DCCCCLXXII

Anno diCristo DCCCCLXXII. Indiz. XV.
Benedetto VI papa 1.
Ottone I imperadore 11.
Ottone II imperadore 6.

In Roma celebrò Ottone Augusto la Pasqua dell'anno presente, secondo l'attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccard.]. Colà s'era egli portato per aspettarvi la regal nuora Teofana, o vogliam dire Teofania, che già era pervenuta in Italia con superbo accompagnamento, e magnifici regali da dispensare alla corte cesarea. Ottone le mandò incontro Teoderico vescovo di Metz. Di questo vescovo parla Sigeberto [Sigebert., in Vit. Theoderici I Episcop., Metens.] diacono nella sua vita, allorchè dice: Domno praesule Beneventum veniente, dum nurui imperatoris a Graecia venienti obviam missus esset, ec. Giunse a Roma questa regal principessa, fanciulla di rara avvenenza, e d'ingegno e facondia ben provveduta. Nell'ottava di Pasqua, cioè nel dì 14 di aprile, seguì il solennissimo matrimonio suo con Ottone II Augusto, arridentibus cunctis Italiae Germaniaeque primatibus, come scrive Ditmaro, e si fecero di grandi feste in così lieta congiuntura. Poscia l'imperadore col figliuolo e colla nuora, lasciando l'Italia in pace, s'inviò alla volta della Germania, da cui per tanto tempo era stato lontano. Nel passare per Ravenna, concedette un privilegio chiestogli da Onesto arcivescovo in favore del monistero di Classe [Antiquit. Ital., Dissertat. LXXII.], e dato anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXII, imperii vero domni Ottonis semper Augusti XI, alterius vero Ottonis V, Indictione XV. Acta Ravennae. Manca il giorno e mese o per dimenticanza del cancelliere, o per inavvertenza del copista. Ma si vede che era tuttavia vivo papa Giovanni XIII, col cui consenso, trattandosi di affare di Chiesa, Ottone proibisce l'alienazion de' beni di quel monistero. Tenne esso papa un concilio in Roma nell'anno presente, ciò apparendo da una sua bolla rapportata dal padre Dachery [Chronic. Monaster. Mosomens., apud Dachery, in Spicileg.], e data anno pontificatus VII, imperii domni Ottonis majoris XI, junioris vero V, in mense aprili, Indictione XV. Solamente pochi mesi dopo questo fatto sopravvisse questo dignissimo papa; e la sua morte, come si ricava dall'epitaffio suo presso il cardinale Baronio [Baron., in Annal. Eccles. ad hunc annum.], accadde nel di 6 di settembre. Ebbe verso il fine dell'anno per successore nella cattedra di san Pietro, non già Dono, come Ermanno Contratto ed altri, seguitati da esso cardinale, hanno scritto, ma, come c'insegna Sigeberto [Sigebertus, in Chronic.] con Martino Polacco [Martinus Polonus, in Chronic.], Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl.] ed altri, Benedetto VI di nazione romano. Durò la vacanza della santa sede circa tre mesi, come osserva il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad hunc. annum.], perchè convenne aspettare l'assenso degl'imperadori che erano allora in Germania. Ho io dato alla luce un placito tenuto nella villa di Gragio da Otberto marchese e conte del sacro palazzo, cioè da uno de' progenitori della casa d'Este [Antichità Estensi, P. I, cap. 16.], anno imperii domni Hottoni undecimo, imperii vero domni Hottoni filio ejus, Deo propitio, quinto, XIII kalendas septembris, Indictione XV, cioè nel dì 20 d'agosto dell'anno presente. Da esso documento risulta ch'esso marchese godeva con titolo di benefizio, secondo la biasimevol usanza di que' tempi il celebre monistero di san Colombano di Bobbio, a lui conferito de parte domnorum imperatorum.

Intorno a che è da osservare che circa a questi medesimi tempi era abbate di Bobbio Gerberto, di nazione franzese, famoso personaggio per la sua letteratura, per varie sue avventure, e per essere infine, siccome vedremo, giunto a conseguire il pontificato romano. Si sa da una sua lettera [Gerbertus, Epist. 17.], scritta verso l'anno 970, ch'egli fu promosso a quella ricchissima badia da Ottone I imperadore, e ch'egli ricevette il baston pastorale di quel monistero da papa Giovanni XIII. Di grandi vessazioni ebbe quivi Gerberto, e tali, che in fine gli convenne ritirarsi in Germania: il che fu principio della sua fortuna, perchè giunse ad essere maestro di lettere di Ottone III, poscia imperadore, ed entrò in più vaste carriere. Nelle lettere che restano di lui, si scorge che abbondavano i suoi nemici, ma niun vestigio c'è ch'egli si lagni del marchese Otberto, tuttochè per ragione di quell'appellato benefizio questi possedesse una parte delle rendite del monistero. Le sue principali querele erano contra di Pietro vescovo di Pavia, al quale scrive [Idem, Epist. 5.] come ad un usurpatore dei beni appartenenti a quel sacro luogo. A me non è venuta alle mani altra notizia dell'ulterior vita del suddetto principe, cioè del marchese Otberto. Ben so ch'egli nell'anno 975 non si contava tra i vivi, e che lasciò dopo di sè almeno due figliuoli, cioè Adalberto (lo stesso è che Alberto) ed Oberto II, amendue marchesi. Varie pruove ne aveva io addotto nelle Antichità estensi [Antichità Estensi, P. I, cap. 15 e 20.], ma più individualmente si raccoglie da uno strumento, esistente nell'archivio archiepiscopale di Pisa, somministratomi dal fu chiarissimo padre abbate camaldolese don Guido Grandi, pubblico lettore in quella università, e da me pubblicato nelle Antichità italiane [Antiq. Ital., Dissert. VII.]. Ivi Adalbertus et Obertus germani marchioni filii bonae memoriae Oberti marchionis et comitis palatio, prendono a livello varii beni da Alberico vescovo di Pisa, regnante domno nostro Otto imperatore Augusto, filio bonae memoriae Ottonis imperator, anno imperii ejus in Italia octavo, idus octobris...... cioè nell'anno 975. Da Oberto II marchese discendono i principi estensi, siccome andremo vedendo. Lasciò Oberto I di grandi stati e beni ai suoi figliuoli, situati specialmente in varii contadi della Toscana, dove poi fu celebre la terra Obertenga. E più che altrove la sua potenza e ricchezza fu nella Luigiana: tutti indizii che Adalberto marchese suo padre discendeva dagli Adalberti da noi veduti duchi e marchesi potentissimi della Toscana, secondo le forti conietture da me recate nelle suddette Antichità [Antichità Estensi, P. I.]. Merita ancora d'essere qui rammentata la distruzione circa questi tempi seguita dei Saraceni, da tanti anni annidati in Frassineto ne' confini dell'Italia, che infestavano il vicinato, e mettevano in contribuzione chiunque osava di passare per le Alpi venendo o andando in Francia. La gloria di averli schiantati di colà è dovuta a Guglielmo conte di Provenza, fratello di Corrado re di Borgogna, che con un forte esercito gli assalì e sconfisse [Odilo et Syrus, in Vita S. Majoli apud Mabill. Annal. Bened.], liberando una volta da sì gran peso quelle contrade. Racconta ancora Lupo protospata [Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Italic.] un altro fatto d'armi dei Cristiani, succeduto in quest'anno contro i Saraceni di Calabria, che per noi resta involto in molte tenebre: Pugnavit, dice egli, Asto filius Trasmundi marchisi cum quatuordecim millibus Saracenorum. Caytus (sive dux) Bucobolus vocabatur; et Otto in subsidium misit sex millia suos, et vicit Asto persequens Agarenos usque Tarentum. Si dee scrivere Atto cioè Azzo, il quale ebbe per padre quel Trasmondo che noi vedemmo all'anno 959 duca e marchese di Spoleti: se pure (il che par poco credibile) non parlasse il suddetto autore per anticipazione di Trasmondo, che troveremo creato duca e marchese di que' paesi nell'anno 981, senza apparire se questo fosse diverso dall'altro. La città d'Amalfi ebbe nei tempi correnti per suo duca [Antiquit. Italic., tom. I, pag. 210.] Sergio imperiale patrizio, titolo a lui conferito dai greci Augusti. Salì egli a questa dignità con aver fatto levare la vita a Mastari precedente duca.


DCCCCLXXIII

Anno diCristo DCCCCLXXIII. Indiz. I.
Benedetto VI papa 2.
Ottone II imperadore 7 e 1.

Fu questo l'ultimo anno della vita del vecchio Ottone imperadore. Trovavasi egli in Germania; avea celebrato il santo Natale dell'anno addietro in Francfort, la Pasqua del presente in Quintileburg [Witichindus, Ditmarus, Annalista Saxo et alii.], dove ricevette le ambascerie dei Boemi, Greci, Beneventani, Ungheri, Bulgari, Danesi e Slavi. Quivi ancora dimorando confermò i privilegii alla chiesa di Cremona con diploma [Antiquit. Ital., Dissert. LXXI.] dato V kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, Indictione I, Imperii domni Ottonis XII, item Ottonis VI. Actum Quintileburg. La morte di Erimanno insigne duca di Sassonia l'attristò non poco. Passò a Merseburg, lasciando dappertutto segni della rara pietà. Giunto a Miminleve, quivi sorpreso o da accidente apopletico, o da altro frettoloso malore, dopo aver ricreata l'anima coi santi sacramenti, la rendè al suo Creatore nel dì 7 di maggio. Principe terror dei Barbari, che per le sue grandi imprese in guerra, per l'amore e propagazion della religione, per lo zelo della giustizia, e per altre luminose virtù, giustamente dopo Carlo Magno si acquistò il titolo di Grande. Fu portato il suo corpo alla sepoltura in Maddeburgo. Ancorchè Ottone II suo figliuolo già fosse coronato re di Germania e d'Italia, e solennemente creato imperadore de' Romani dal papa; contuttociò i principi della Germania confermarono di nuovo l'elezione sua. Questi, soprannominato il Rosso, nei primi suoi anni lasciossi alquanto trasportare alla via lubrica de' vizii, ma non tardò a rimettersi sul buon cammino. Abbondava allora la Germania di vescovi e di abbati santi che coll'esempio loro ispiravano l'amore delle virtù. Era anche una scuola di santità la stessa sua casa paterna, in cui l'avola Matilde, e la madre Adelaide meritarono d'essere riposte nel catalogo delle principesse sante, per nulla dire del piissimo suo genitore, di Brunone arcivescovo di Colonia suo zio paterno, di Guglielmo arcivescovo di Magonza suo fratello, e d'altri di quella regal famiglia, tutti per la singolare lor pietà e per molte altre virtù commendati nella storia di questi tempi. Godeva nell'anno presente l'Italia un'invidiabil pace. Rapporta Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.] gli atti assai logori di un concilio tenuto nel dì 7 di settembre dell'anno presente da Onesto arcivescovo di Ravenna con alcuni vescovi suoi suffraganei e molti nobili nella terra di Marzaglia del contado di Modena vicino al fiume Secchia. Anche il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.] ne fa menzione sotto questo anno, citandone gli atti esistenti nell'archivio de' canonici di Modena, i quali diversi da quei del Rossi furono poi dati alla luce dal vescovo Sillingardi [Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.]. Tali sono le note cronologiche presso il Rossi: Temporibus domni Benedicti apostolici..... ejus in Dei nomine anno primo, imperante domno Othone piissimo anno VI, die nono septembris, Indictione II. Actum in loco, ubi dicitur Martialia, territorio mutinensi. Di qui e da altri atti apparisce che gli anni de' papi, anche fuor degli Stati della Chiesa, si contavano per venerazione al sommo pontificato. Presso al Sillingardi si leggono queste altre note: Anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXIII, apostolatus domni Benedicti primo, imperii vero domni Othonis octavo, pontificatus domni Honesti ravennatis metropolitani tertio. In loco Marsaglia. Ma qui v'ha qualche sbaglio. In uno strumento del monistero di Subiaco s'incontrano queste note: Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontificis et universalis papae primo, imperantibus imperatoribus Ottone majori anno XII, et Othone minori ejus filio anno sexto, Indictione I, mense februario, die nona. Camminano ben queste note, perchè non era per anche mancato di Vita Ottone il Grande. Negli atti del Sillingardi litigava Adalberto vescovo di Bologna per alcuni beni pretesi della sua chiesa, e goduti da Uberto vescovo di Parma. In quei del Rossi alcuni nobili ravegnani pretendevano alcuni beni, come lor propri, esistenti nel Bolognese e in altri luoghi della Romagna; e il suddetto vescovo di Parma li sosteneva come a sè spettanti ex investituris magni Othonis imperatoris: il che fa intendere il dominio di Ottone I imperadore nell'esarcato. Uberto per essere stato arcicancelliere di esso Ottone ne dovea aver ben profittato. Morto che fu Ottone, chi si credea gravato gridò. Veggonsi ancora presenti a quel concilio alcuni conti dell'esarcato. Tali soleano denominarsi i governatori delle città del regno d'Italia. Nel suddetto archivio di Subiaco si conserva un'altra bolla con queste note: Data VI kalendas december, per manum Johannis Deo amabilis primicerei summe apostolice sedis, anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universali pape in sacratissima sede beati Petri apostoli primo, imperante domno nostro Ottone piissimo P. P. Augusto, a Deo coronato pacifico imperatore, Indictione II. Se questa indizione ha avuto principio nel settembre, abbiam qui l'anno presente 973, e da tale documento risulta che Benedetto VI avea dato principio al suo pontificato o sul fine del precedente anno, o sul principio di questo. Può essere poi che a questo medesimo anno appartenga ciò che viene raccontato dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. I. tom. 2 Rer. Italic.], cioè che Pandolfo Capodiferro, principe di Benevento, a cui non uscivano di mente i danni recati dai Napoletani al distretto di Capoa, unito insieme un esercito di Beneventani e Spoletini, andò a devastare il territorio di Napoli. Pensava anche di fare il medesimo giuoco a quel di Salerno; ma eccoti venire Gisolfo I principe di quella contrada con una buona armata de' suoi, e postarsi ad un luogo appellato Fiumicello, dove erano delle buone fosse, anticamente fatte, aspettando a piè fermo i Beneventani. Ciò veduto, Pandolfo se ne tornò a casa, senza recar altra molestia ai Salernitani.