Tenuto fu quest'anno un concilio in Roma da papa Giovanni XIII. Gli atti ne sono periti; ma ne resta la testimonianza nella bolla dell'erezione della chiesa di Benevento in arcivescovato, fatta in esso concilio dal papa. Le note cronologiche di quella bolla son queste: [Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in Episcop. Benevent.] Data VII kalendas junii anno pontificatus domni nostri Johannis XIII papae IV, imperatoris Othonis majoris VII, et minoris II, Indictione XII, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXIX. Pandolfo Capodiferro quegli fu che procacciò questo onore alla sua città di Benevento, e adoperò l'intercessione dell'imperadore, praesidentibus nobis, dice il pontefice, in sancta synodo acta ante confessionem beati Petri Apostolorum principis septimo kalendas junias, praesente domno Ottone gloriosissimo imperatore Augusto Romanorum, nostro filio, ec. hortatu benigno ipsius praefati domni Ottonis clementissimi imperatoris Augusti, ec. intervenientibus Pandulfo beneventanae et capuanae urbium principe, seu Spoleti et Camerini ducatus marchione et duce, simulque et Landulfo excellentissimo principe filio ejus, ec. Sicchè seguitava tuttavia Pandolfo a governare anche Spoleti e Camerino. Di lui racconta l'Anonimo salernitano il fatto seguente [Anonymus Saler., P. I. tom. 2 Rer. Ital. p. 299.]. Dacchè l'imperadore ebbe dato il guasto alla Calabria e al principato di Salerno, se no andò a Ravenna Pandolfo; il pregò di lasciargli un corpo delle sue truppe, per poter tentare qualche altra prodezza contra de' Greci, e l'ottenne. Con questo e co' suoi si portò sotto la città di Bovino; venne alle mani coi Greci, usciti della città, e li sconfisse. Ma sopraggiunto un rinforzo ad essi Greci, si attaccò di nuovo la battaglia, e Pandolfo preso nella mischia (di ciò si può dubitare non poco) fu inviato a Costantinopoli prigione. Dopo ciò Eugenio patrizio generale de' Greci spinse le sue armi contra gli stati di Pandolfo. Prese Avellino, e giunto a Capoa vi mise l'assedio, con saccheggiar intanto il paese e far prigioni quanti gli vennero alle mani. Si prevalse di tal congiuntura Marino duca di Napoli per danneggiare il più che potè il distretto di Capoa. Ma dopo quaranta giorni d'assedio, in cui inutilmente tormentata fu quella città dalle macchine di guerra, i Greci, per timore che non sopraggiugnesse l'armata imperiale di Ottone, se n'andarono con Dio, ritirandosi a Salerno, dove quel principe, cioè Gisolfo, che sembra collegato con essi, fece lor godere un delizioso trattamento. Arrivò in fatti a Capua l'esercito de' Tedeschi e degli Spoletini, e trovando sloggiati i nemici, passò coi Capuani a vendicarsi de' Napoletani. Renderono ben loro la pariglia. Ripresero Avellino, e ne fecero un falò, perchè s'era dato ai Greci spontaneamente. Ad Eugenio, patrizio greco, preso per la sua crudeltà dai suoi ed inviato a Costantinopoli, era succeduto Abdila patrizio. Questi, con quante forze potè, andò a trovar l'esercito cesareo verso Ascoli. Restò egli ucciso, e sbaragliata la sua gente colla morte di mille e cinquecento persone. Arricchirono forte delle spoglie de' vinti i vincitori. Se è vero tutto questo racconto, e massimamente la prigionia del principe Pandolfo, convien credere che tali fatti accadessero qualche settimana dopo il dì 20 di maggio, in cui abbiamo veduto il medesimo Pandolfo presente al concilio romano.
DCCCCLXX
| Anno di | Cristo DCCCCLXX. Indiz. XIII. |
| Giovanni XIII papa 6. | |
| Ottone I imperadore 9. | |
| Ottone II imperadore 4. |
Celebrò Ottone il Grande, per attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], il santo Natale dell'anno antecedente in Pavia. Del suo soggiorno in quella città anche nel dì 22 di gennaio dell'anno presente resta tuttavia sicura pruova in un suo diploma [Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.], dato in favore del monistero veronese di santa Maria dell'Organo, XI kalendas februarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXVIIII, imperii vero domni Ottonis VIII, Indictione XIII. Qui l'anno 969 è secondo l'era fiorentina e veneziana, e viene, secondo noi, ad essere l'anno 970, nel cui gennaio correva tuttavia l'anno ottavo del suo impero. Di là poi passò a Ravenna, e quivi solennizzò la Pasqua del Signore. Piaceva non poco all'Augusto Ottone quella magnifica città, e però quivi fece fabbricare un palazzo nuovo per abitazione sua, siccome costa da un placito ch'io ho dato alla luce nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.]. Cotale notizia sembra indicare che Ottone godesse non solamente il diretto e sovrano dominio, ma anche l'utile di Ravenna e del suo esarcato. Se non fosse stato così, difficilmente s'intenderebbe come egli fabbricasse a sè stesso un palazzo in suolo altrui. Abbiamo da Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.], che trovandosi in questo medesimo anno nella Romagna il suddetto imperadore, tenuto fu in Ferrara un placito, dove alla presenza di Adalberto vescovo di Bologna, di Uberto vescovo di Forlì, di Giovanni vescovo d'Imola, e di Leone vescovo di Ferrara, Pietro arcivescovo di Ravenna fece istanza di riaver Consandolo, ed altri beni spettanti alla sua chiesa. Vidensque Liuzius episcopus cremonensis (così ancora si chiamava Liutprando allora vescovo di Cremona) ea ad comitatum ferrariensem nulla omnino ex parte posse spectare, nullius juris, nisi ravennatis esse: Eccico nuntius Othonis Augusti pronuntiavit, probavitque, ea ravennatis esse ecclesiae. Sì Liutprando che Eccico, chiamato Ezeca in altri documenti, erano messi spediti dall'imperadore Ottone per conoscere e giudicare intorno a questa differenza; e però scorgiamo l'autorità imperiale in quelle contrade. Da Ravenna portossi dipoi l'imperadore Ottone nel principato di Capua, dove diede un diploma pel nobilissimo monistero di monte Casino [Gattola, Hist. Monaster. Casin.] VIII kalendas junii. Actum in locum ubi Cellice (oppure Sillice) dicitur, capuano territorio. Truovasi poi esso Augusto nel settembre seguente, amministrante giustizia nel ducato di Spoleti. Nelle giunte da me fatte alla Cronica di Casauria [Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] si può leggere un giudicato del medesimo Augusto, e di Pandolfo duca e marchese di quelle contrade, giacchè questo monarca non isdegnava di assistere in persona ai placiti, e decidere le liti de' sudditi col parere dei ministri. Ivi è scritto, qualiter in territorio marsicano in campo Castiri ad ipsam civitatem marsicanam, dum in placito resideret domnus Otto magnus imperator serenissimus augustus, et Pandulfus dux et marchio pro singulorum hominum justitia fieri facienda, ec. Così usavano allora i monarchi amanti de' suoi popoli; e dovunque si trovavano, ed anche in campagna, alzavano tribunale, e, sommariamente ascoltate le ragioni delle parti, proferivano la convenevole sentenza. Fu esso placito tenuto ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi anno DCCCCLXX, anno imperii domni imperatoris Ottonis serenissimi Augusti IX, et Ottonis filii ejus III, mense septembri, Indictione XIV, cominciata in esso mese di settembre. Ed è qui considerabile il vedere che a quel medesimo placito assistè Ezeca duca, marchese e conte del palazzo. Non ho saputo immaginar finora, onde costui prendesse i titoli di duca e marchese, perchè chiaro si vede che allora Pandolfo Capodiferro era tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Nè egli si sottoscrive, se non con queste parole: Signum manus Ezecae comitis palatii. Per me penso che ivi sia egli chiamato così in fallo, perchè in un altro simil placito, tenuto nel medesimo luogo e tempo, e pubblicato nella Cronica del monistero di Volturno [Chronicon Vulturnens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], egli interviene, ma con essere solamente intitolato Ezzeca comes palatius, ossia palatii. Convien credere che in questi tempi contro il costume Ottone Augusto avesse due conti del sacro palazzo, essendo indubitato che nello stesso tempo era sostenuta questa medesima carica da Otberto marchese, progenitor degli Estensi. E ciò costa da un suo placito, tenuto in non so qual luogo [Antichità Estensi, P. I, cap. 16.]. Ivi è scritto: Dum in Dei nomine locus, qui dicitur Classo in terra Alberici filio bonae memoriae Aigoni, ubi domnus imperator praeerat, rexidisset in judicio Otbertus marchio et comes palatio, ec. Fu scritto quel giudicato, anno imperii donni Otto filio, ejus Deo propicio, tertio, Indictione quartadecima, cioè nell'anno presente. E notisi che quivi si trovava in persona lo stesso Ottone Augusto.
Se non falla l'Anonimo salernitano [Anonymus Salern., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 300.], dovrebbe essere accaduto in quest'anno ciò ch'egli dopo il racconto dell'anno precedente seguita a scrivere, con dire che l'imperadore Ottone con una copiosa armata si portò ai danni de' Napoletani per gastigarli della crudeltà usata ai Capoani nel tempo del precedente assedio. Allora fu che se gli presentò davanti Aloara moglie di Pandolfo principe di Benevento e di Capua, insieme con Landolfo IV suo figliuolo, già dichiarato collega nel principato dal padre nell'anno 968, e gli raccomandò vivamente il marito, già condotto prigione a Costantinopoli. Ottone per costringere i Greci a liberarlo, o almen per farne vendetta, menò l'esercito in Puglia, fece dare il sacco al paese, e strinse coll'assedio la città di Bovino, i cui borghi furono dati in preda alle fiamme. Ma le mutazioni seguite in Costantinopoli influirono a far cessare la guerra. Perciocchè mentre Pandolfo si trovava ne' ceppi in quella città, Niceforo Foca, il quale si preparava a maggiormente angustiarlo, fu ucciso per congiura dell'iniqua sua moglie, ed alzato al trono Giovanni Tzimisce. Questi non volendo liti coll'imperadore Ottone, fece tosto mettere in libertà Pandolfo ed inviollo in Italia con precedente concerto che facesse desistere dalle ostilità Ottone. Informato dell'arrivo di Pandolfo a Bari, spedì subito l'imperadore ad Abdala patrizio, acciocchè senza perdere tempo gliel mandasse; il che fu eseguito; e tanto si adoperò poi Pandolfo, che Ottone fece fine alla guerra. Quando sussista tutto questo racconto, dovette prima del settembre ritornar libero in Italia esso principe di Benevento e Capoa, giacchè l'abbiamo poco fa veduto intervenire ai placiti tenuti di quel mese in Marsi. Venne dipoi l'imperadore a Roma, e quivi, per attestato dell'Annalista sassone, celebrò la festa del santo Natale. Ma io avrei volentieri veduto il giorno preciso, in cui nell'anno presente da esso Augusto Ottone tenuto fu un placito in Ravenna, rapportato dal padre Mabillone [Mabillon., Annal. Benedict. ad annum 971.], perchè presente al medesimo si trovò Pandolfo principe e marchese, per confrontare l'asserzion dell'Anonimo salernitano con esso documento. Ho detto di sopra che questo imperadore fece fabbricare un palazzo in Ravenna, e tal notizia vien confermata dal medesimo placito. Eccone le parole: Dum in Dei nomine Otto, divina providente clementia imperator Augustus, resideret in Regia Aula, non longe a moenibus Ravennae urbis sita, quam ipse imperator clarissimus in honorem sui claris aedificiis fundare praeceperat juxta rivum penes muros ipsius civitatis decurrentem, qui dicitur Muro-novo, tunc eo imperatore clarissimo ibi plurima sui imperii ordinante et disponente, ec. Questo soggiorno dell'Augusto Ottone in Ravenna, il palazzo ivi fabbricato, ed altri segni di dominio ivi da lui esercitati e continuati dai suoi successori, siccome vedremo, mi han fatto dubitare più volte se sussista quanto vedemmo di sopra all'anno 967 intorno alla restituzione che si dice da lui fatta a papa Giovanni XIII di Ravenna e del suo esarcato. Ma non ho assai lumi per poter ben decidere su questo punto. Ne parleremo andando innanzi. Diede nel novembre dell'anno presente papa Giovanni XIII in livello la città di Palestrina a Stefania chiarissima senatrice di Roma, come costa dallo strumento da me dato alla luce [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI, pag. 235.].
DCCCCLXXI
| Anno di | Cristo DCCCCLXXI. Indiz. XIV. |
| Giovanni XIII papa 7. | |
| Ottone I imperadore 10. | |
| Ottone II imperadore 5. |
Ottone Augusto il Grande, che, siccome dissi, molto si dilettava di soggiornare in Ravenna, solennizzò in quella città, secondochè attesta l'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccard.], la Pasqua dell'anno presente in compagnia dell'imperatrice Adelaide, la quale non si staccava mai dal suo fianco. Era ito a Roma santo Uldarico vescovo d'Augusta [Vita S. Udalrici, cap. 21 et 22.]. Nel tornare indietro, si portò egli a visitare in essa città amendue quegli Augusti, che con somma divozione e con distinte finezze l'accolsero. Ed è notabile [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.] che Pietro arcivescovo di Ravenna in quest'anno circa il mese d'agosto spontaneamente rinunziò la sua chiesa, ed ebbe per successore Onesto arcivescovo. Aveva giù intavolata Pandolfo principe di Benevento la pace fra l'Augusto Ottone e Giovanni Tzemisce imperador de' Greci. Fra le altre condizioni di questo accordo v'era, che il greco Augusto desse in moglie al giovane imperadore Ottone II Teofania, figliuola di Romano juniore, e già imperador d'Oriente, e di Teofania, ossia Teofanone Augusta: il che dovette recar maraviglia ai politici d'allora, stante l'essere Teofania figlia di chi non era più imperadore. Però Ottone Augusto suo padre si crede che spedisse in quest'anno a Costantinopoli degli ambasciatori per prendere e condurre in Italia questa principessa; e, secondo il Sigonio [Sigonius, de Regn. Ital., lib. 7.], fu scelto per questa incumbenza Arnolfo I, creato in quest'anno arcivescovo di Milano. In tale opinione concorse anche il padre Pagi [Pagius, Critic. Baron.]. Ma essi incautamente confusero l'ambasceria di Arnolfo II arcivescovo, succeduta a' tempi di Ottone III, con questi tempi. Non parlano punto di questa funzione incaricata ad Arnolfo gli antichi storici milanesi. Abbiamo all'incontro da Ugo Flaviniacense [Hugo Flaviniacens., Chron. Virdun., p. 166.] che il corpo di san Pantaleone martire fu portato in Germania dall'arcivescovo di Colonia, cioè da Gerone, obtentum dono constantinopolitani imperatoris, quando pro ejus filia Ottoni II in matrimonio jungenda, jussu ejusdem Ottonis ad eumdem imperatorem legatus missus est cum episcopis duobus, ducibus et comitibus. Confessa Ditmaro [Ditmaros, in Chron., lib. 2.] che non mancarono persone nella corte dell'imperadore, che non solo disapprovarono questo maritaggio, forse per la ragione suddetta, o perchè parea loro che, stante questa lega ed amistà coi Greci, non sarebbe più permesso ad Ottone di togliere ad essi gli stati da loro goduti in Puglia e Calabria, come essi desideravano. Ma Ottone il Grande, senza far caso del loro parere, andò innanzi, e volle che si eseguisse il trattato, perchè verisimilmente egli pensava di maggiormente fiancheggiar le sue pretensioni colle ragioni di questa nuora; e ne vedremo anche gli effetti. Narra sotto quest'anno il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Pietro Candiano IV doge di Venezia, Vitale patriarca di Grado suo figliuolo, Marino vescovo olivolense, cioè di Venezia, e gli altri vescovi, clero e popolo di Venezia, per soddisfare all'imperador di Costantinopoli, il quale pensava a ricuperar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli, e che avea guerra coi Russiani Moscoviti, a' quali diede in quest'anno una gran rotta, fecero un solenne decreto che niuno de' Veneziani osasse di portar armi, ferro, legnami ed altri militari attrecci ai Saraceni, de' quali potessero valersi contra dei Cristiani, sotto pena di cento libbre d'oro; e chi non potesse pagar con danaro, pagasse colla testa: giustissimo divieto, confermato poi da molti susseguenti editti dei Cristiani, ma mal osservato anche oggidì. Abbiamo dall'Annalista sassone che Ottone Augusto celebrò il santo Natale di quest'anno in Ravenna. E dalla Cronica del monistero mosomense [Dachery Spicileg., tom. 2, novae edition.], che Adalberone arcivescovo di Rems, Natali Domini celebrato (in quest'anno), legatos suos Romam cum literis dirigit ad domnum Johannem papam, cognomento Albam Gallinam, qui a juventutis suae primis annis, reverentiae competentis, et dignitatis angelicae albebat canis. Di costume antichissimo sono i soprannomi, alcuni de' quali passarono col tempo anche in cognomi, e tale appunto era quel di Gallina bianca applicato a papa Giovanni, perchè fino dalla gioventù ebbe il crine bianco. Di questo uso ho io trattato nelle Antichità italiche [Antiq. Ital., Dissert. LXI et seq.].