Continuò in quest'anno l'incendio della guerra civile in Germania, e vi si mischiarono anche gli Ungheri, chiamati in loro aiuto da Lodolfo duca di Alemagna ossia di Suevia, figliuolo del re Ottone, e da Corrado duca di Lorena. Non pochi di costoro lasciarono la vita in quelle parti, per attestato di Frodoardo [Frodoardus, in Chron.]: ceteri per Italiam revertuntur in sua. Altrettanto scrive il Continuatore di Reginone. Continuò ancora in Italia lo stretto assedio della rocca di Canossa, dove intrepidamente si sosteneva Alberto Azzo, con isperanza che o il re Ottone od altri accorresse un dì in soccorso suo. Accenna Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] uno strumento scritto in Ravenna anno octavo Agapiti papae, regnante Berengario et Adalperto ejus filio anno IV regni eorum, Indictione XII, cioè nell'anno presente. Cita eziandio un concilio tenuto in quella città nell'anno susseguente, correndo l'anno V d'essi re l'indizione XIII: memorie tutte che ci scuoprono che anche questi due re, non men di Ugo e di Lottario, dominavano in Ravenna e nel suo esarcato, tuttochè tali stati non appartenessero al regno d'Italia. Roma era stata usurpata ai papi da Alberico; i re d'Italia fecero anch'essi un somigliante giuoco all'esarcato. Che poi il suddetto Rossi scriva che Adalbertus rex Ravennam sedem constituit regni praecipuam; ed avendo maltrattato i mercatanti veneziani, fu sconfitto da Pietro Candiano valoroso doge di Venezia; ed in tal congiuntura, perchè il popolo di Comacchio avea prestato aiuto al re Adalberto, i Veneziani portatisi a quella città, dopo il sacco la spianarono in maniera, che dopo molti secoli durò fatica a rialzare il capo: noi crederemo veri tali racconti, qualora se ne adducano legittime pruove, con allegar memorie antiche o autori non lontani dal secolo di cui parliamo. A buon conto nulla di ciò seppe il Dandolo, vecchio scrittore delle cose venete, nè altri che hanno scritto prima del Rossi. Terminò in quest'anno il corso di sua vita Alberico patrizio e principe, o vogliam dire tiranno di Roma. Nel catalogo posto davanti alla Cronica di Farfa [Chronicon Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si legge: Anno DCCCCLIV, Albericus princeps Romae obiit. E Frodardo storico di questi tempi lo conferma con dire sotto il presente anno: Albrico patricio Romanorum defuncto, filius ejus Octavianus, quum esset clericus, principatum adeptus est. Sicchè il dominio temporale di Roma fu occupato da questo Ottaviano, che in breve vedremo salire anche sul trono pontificio. Ad istanza di Gualberto arcivescovo di Milano, fu fatto in quest'anno un privilegio a Brunengo vescovo d'Asti da Berengario e Adalberto re. Vien esso rapportato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episc. Astens.] con queste note: Data decimo kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCLIV, regni vero Berengarii et Adelberti IV, Indictione XII. Actum Papiae. L'arcicancelliere qui nominato è Guido vescovo, cioè il vescovo di Modena, che dopo il suddetto Brunengo dovette circa questi tempi conseguire quell'illustre dignità, continuata dipoi anche sotto Ottone il grande.
DCCCCLV
| Anno di | Cristo DCCCCLV. Indiz. XIII. |
| Agapito II papa 10. | |
| Berengario II re d'Italia 6. | |
| Adalberto re d'Italia 6. |
Fu d'avviso il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] che in quest'anno papa Agapito desse fine ai suoi giorni. Eruditamente han provato i padri Papebrochio [Papebrochius, in Conatu Chron. Hist.] e Pagi [Pagius, ad Annales Baron.] ch'egli menò sua vita sino a qualche mese dell'anno seguente. Ciò ancora si deduce da uno strumento ferrarese, da me veduto, in cui sono queste note: Anno, Deo propicio, pontificato domno Agapito summo pontifice, et universali papae in apostolica sacratissima beati Petri apostoli Domini sede anno decimo, sicque regnante domno Berengario rege, et Adalbertus ejus filius in Italia anno sexto, die undecimo mense januario, Indictione quartadecima Ferrarie, cioè nel dì 11 di gennaio dell'anno seguente. Durava tuttavia l'assedio della rocca di Canossa, intrapreso dal re Berengario, che, per testimonianza di Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], v'intervenne in persona, ed avea presa la sua stanza in un luogo appellato Lavacchiello, risoluto di non partirsi di lì, finchè non veniva in suo potere quell'ostinata fortezza. Si attediava di questa troppo lunga prigionia Alberto Azzo quivi ristretto, e spesse volte per ricrearsi scendeva dall'alto in un certo sito, da dove parlava coi principali dell'esercito nemico. Venne pensiero a Berengario di attrappolarlo in quel sito; ma Azzo una notte avvertito da una delle sentinelle nemiche di quel che si trattava, non più da lì innanzi si attentò di lasciarsi vedere. Gli venne poi fatto di spignere una notte fuori della rocca uno de' suoi famigli, e d'inviarlo al re Ottone in Germania con lettere compassionevoli, supplicandolo d'aiuto, e rammentandogli le promesse di protezione a lui fatte. Ma Ottone neppur in quest'anno potè accudire agli interessi d'Italia, perchè avea troppi nemici addosso nelle proprie contrade. Era sul fine del precedente anno seguita la pace fra lui e Lodolfo suo figliuolo, e Corrado suo genero; e quand'egli pur si credeva di poter attendere alla sola guerra che gli restava con gli Schiavoni, eccoti un esercito innumerabile d'Ungheri inoltrarsi fino ad Augusta. A giudizio d'ognuno, questo gran nuvolo di armati pareva invincibile; ma il prode re Ottone sì animosamente, ed ordinatamente, benchè troppo inferiori forze avesse, gli assalì, che li mise in rotta [Annalista Saxo, Continuat. Rheginonis. Frodoardus, in Chron. Ditmar., lib. 2.]. Una sterminata quantità restò vittima delle spade; altri lasciarono la vita nel fiume Lech; pochi in fine se ne salvarono; di maniera che da dugento anni in addietro non s'era riportata una vittoria sì strepitosa e compiuta. Ma in quel terribil conflitto restò morto il suddetto Corrado duca di Lorena. Diede anche fine in quest'anno ai suoi giorni Arrigo duca di Baviera, fratello del re Ottone, principe che in ambizione e crudeltà non si lasciava vincere da alcuno. Scrivono che egli fece castrare l'arcivescovo di Aquileia, e cavar gli occhi a quello di Salisburgo. Lasciò dopo di sè un figliuolo, che da' moderni viene appellato Arrigo il Rissoso, a cui il re Ottone conferì il ducato, e col tempo si ribellò ad Ottone II imperadore.
Attese ancora in quest'anno il re Ottone alla guerra contro gli Schiavoni, e di questi parimente riportò vittoria: con che crebbe in immenso la gloria di lui, e il timore in tutti i popoli confinanti alla Germania. Gli nacque eziandio nell'anno presente dalla regina Adelaide Ottone II, che fu poi imperadore, con somma allegrezza del padre e de' sudditi suoi. Circa questi tempi Pietro Candiano III, doge di Venezia [Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.] col consiglio ed assenso del popolo creò suo collega Pietro, uno de' suoi figliuoli; ma questi, sprezzando le ammonizioni del padre, alzò bandiera contra di lui, e si venne un dì all'armi nella piazza di Rialto fra la sua fazione e quella del padre. Era per soccombere il giovane, se il vecchio doge non gli otteneva in dono la vita. Ma per soddisfazione della giustizia e del popolo il mandò in esilio; e in questa congiuntura i vescovi, il clero e popolo fecero un decreto con giuramento di non ammetterlo mai più per doge nè in vita, nè dopo morte del padre. Secondochè scrive il Dandolo, andò il giovane Pietro a ritrovare Guido marchese, figliuolo del re Berengario, che accoltolo cortesemente, il presentò al re, et ad spoletanam marcham debellandam secum duxit. Poscia ottenuta licenza da Berengario di vendicarsi de' Veneziani, venne a Ravenna, dove con sei navi armate prese vicino al porto di Primaro sette navi venete che cariche di merci andavano a Fano. Non è da sprezzare questo racconto del Dandolo, il quale si servì di antiche storie, ora indarno da noi desiderate, somministrandoci egli un barlume per conoscere che il re Berengario tentò di levare il ducato di Spoleti a Teobaldo o Tebaldo, che n'era, siccome vedemmo, allora in possesso, per darlo a Guido suo figliuolo. Pare nondimeno che il Dandolo riferisca questo sconvolgimento all'anno 958, o 959, perchè scrive che Pietro doge (morto nel 959) post filii creationem non plus quam duobus mensibus et quatuordecim diebus vixisse fertur. Ma un sì poco tempo non convien molto a tutta quella serie di cose.
DCCCCLVI
| Anno di | Cristo DCCCCLVI. Indizione XIV. |
| Giovanni XII papa 1. | |
| Berengario II re d'Italia 7. | |
| Adalberto re d'Italia 7. |
Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Agapito II, pontefice, le cui rare virtù e gesta è da dolere che non sieno state tramandate dalla penna di alcuno ai posteri, oppure non sieno giunte sino ai dì nostri. Aveva Ottaviano, dopo la morte di Alberico patrizio suo padre, occupata la signoria di Roma; fu consigliato dai suoi di occupare anche la sedia di san Pietro; nè gli fu difficile l'ottenere l'intento. Venne dunque creato papa; ma, per quanto osserva il cardinal Baronio, in età impropria ed incapace di sì sublime e sacrosanta dignità, perchè forse non arrivava all'età di diciannove anni. Egli nell'anno 963 si vedrà tuttavia chiamato [Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6.] puer dall'imperadore Ottone. Scaldasi forte, e giustamente, contra di sì fatta elezione il cardinale annalista, ma con saggiamente conchiudere, che essendo questo novello papa stato accettato dalla Chiesa universale per vero e legittimo pontefice, per tale ancora si dee ora riconoscerlo. Non sarebbe stato se non bene che il dottissimo porporato avesse fatto uso di questa massima per alcuno ancora de' precedenti pontefici. Certo è poi che Ottaviano in questa occasione mutò il proprio nome in quello di Giovanni XII; e però vien creduto il primo che introducesse l'uso di cambiare il nome de' novelli papi, con servirsi poi di due nomi, cioè d'Ottaviano nelle cose temporali e di Giovanni nelle spirituali: rito osservato in parte anche oggidì dai papi. È anche fuor di dubbio che non ha fondamento alcuno il dirsi da alcuni storici, essere stata la potenza di Alberico patrizio suo padre che promosse al pontificato questo suo figliuol giovinetto; perciocchè sappiam di certo che Alberico avea cessato di vivere nell'anno 954. E pure anche Gregorio monaco, autore della Cronica farfense [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.], che vivea nel secolo susseguente, lasciò scritto che Alberico principe migrante, filius ejus Johannes, qui patre vivente papa ordinatus est, ec. Ho io prodotta altrove [Antiquit. Ital., Dissert. V.] una donazione fatta al monistero di Subiaco da Graziano console e duca, e scritta anno Deo propitio pontificatus domni Johannis summi pontificis et universatis XII papae in sacratissima sede beati Petri apostoli primo, Indictione XV, mense novembrio, die XIIII, cioè nell'anno presente.