DCCCCLIX
| Anno di | Cristo DCCCCLIX. Indiz. II. |
| Giovanni XII papa 4. | |
| Berengario re d'Italia 10. | |
| Adalberto re d'Italia 10. |
Era assai vecchio Pietro Candiano III doge di Venezia; a questa malattia si aggiunse la grave afflizione provata per la ribellione di Pietro suo figliuolo, che servì ad affrettargli la partenza da questo mondo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Non fu egli sì presto morto, che raunato il gran consiglio del popolo, dove intervennero anche i vescovi ed abbati, tutti deliberarono di voler per loro doge quel medesimo Pietro IV che essi prima aveano giurato di non ammettere al loro governo. Però a gara con quasi trecento barche se n'andarono a Ravenna a levarlo, e pomposamente ricondottolo a Venezia, di nuovo il crearono doge. Accadde probabilmente in questo anno un fatto, di cui ci ha conservata una breve memoria l'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. II. tom. 2 Rer. Ital.]. Cioè che Giovanni XII papa, il quale comandava tanto in temporale che spirituale in Roma, ebbe delle dissensioni con Pandolfo e Landolfo II principi di Benevento e di Capua, ch'esso istorico chiama figliuoli di Landolfo I, ma con errore, perchè Pandolfo fu figliuolo e non fratello di Landolfo II, il quale fin dall'anno 943 l'avea dichiarato collega nel principato. Ora papa Giovanni dum esset adolescens, atque vitiis deditus, undique hostium gentes congregari jussit in unum, et non tantum romanum exercitum, sed et tuscos spoletinosque in suum suffragium conduxit. Nè i popoli di Spoleti, nè quei della Toscana erano allora sudditi del papa, e però gli dovette egli trar seco in lega. A questo avviso Landolfo principe di Benevento mise in armi tutti i suoi Capuani, ed incontanente spedì a Salerno, pregando Gisolfo principe di quella terra di accorrere in aiuto suo. Venne Gisolfo con fiorito esercito e gran salmeria. Non ci volle di più per fare abortire tutti i disegni di papa Giovanni; perciocchè dum Romani, Spoletinique et Tusci adventum principis Gisulfi reperissent, magno metu percussi, suos repetunt fines. Aggiugne il medesimo storico, che da lì a qualche tempo papa Giovanni per suoi ambasciatori fece intendere a Gisolfo suddetto di voler contraere lega con lui. Venne Gisolfo da Salerno a Terracina, conducendo seco un nobilissimo corteggio, e colà portatosi anche il papa, stabilirono tra loro la desiderata lega. In somma dice questo scrittore salernitano, essere stato in tanto credito Gisolfo principe di Salerno, che tanto i Greci che i Saraceni, Franzesi e Sassoni si studiavano di averlo per amico, e niuno si attentava a toccare gli stati di lui. Ho io data alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.] una donazione da lui fatta alla chiesa di san Massimo, fondata in Salerno a domino Guaiferio principe bisavio nostro, come egli dice. Lo strumento fu scritto in anno vigesimo quinto principatus nostri de mense aprilis, Indictione II, cioè nell'anno presente, se quelle note furono ben copiate. Leggesi parimente nelle Antichità italiche [Ibid., Dissert. II.] un diploma dei re Berengario e Adalberto, dato VIII kalendas novembris, anno Incarnationis Domini DCCCCLVIII, regni vero domnorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum VIIII, Indictione III. Actum Papiae. Anche questo documento appartiene all'anno presente. Non si sa già a quale sia precisamente da riferire una lettera scritta dal soprallodato Attone, ossia Azzo vescovo di Vercelli in questi tempi, personaggio di sacra letteratura ornatissimo, come dimostrano l'opere sue date alla luce dal padre Dachery [Atto Vercellensis, Epist. 11, in Spicileg. Dachery.], e tanto più degno di stima, quanto più era comune allora l'ignoranza in Italia. Tutti si lamentavano, ma specialmente i vescovi, dell'aspro governo del re Berengario, e si può credere che studiassero le maniere di sgravarsene. Ora Berengario, a cui non mancavano spie, per assicurarsi della fedeltà d'essi prelati, volle obbligarli a dargli degli ostaggi. Sopra ciò Attone scrisse ai vescovi suoi confratelli (giacchè non era loro permesso di raunarsi), per udire il loro sentimento intorno a questa novità. Egli intanto giudiziosamente propone il suo con riconoscere l'obbligo della fedeltà dovuto a' suoi sovrani, ma con sostenere che non si dee far quello che non hanno fatto i predecessori; nè essere giusto l'esporre gli ostaggi a' pericoli della vita, perchè i vescovi se non si trattenessero per timore di Dio dal mancare al loro dovere, molto men se ne guarderebbero per timore di nuocere agli ostaggi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, posto davanti alla Cronaca di Farfa, [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] prima dell'anno 960 si vede menzionato Trasmundus dux, il quale si può credere succeduto in quel ducato dopo la morte o per altra mancanza di Teboaldo duca e marchese di quella contrada. All'anno 981 noi troveremo creato duca e marchese di Spoleti e Camerino un Trasmondo, senza potersi chiarire se sieno diverse persone, e forse l'un figliuolo dell'altro, o se pure fuor di sito avesse il Cronista farfense parlato di un Trasmondo duca verso questi tempi.
DCCCCLX
| Anno di | Cristo DCCCCLX. Indizione III. |
| Giovanni XII papa 5. | |
| Berengario II re d'Italia 11. | |
| Adalberto re d'Italia 11. |
Non ha la storia d'Italia autore alcuno da cui si possa ricavare in che consistessero gli aggravii fatti dal re Berengario a quasi tutti i principi d'Italia, ed in particolare al romano pontefice. Ch'egli ne facesse, e molti ed intollerabili, si può argomentare da quanto lasciarono scritto gli antichi storici, fra i quali Liutprando, dove racconta [Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6.], che regnantibus, immo saevientibus in Italiam, et, ut verius fateamur, tyrannidem exercentibus Berengario atque Adelberto, Giovanni XII papa spedì per i suoi legati ad Ottone il grande re di Germania Giovanni cardinal diacono ed Azzone notaio, oppure archivista, con pregarlo che per amore di Dio e dei santi apostoli Pietro e Paolo volesse liberar lui e la santa Chiesa romana dalle griffe di questi due re, e rimetterla nella sua primiera libertà. Dietro ai legati pontificii arrivò in Sassonia Gualberto arcivescovo di Milano, che appena vivo s'era potuto sottrarre alla rabbia di Berengario e Adalberto, protestando di non poter più sofferire la loro crudeltà, e molto men quella di Willa ossia Guilla moglie di Berengario, che contro le leggi ecclesiastiche volea sostenere come arcivescovo di Milano Manasse arcivescovo d'Arles, il quale altronde si sa che seguitava tuttavia ad intitolarsi arcivescovo di Milano. In oltre sopraggiunse Gualdone vescovo di Como, e non già di Cuma, come si pensò il padre Pagi, lamentandosi anch'egli di varie oppressioni a lui fatte dai due re suddetti e dalla regina Willa. Aggiugne Liutprando: Venerunt et nonnulli alterius ordinis ex Italia viri, quos inter illustris marchio Otbertus cum apostolicis cucurrerat nuntiis, a sanctissimo Othone tunc rege, ut dixi, nunc augusto Caesare, consilium, auxiliumque expetens. Lo stesso abbiamo dal Continuatore di Reginone [Continuator Rheginonis, in Chronico.], le cui parole, rapportate ancora dall'Annalista Sassone [Annalista Saxo.], sono le seguenti sotto quest'anno: Legati quoque ab apostolica Sede veniunt Johannes diaconus, et Azo scriniarius, vocantes regem ad defendendum Italiam et romanam rempublicam a tyrannide Berengarii. Waltbertus etiam archiepiscopus mediolanensis, et Waldo cumanus episcopus, et Opertus marchio, Berengarium fugientes, in Saxonia regem adeunt. Sed et reliqui paene omnes Italiae comites et episcopi, literis eum autem legatis, ut ad se liberandos veniat, exposcunt. Convien qui por mente a questo Oberto marchese, indubitato ascendente della real casa d'Este, che mireremo anche diramata nella real casa di Brunsvich dominante in Germania e nella gran Bretagna. Noi vedemmo questo principe nell'anno 951, caro al re Berengario, e suo confidente. Ma Berengario, facile a farsi dei nemici, era anche più facile a perdere gli amici. Non potendo più il marchese reggere alle aspre ed ingiuste maniere di lui, ricorse anch'egli al re Ottone. Siccome si dimostrerà, questo marchese Oberto non è già lo stesso che Uberto figliuolo bastardo del re Ugo, e marchese di Toscana, del quale Uberto non parlano più da qui innanzi le carte antiche di Lucca. Noi troveremo il nostro Oberto sotto Ottone il grande, uno de' primi personaggi nella sua corte e di tutta l'Italia; laddove Uberto marchese di Toscana fu da esso Ottone cacciato in esilio.
Se mi vien chiesto di qual marca avesse allora il governo il suddetto Oberto, non so rispondere, per mancanza di lumi. So bene (e lo vedremo andando innanzi) ch'egli, mancato di vita circa l'anno 975, lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè Adalberto ed Oberto II, amendue marchesi. E questo Adalberto, siccome costa da uno strumento lucchese, citato dal Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 4.], e da me poi pubblicato nelle Antichità estensi [Antichità Estensi P. I, cap. 21.] vien chiamato Adalbertus marchio, filio bonae memoriae Obberti, et nepos bonae memoriae Adalberti, qui fuit similiter marchio. Sicchè padre di questo Oberto, chiamato illustre marchese da Liutprando, fu un altro marchese Adalberto; e però, secondo i miei conti e per le osservazioni già addotte in essa opera, concorrono fortissime conietture a farci credere il padre d'esso Oberto discendente da uno dei due Adalberti duchi e marchesi di Toscana, o per via di Bonifazio figliuolo di Adalberto I, o per quella di Guido o di Lamberto figliuoli di Adalberto II duchi anch'essi di Toscana. Sotto i re Ugo e Lottario fu perseguitata e depressa la prosapia d'essi Adalberti; ma sotto Berengario, e maggiormente poi sotto Ottone il Grande, si rialzò nella persona del mentovato marchese Oberto, con durar tuttavia per misericordia di Dio nelle nobilissime due case regnanti che testè ho accennato. Ora tornando ad Ottone I re di Germania, dovette ben parergli saporito l'invito a lui fatto da tanti principi di acquistare non solamente il regno d'Italia, ma anche la corona dell'imperio romano; e però in questo anno egli accudì alle provvisioni necessarie per calare con forza e decoro in Italia nell'anno vegnente. Truovasi una donazione fatta dal re Berengario alla regina Willa ossia Guilla sua moglie [Antiquit. Ital., Dissertat. XIX.], interventu ac petitione Widonis marchionis, nostrique dilecti filii. Fu dato quel diploma octavo die kalendas novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCLX, Indictione quarta regni vero domnorum Berengarii, et Adalberti regum decimo. Actum vero Papiae. Sotto questo medesimo anno racconta il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Pietro Candiano IV doge di Venezia, insieme con Buono patriarca di Grado, con Pietro vescovo di Olivola, ossia di Venezia stessa, con Giovanni vescovo di Torcello, e con gli altri vescovi, clero e popolo, rinnovò il decreto già fatto da Orso I doge, di non far da lì innanzi mercatanzia degli servi ossia degli schiavi cristiani. Cioè da gran tempo costumavano i mercatanti veneziani di comperare dai corsari schiavoni o ungheri, dei poveri cristiani fatti schiavi, e poi li rivendevano ai Saraceni o ad altre nazioni pagane. Circa l'anno 877 fu proibito questo infame traffico dai dogi e dal clero e popolo di Venezia con pene temporali e spirituali. Ci fu bisogno ancora in quest'anno di rinnovar lo stesso divieto, con proibire nel medesimo tempo il portar lettere d'Italiani, o di Tedeschi ai Greci, o al loro imperadore, ad istanza forse del re Berengario, a cui non doveano piacere simili intelligenze. Donizone [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.], oltre all'assedio di Canossa fatto dal re Berengario, o sciolto nell'anno 946, ne racconta un altro succeduto dipoi, od intrapreso dal re Adalberto, ma con imbrogliare i tempi, perchè scrive essere venuto in Italia Litolfo figliuolo del re Ottone, per le cui forze restò libera Canossa. Ucciso poi, com'egli vuole, Litolfo in una battaglia, Alberto Azzo signore di quella rocca scrisse immediatamente al re Ottone che scendesse in Italia, perchè questa sarebbe sua: e che Ottone
. . . . . . confestim multos secum inde revexit
Italiam secum, quem pacifice petierunt