Fu in quest'anno devastata da una terribil pestilenza la Germania. Contuttociò il re Ottone, che oramai respirava dalle guerre interne o vicine, pensò a reprimere l'insolenza del re Berengario, che ad onta sua perseguitava Alberto Azzo, raccomandato suo. A questo fine scelse Lodolfo ossia Litolfo suo figliuolo, con cui s'era pacificato, e lo spedì in Italia con una armata [Annalista Saxo, ad hunc ann.]. Era l'assediata Canossa già in agonia, vicina a rendersi per la fame, quando si seppe l'arrivo di Lodolfo a Verona: il che incoraggiò i difensori. A grandi giornate passò Lodolfo il Po e venne alla volta di Canossa, perlochè senza aspettarlo se ne andarono con Dio gli assedianti. Confessa Donizone [Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 1.] che l'assedio di quella fortezza durò semis simul et tribus annis, e che fu incominciato dappoichè Ottone colla regina Adelaide fu ritornato in Germania. Però non si può immaginar altro, se non che la liberazione di Canossa accadesse in quest'anno per la venuta e pel soccorso di Lodolfo. Per altro, convien confessare che Leone Ostiense e lo stesso Donizone, siccome autori del secolo susseguente, avendo preso dalla tradizion dei vecchi gli avvenimenti di questo tempo, confusero non poco il vero col falso. L'Ostiense s'ingannò, scrivendo che la regina Adelaide fosse per tre anni assediata in Canossa. Ingannossi forte anche Donizone con iscrivere che Ottone il Grande calò in persona a liberar Canossa; e che, venuto alle mani col re Berengario nel prato di Fontana, lo sconfisse, l'ebbe vivo nelle mani, ed inviollo prigione in Germania, dove terminò i suoi giorni; e che poscia fu creato re Alberto (lo stesso è che Adalberto) suo figliuolo, il quale tornò all'assedio di Canossa. Aggiugne ancora, che spedito dal re Ottone in Italia il duca Litolfo suo figliuolo, restò ucciso in una battaglia di man propria da esso re Alberto: il che inteso Ottone, frettolosamente con una armata venne in Italia, e qui fu creato re d'Italia ed imperadore. Somma confusion di tempi e di fatti si scuopre in questo racconto, per quel che vedremo. Per ora sappiamo di certo coll'autorità dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, ad hunc ann.] e di Frodoardo [Frodoardus, in Chronico, ad ann. 957.], che Lodolfo nel corso di questo anno in Italiam ad comprimendam Berengarii tyrannidem dirigitur, et in brevi expulso Berengario, totius Italiae possessor efficitur. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] anche egli scrive sotto il presente anno: Liutolfus dux Italiam hostiliter invasit, fugatoque Berengario et filio ejus, Papia urbe, provinciaque potitus est. Arnolfo storico milanese del secolo susseguente [Arnulf., Hist. Mediolanens. lib. I, cap. 6.] non discorda da tali scrittori, con dire che Berengario, odiato dagl'Italiani principalmente per la crudeltà sua, e per l'avarizia di Guilla sua moglie, non si attentò di venire a battaglia con Litolfo spedito dal padre in Italia; sed ingressus, quod dicitur sancti Julii, inexpugnabile municipium (nel lago d'Orta distretto di Novara) resedit invalidus. Dice di più, che tradito da' suoi Berengario, fu dato in mano di Litolfo; ma che questi con eroica magnanimità il lasciò andar libero, volendolo vincere coll'armi e non colla perfidia. Altro che questo a noi non suggerisce intorno ad un tale avvenimento la storia d'Italia. Se allora succedesse la battaglia accennata da Donizone nel prato di Fontana, in cui egli (con errore, a mio credere) fu sconfitto e preso il re Berengario, nol saprei dire. Credo eziandio che Litolfo conquistasse parte della Lombardia, ma non già tutta l'Italia, come scriveva l'Annalista sassone. Il Continuatore di Reginone non altro dice, se non che egli totius paene Italiae possessor efficitur.


DCCCCLVII

Anno diCristo DCCCCLVII. Indiz. XV.
Giovanni XII papa 2.
Berengario II re d'Italia 8.
Adalberto re d'Italia 8.

Andavano prosperando in Italia l'armi di Litolfo duca di Lamagna, figliuolo del re Ottone, e già pareva che, abbattuto Berengario col figliuolo, non potesse più risorgere: quando l'improvvisa morte di esso Lidolfo troncò il filo alla fortuna e vita di lui, e fece mutar aspetto alle cose d'Italia. Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.] cel rappresenta passato da parte a parte in una battaglia dalla lancia del re Adalberto. Ma più fede merita chi il dice morto in altra maniera. Febre correptus, scrive Epidanno [Epidannus, in Chronic.] nella sua Cronica. E Froduardo [Frodoardus, in Chronico.]: Liudulfus Othonis filius, qui paene totam obtinuerat Italiam, obiit, sepeliturque Moguntiae apud sanctum Albanum. Ed Ermanno Contratto [Hermann. Contractus, in Chron.]: Liutolfus dux commissa pugna Adalpertum vincit, cunctisque sibi una cum regno Italiae subjugatis, ipse eodem anno apud Plumbiam immaturo obitu vita decessit, et magno multorum luctu Moguntiae sepultus est. Non so se qui si parli di Plombia terra della diocesi di Novara. Ditmaro [Ditmarus, in Chronic., lib. 2.] ci ha conservato il dì della sua morte, con iscrivere, non senza qualche differenza dagli altri scrittori circa il motivo della sua venuta in Italia: Liudulfus regis filius, malorum depravatus consilio, rursum rebellavit, patriaque cedens, Italiam perrexit; ibique quum annum ferme unum esset, octavo idus septembris (proh dolor!) obiit. Hujus corpus a sociis ejusdem Moguntiam delatum, lugubriter in ecclesia Christi martyris Albani sepultum. Vanno concordi questi autori in asserire seppellito il corpo del suddetto principe in Magonza, nè si oppongono a Donizone, il quale attesta che le viscere di lui ebbero sepoltura nella chiesa di san Prospero di Antognano, vicino al prato di Carpineto sul Reggiano, ma il corpo imbalsamato fu mandato in Germania al re Ottone suo padre. Facilmente s'intende ancora che la mancanza di questo principe si tirò dietro il risorgimento dei re Berengario e Adalberto, i quali, tornati che furono i Tedeschi nelle loro contrade, dovettero senza fatica rimettersi in possesso delle città perdute. Ma si vuol aggiugnere essere corso in Italia un sospetto che Berengario avesse procurata a Litolfo la morte con quei mezzi a' quali può ricorrere solamente chi è servo dell'iniquità. Postea vero, scrive Arnolfo storico milanese, pius ille Liutulfus perfidia Langobardorum fertur veneno necato. Nelle giunte da me fatte alla Cronica del monistero di Casauria [Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si legge uno strumento di terre concedute a livello da Ilderico abbate di quel sacro luogo ad Attone, ossia ad Azzo conte, scritto regnantibus domno Berengario, et Adelberto filio ejus regibus, anno regni eorum in Dei nomine VII, et temporibus Teobaldi ducis et marchionis anno ejus IV, mense junii, per Indictionem XV. Abbiamo qui assai luce per conoscere che in questi tempi era il governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino appoggiato a Teobaldo ossia Tebaldo. Egli, siccome di sopra osservai all'anno 946, era figliuolo di quel Bonifazio di nazione ripuaria, che era stato duca anch'esso e marchese di quelle contrade. Numerandosi qui l'anno quarto del suo ducato, convien credere che nell'anno 953, o 954 mancasse di vita Bonifazio suo padre, e che egli succedesse nel governo di quegli stati. L'autore della Cronica farfense [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.] fa parimente menzione sotto questi tempi marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. Nella Sabina è situato il monistero di Farfa; e la Sabina era allora compresa nel ducato di Spoleti. Abbiamo poi dalla Cronica arabica [Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], che venuto nell'agosto dell'anno precedente in Sicilia un generale moro, appellato Ammar, dopo avere svernato in Palermo, uscito di colà nella primavera, passò in Calabria. All'incontro arrivato in Sicilia Basilio ammiraglio de' Greci, vi spianò la moschea di Riva, e prese la città di Termine; e venuto alle mani con Assano moro, signore dell'isola nella valle di Mazara, misero a filo di spada molti di quegli infedeli.


DCCCCLVIII

Anno diCristo DCCCCLVIII. Indiz. I.
Giovanni XII papa 3.
Berengario re d'Italia 9.
Adalberto re d'Italia 9.

Perchè Ottone il grande re di Germania, dopo la morte di Lodolfo suo figliuolo, succeduta in Italia, niuna inquietudine recasse ai re Berengario e Adalberto, potrebbe taluno chiederlo; e si potrebbe rispondere che Berengario dovette placarlo in qualche maniera. Ne è anche un contrassegno il vedere che esso Berengario, quantunque per le ragioni vecchie, e per la venuta del suddetto Litolfo, a cui aderì tosto Alberto Azzo, dovesse nudrire rabbia e mal talento verso di questo bisavolo della contessa Matilda, pure il lasciò in pace, per riguardo, come si può conghietturare, ad Ottone di lui protettore. Anzi è da osservare, che se non prima, almeno in quest'anno esso Alberto Azzo porta il titolo di conte, cioè di governatore probabilmente di qualche città. Ciò costa da uno strumento da me prodotto [Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.], scritto Berengarius et Adelbertus filio ejus gratia Dei reges, anno regni eorum, Deo propicio octavo, mense novembris, Indictione secunda: indicanti l'anno presente. In esso strumento Atto filius quondam idemque Attoni de comitatu parmense, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum, vende alcuni beni ad Alberto, qui et Atto comes, consobrino meo, filius quondam Sigefredi de comitato lucensi. Fu stipolato quello strumento in loco insula Judiciaria parmensis. Potrebbe essere che a questi tempi appartenesse ciò che narra l'autore della Cronica farfense. Quel tiranno e dilapidatore dell'insigne monistero di Farfa, Campone abbate, di cui parlammo all'anno 939, era tuttavia vivo, ed opprimeva quel sacro luogo. Giovanni XII papa cominciò ad abborrirlo, sicut et suus pater, cioè Alberico patrizio. E nol lasciando tornare al governo del monistero, creò in sua vece abbate di Farfa un certo Adamo, oriundo della città di Lucca, se pure non vuol dire di Lucania. Ma perchè in questi tempi per la maggior parte i monisteri di Italia, seminarii una volta di virtù, erano divenuti sentine di vizii, esso Adamo ben tosto si scoprì non da meno del suddetto Campone. Pro publico autem stupri scelere, in quo detentus est a militibus papae Johannis, et marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat. Per esimersi dal gastigo gli convenne alienar due corti ed altri fondi spettanti a quel monistero. Lupo protospata [Lupus Protospata, Chron.] all'anno 955 notò che Mariano generale dei Greci venne in Puglia. Sotto quest'anno poi, oppur nel seguente, l'autore della Cronica arabica [Chron. Arabic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] della Sicilia lasciò scritto che Assano saraceno, signore di quell'isola, transfretavit et ivit obviam fratri suo Ammar. Et fugit coram eo Marianus Strategus, abducta tamen navi e navibus Moslemiorum. Aggiugne appresso che quell'armata navale di Mori, nel tornare di settembre in Sicilia, andò tutta a male, e fu d'uopo farne una di nuova. Circa questi tempi Attone vescovo di Vercelli, grande ornamento di quella chiesa per la sua letteratura e pietà, diede fuori il suo trattato De pressuris Ecclesiae, dove espone il mal trattamento che si facea dei vescovi, con permettere a tutti di accusarli, con esigere da essi che in mancanza di pruove prendessero il giuramento, ed accettassero il duello da farsi con qualche loro campione. Riconosce per canoniche e come vegnenti da Dio le elezioni de' vescovi fatte dal clero e popolo. Ma i principi poco timorati di Dio, sprezzando queste regole, volevano che la lor volontà prevalesse in eleggere i sacri pastori. E quali mai? Si rifiutavano i meritevoli eletti, e conveniva prendere i prediletti da loro, ancorchè indegni, non considerando essi il merito del sapere e della bontà de' costumi, ma solamente le ricchezze, il parentado e i servigii. E se non vendevano le chiese per denaro, le davano nondimeno in pagamento della servitù prestata da essi, o dai lor parenti alla corte. Però si vedevano fanciulli alzati al vescovato, e si obbligava il popolo a dar testimonianze favorevoli a questi sbarbatelli, che appena avevano imparato a memoria qualche articolo della fede, per potere rispondere, benchè tremando, all'esame: il quale era tuttavia in uso piuttosto per formalità, che per chiarire la scienza d'essi. Ed ecco qual fosse in questi tempi lo stato miserabile delle chiese d'Italia.