica del Volturno, e non in questo, v'ha dell'errore. Abbiamo dalla Cronica arabica [Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che continuavano in Sicilia le dissensioni e sedizioni fra i Cristiani e Mori. Quivi è notato che nel presente, oppur nel susseguente anno, il popolo di Gergenti si rivoltò contra di Salem generale del re dell'Africa in quell'isola. Adunò questi un'armata, e passò ad assediare Osra. Colà ancora accorsero con tutte le loro forze gli Agrigentini, e misero in rotta il nemico esercito; e di là passarono fin sotto Palermo, con dare a quella città varii assalti. Ma usciti i Mori coi Palermitani, comandati dal generale Salem, sbaragliarono gli assedianti, e buon pro a chi ebbe migliori gambe. Era in questi tempi console e duca di Napoli Giovanni. Da un'altra Cronica arabica di Abulphedà [Idem, ibidem.] si ricava che nell'anno 936 Amiras Siciliae, qui dicitur Salem, multis molestiis et injiuriis vexavit Siculos, ita ut Agrigentini coacti sint expellere milites regis. Tum rex Africae misit exercitum circumseditque civitatem. Agrigentini vero petierunt succursum ab imperadore Constantinopolis, qui statim eis allegavit praesidium. Perduravit adhuc obsidio usque ad annum 329 aegirae (Christi vero 940). Credesi che in quest'anno ad Ilduino arcivescovo di Milano defunto succedesse Arderico canonico milanese. Arnolfo storico racconta [Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.] che desiderando il re Ugo di mettere in quella sedia un suo figliuolo (creduto da me quel Teobaldo di cui fa menzione Liutprando), nè potendo per la di lui poca età ottener l'intento, fece eleggere arcivescovo questo Arderico, uomo vecchio, per isperanza che tardasse poco ad uscire di vita. Scorgendo poi ch'egli non avea gran fretta d'imprendere quel viaggio, fece in una dieta di Pavia attaccar lite dai suoi coi Milanesi, per levar dal mondo con questa frode l'arcivescovo. Ma Arderico ebbe la fortuna di salvarsi. Restaronvi nondimeno morti novanta nobili milanesi; e il re Ugo dipoi per penitenza diede alla chiesa di Milano la badia di Nonantola posta sul modenese, quae propter nonaginta sui juris curtes sic vocata perhibetur. Questo si può credere un tessuto di fole, mischiato di qualche verità. Indubitata cosa è che la ricchissima badia di Nonantola fu formata e magnificamente dotata due secoli prima di questo.