Ut post haec causis non contradiceret ullis
Ipsius imperio, multis (sotto pene) longe metuendis,
Sed seu subjectus jussis esset studiosus.
Hoc quoque sollicitis decrevit maxime dictis,
Ut post haec populum regeret clementius ipsum,
Quem prius imperio nimium contrivit amaro.
Qui se complendis simulans promptum fore jussis,
Ocyus abscessit, patriam laetusque petivit.
Finalmente Liutprando [Liutprandus, in Legationib.] nell'anno 968 diceva al greco imperadore: Berengarius et Adalbertus sui milites (vassalli) effecti, regnum italicum sceptro aureo ex ejus manu susceperunt, et jurejurando fidem promiserunt. E di qui ebbe principio il diritto preteso dai re di Germania sopra l'Italia. E fin allora succedette una mutazione degna di molto riguardo, cioè che il re Ottone riservò per sè le marche di Verona e di Aquileia, le quali immediatamente diede in governo ad Arrigo duca di Baviera suo fratello. Lo attesta dipoi il suddetto Continuatore di Reginone [Continuat. Rheginonis, in Chronic.], con tornare sul buon sentiero, e scrivere che Berengario col figliuolo Adalberto regiae se per omnia in vassallitium dedit dominationi, et Italiam iterum cum gratia et dono regis accepit regendam. Marca tantum veronensis et aquilejensis excipitur, quae Heinricho fratri regis committitur. Lo stesso viene asserito dall'Annalista sassone [Annalista Saxo, in Chronico.], e da Ottone vescovo di Frisinga [Otto Frisingensis, lib. 6, cap. 19.] nella sua Cronica. Un gran capezzone in questa maniera fu posto al re Berengario; ma egli, ciò non ostante, di cattivo che era, diventò peggiore. Noi il troviamo insieme col figliuolo Adelberto nel dì 9 di settembre dell'anno presente in Pavia, ove diede un suo diploma [Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 909.] in favore di Ramberto abate d'Asti. Come se la passasse Uberto duca di Toscana, figliuolo bastardo del già re Ugo, dacchè Berengario si fece arbitro, e poi anche divenne re d'Italia, niuna memoria ce lo addita. Perchè appunto in questi tempi non s'incontra il di lui nome nelle carte della Toscana, può insorgere qualche sospetto che Berengario l'avesse abbattuto, come persona di cui poco si avesse a fidare. Ma o sia ch'egli pacificamente continuasse in quel dominio, o che vi fosse rimesso dopo la venuta in Italia del re Ottone: certo è, che s'incontra memoria di lui in quest'anno in uno strumento da me renduto pubblico [Ibid., Dissert. XXII.] e scritto in Lucca anno ab Incarnationis ejus nongentesimo quinquagesimo secundo, quinto nonas magii, Indictione decima. Non vi compariscono gli anni del re per gl'imbrogli che erano allora in Italia. Manifestus sum ego Uberto marchio, legem vivente saliga, bonae memoriae domni Ugoni regi. Segno può essere questo ch'egli governasse allora la Toscana col titolo di marchese, ma da lì innanzi se ne perde la memoria. Ho io parimente data alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. V.] una donazione fatta al monistero di Subiaco da Benedetto console e duca, anno, Deo propitio, pontificatus domni Agapiti summi pontificis et universalis junioris (cioè secondo) papae in sacratissima sede beati Petri apostoli VII, Indictione decima, mense madio, die XXIV. Dal che risulta che Agapito prima del dì 24 di maggio nell'anno 946 avea conseguito il pontificato romano. Da questo poi e da altri simili documenti dei papi d'allora scorgiamo che Alberico lasciava ai romani pontefici l'onore d'essere nominati negli atti pubblici, come se fossero eglino i padroni di Roma e del suo ducato, quando si sa di certo ch'egli la faceva da principe assoluto nel temporale di quegli Stati.