Anno diCristo DCCCCLXXXIII. Indiz. XI.
Giovanni XIV papa 1.
Ottone III re di Germania e d'Italia 1.

Tenuto fu nell'anno presente un riguardevol placito in Roma, da me già dato alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. VII.], anno pontificatus domni Benedicti summi pontifici et universalis papae VII, anno nono sive domno Ottone II magno imperatore suae coronationis quintodecimo anno, sed et hujus aprilis mensis Indictione XI. In vece di quintodecimo avrebbe da essere scritto sextodecimo, se pur qui si parla, come si avrebbe a parlare, della coronazione romana. Il luogo placito fu in basilica beati Petri Apostolorum principis intro hospitale, in eo usualis est nominati papae dormiendum. Presedeva il pontefice Benedetto con varii vescovi, abbati ed uffiziali della Chiesa romana, coll'intervento di Giriberto vescovo di Tortona, e di Pietro vescovo di Pavia; is enim ambobus (come scrive quell'ignorante notaio) per consensu pontifici, ac jussione imperatoria, cura audiendi veritatem eo missi sunt, stante l'essere il monistero di Subiaco litigante con quel della Cava, sotto la protezion dell'imperadore. Fu ivi sentenziato in favore dei monaci di Subiaco. Intanto abbiamo da Sigeberto [Vita S. Adalberti, in Actis Sanct., ad diem 23 aprilis.], che trovandosi tutti i baroni di Germania e d'Italia afflitti e costernati per la rotta loro data dai Greci e Saraceni in Calabria, sola imperatrix (Theophania) feminea et graeca levitate insultabat eis, quod ab exercitu suae nationis victi essent Romani: ac per hoc caepit primatibus exosa haberi. All'incontro l'Augusto Ottone non capiva in sè stesso per la rabbia e pel dispetto del danno ed affronto recatogli dai suddetti suoi nemici, ed altro non ruminava che le maniere di farne una sonora vendetta [Ditmarus, in Chron.]. Venne dunque a Verona con pensiero di metter insieme un più poderoso esercito. A questo fine intimò una dieta generale della Germania e dell'Italia in essa città di Verona. Nel testo di Ditmaro si legge che anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXVIII imperator Veronae placitum habuit. Ma si dee scrivere DCCCCLXXXIII. Così ancora ha l'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccardum.], che fedelmente va copiando Ditmaro. In essa dieta filius imperatoris (cioè Ottone III fanciullo in età di circa quattro anni) ab omnibus in dominum eligitur. Ma perciocchè egli non ricevette allora la corona del regno d'Italia, però si truovano molti atti pubblici da lì innanzi senza il suo nome. Fu in questa occasione che si fecero e pubblicarono le leggi di Ottone II, aggiunte alle longobardiche; giacchè continuava il costume che i re e gl'imperadori non promulgavano leggi senza saputa e consentimento degli stati. Dalla prefazione d'esse abbiamo [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.] che intervenne a quella dieta cum omnibus Italiae proceribus anche Corrado re di Borgogna, zio materno di esso Ottone II Augusto, chiamato, come si può credere, affinchè egli pure contribuisse soccorsi per la gran guerra che si meditava di fare contra de' Greci e Saraceni. Strane ben compariscono quelle leggi agli occhi nostri oggidì, e s'hanno con tutta ragion da riprovare; ma in que' secoli d'ignoranza e di barbarie sembrano non solo giuste, ma necessarie. Secondo le precedenti leggi, qualora veniva prodotto qualche strumento o testamento comprovante l'acquisto di beni, se mai da contrarii litiganti veniva rigettato come falso, bastava che chi l'allegava in suo favore giurasse, toccati i santi Vangeli, che esso strumento era legittimo e vero, per ottener tosto sentenza favorevole dai giudici: tanta era la venerazione che si aveva al giuramento. Ma in pratica se ne provavano dei pessimi effetti. Abbondavano in que' tempi i falsarii, che imbrogliano anche oggidì il criterio degli eruditi con certe carte e diplomi che restano negli archivii. Abbondavano del pari le persone di buono stomaco, alle quali nulla costava il prendere un giuramento falso. Massiccio dunque era il disordine in pregiudizio dei giusti acquirenti o possessori di beni. Fin l'anno 962 ad Ottone I Augusto ne fu dato richiamo dai principi d'Italia nel concilio romano. Per consiglio d'esso Ottone e del papa, se ne differì il rimedio al concilio che si celebrò nel 967 in Ravenna. Ma neppur ivi si venne a risoluzione alcuna, ob quorumdam principum absentiam: tanto è vero ciò ch'io diceva del necessario lor consenso per le leggi. Nella dieta dunque tenuta in quest'anno in Verona, si rimediò ad un tale sconcerto, ma con un rimedio peggior del male. Cioè fu determinato, che se taluno accusasse altrui di carte, titoli o giuramenti falsi, si decidesse la controversia col duello; senza badare che il duello è un tentar Dio, e un mezzo sproporzionato ed infedele per iscoprir la verità delle cose, e che si dava ai più forti il comodo di occupar facilmente le sostanze dei men forti. Ma non le conoscevano allora queste verità, quantunque alla stessa dieta non mancasse un gran numero di vescovi ed abbati, per la persuasione, in cui erano, che Dio, come protettore della verità e dell'innocenza, la dichiarasse nel duello, chiamato perciò giudizio di Dio.

Il tempo della dieta di Verona dovrebbe essere stato il giugno dell'anno presente, giacchè un diploma di Ottone II Augusto in favore della chiesa di Liegi, rapportato dal padre Martene [Marthene, Veter. Scriptor., tom. 1.], e dato XVII kalendas julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI anno vero regni secundi Ottonis XXV, imperii autem XV. Actum Veronae. L'anno dell'imperio ha da essere il XVI; l'anno del regno non so come possa essere il XXV. E ne dubiterò, finchè mi si mostri un'epoca, da me non conosciuta fin qui, ed anche ignota al chiarissimo padre don Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, tom. 1, lib. 2, cap. 4.], che diligentemente tratta delle epoche degli Augusti tedeschi. Vero è nondimeno che di sopra ne abbiam veduto due altri simili esempli. Ci farà un altro diploma intendere dove passasse l'imperadore Ottone dopo la dieta di Verona. Questo è confermatorio dei beni del monistero di santa Maria in Palatiolo di Ravenna [Bullar. Casinens., lib. 2, Constit. LXII.], e con tale autorità formato, che abbastanza indica il dominio d'esso Augusto in quella città. Fu esso dato pridie idus julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI, regni vero domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVIII (dee essere XVI). Actum Ravennae. Ma prima di congedarsi da Verona, svegliò l'Augusto Ottone dei pensieri sdegnosi contra dei Veneziani, a cagion dell'uccisione del loro doge Pietro Candiano. Attesta nondimeno il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], che avendo spedito Tribuno Memmo doge alcuni ambasciatori a Verona in quest'anno, il placò, e ne riportò la conferma dei patti. Ho io dato alla luce [Piena Esposizione, pag. 125.] il diploma d'essi patti, fatto dallo stesso Augusto ad esso Tribuno doge, dove son distinte le terre sottoposte al doge di Venezia da quelle del regno d'Italia. Merita osservazione di dirsi da esso imperadore: Ili sunt ex nostro scilicet jure: Papienses, Mediolanenses, Cremonenses, Ferrarienses, Ravennates, Comaclenses, Ariminenses, Pisaurienses, Cesenatenses, Fanenses, Senogallienses, Anconenses, Humanenses, Firmenses, et Pinnenses, Veronenses, Gavallenses, Vicentinenses, Montesilicenses, Paduanenses, Tervisianenses, Cenetenses, Forojulienses, Istrienses, et cuncti in nostro italico regno. Poi seguita ad annoverare i popoli dipendenti dal doge di Venezia. E perciocchè egli non distingue punto dal resto delle città del regno Ravenna, Ferrara, Comacchio, ec., segno è ch'erano in questi tempi incorporate nel regno di Italia, nè sussistesse che Ottone I Augusto avesse restituito l'esarcato ai papi ed aver egli perciò fabbricato il palazzo regale presso a Ravenna, come s'è veduto di sopra. Ma non andò molto che i Caloprini ed altri nobili veneti, nemici dei Morosini, si portarono a Verona, ed insinuarono ad Ottone Augusto la maniera di sottomettere Venezia all'imperio suo, con esibirgli anche Stefano Caloprino una buona somma d'oro, se il dichiarava poscia doge. Di più non ci volle, perchè l'imperadore, pieno di mal talento contra chiunque dipendeva dai greci Augusti, vietasse con pubblico bando a tutte le terre del suo imperio e regno di portar da lì innanzi vettovaglie a Venezia, e ai Veneziani di metter piede nelle terre dell'imperio. Il popolo ancora di Capodargere si ribellò ad essi Veneziani, e si diede all'imperadore, con riconoscere da lui Loreo ed altri siti. Inoltre il vescovo di Belluno occupò varii beni del veneto dominio. Allora fu che Tribuno doge fece dirupar le case di tutti que' cittadini che erano ricorsi all'imperadore, e mettere in prigione le mogli e i figliuoli loro. Male e peggio sarebbe andata pe' Veneziani, se non succedeva colla morte di Ottone un gran cambiamento di cose. Ma avanti di narrar questa morte, conviene accennare che esso imperadore andò prima a Pavia, dove IX kalendas septembris prope fluvium Ticinum diede un diploma al monistero di Volturno [Chronic. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Di là passò nei principati di Benevento e Capua. L'autore della Cronica di Casauria scrive [Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che anno ab Incarnatione Domini DCCCCLXXXIII, Indictione XI, quum domnus Otto secundus imperator in Apuliam profectus, et Ottone filio suo coronato (ma non sì presto) apud Varim (cioè Bari) civitatem maneret, Johannes Pinnensis episcopus, ec. Ma forse v'ha dell'errore. Veggasi il Giudicato nelle giunte alla Cronica suddetta. Ci somministra ancora la Cronica del Volturno due altri diplomi del medesimo Augusto in favore di quel monistero, amendue dati II iduarum novembrium anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIII, Indictione XI, regni vero domni secundi Ottonis XXVI, imperii quoque ejus XVI. Actum Capuae. Ma forse questi son da riferire all'anno precedente. Ancor qui abbiamo l'anno XXVI del regno. Negli originali talmente sarà stato scritto XXIII, che i copisti l'abbiano, siccome è facile, preso per XXVI. Veggonsi in essa Cronica volturnense altri diplomi che servono alla correzione di questi medesimi documenti. Anzi il cardinal Baronio, [Baron., in Annal. Eccl.] riferendo questo diploma, legge anno XXIII.

Ora tutti questi movimenti di Ottone II Augusto erano per unire un formidabil esercito da condurre specialmente contro de' Saraceni. Pensava infino di andarli a trovare in Sicilia. Disponens (scrive Arnolfo milanese [Arnulf. Mediolan., lib. 1, cap. 9.]), aequoreas undas potestative cum omni transmeare Italia, per universum regnum dilatat militandi praeceptum. Altrettanto abbiamo da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 9.]. E lo storico Epidanno [Epidannus, in Chron.] aggiugne una diceria del volgo: cioè ch'egli intendeva di fare un ponte sullo stretto della Sicilia, per passare in quell'isola, come altrove fece Dario (vuol dire Serse) re di Persia per portare la guerra in Grecia. Ma venuto esso imperadore a Roma sul principio di dicembre, quivi infermatosi (chi immagina per afflizion d'animo, e chi per ferita mal curata), diede fine ai suoi giorni. Abbiamo da Ditmaro [Ditmarus, in Chron.], ch'egli, sentendo avvicinarsi il suo fine, fece quattro parti del suo tesoro: la prima per le chiese; la seconda ai poveri; la terza a Matilda sua sorella, badessa piissima di Quidelinburg, e la quarta agli afflitti suoi cortigiani: Factaque latialiter (cioè in lingua latina o romana) confessione coram apostolico, ceterisque coepiscopis atque presbyteris, acceptaque ab eis optata remissione, VIII idus decembris ex hac luce subractus est, terraeque commendatus, ubi introitus orientalis paradisi domus sancti Petri cunctis patet fidelibus, et imago dominica honorabiliter formata venientes quosque stans benedicit. Leone ostiense aggiunge che il corpo suo fu seppellito in labro porphyretico, che durava tuttavia a' tempi del cardinal Baronio insieme coll'immagine del Salvatore nell'atrio della basilica vaticana. Questo sepolcro di porfido fu poi levato da Paolo V pontefice a cagion della fabbrica nuova. Così la morte sul più bel fiore dell'età troncò la vita e le imprese meditate da questo principe, che prometteva di uguagliar la gloria del padre, se più lungo fosse stato il corso de' suoi giorni. L'autore della vita di santo Adalberto [Vita II S. Adalberti, in Actis Sanctor. ad diem 23 april.] gli dà la taccia di molta ambizione e di poco senno. Aveva egli, alquante settimane prima, inviato in Germania l'unico suo figliuolo Ottone III, per quivi ricevere la corona del regno germanico. In fatti, secondo la testimonianza di Ditmaro, in die proximi Natalis Domini ab Johanne archiepiscopo ravennate, et a Willigiso moguntino, in regem consecratur Aquisgrani. È notabile che l'arcivescovo di Ravenna facesse la prima figura in quella solenne funzione. La Cronica d'Ildesheim dice [Annal. Hildeshemenses.] ch'egli per unctionem Johanni ravennatis archiepiscopi in die natalis Dominis unctus est in regem. Ma appena terminata la gran festa, eccoli arrivar la nuova della morte dell'Augusto suo padre, che tutte sturbò quelle allegrezze. Che in quest'anno ancora giugnesse al fin di sua vita Benedetto VII sommo pontefice, e gli succedesse Giovanni XIV, verisimilmente lo persuaderan le ragioni che addurrò all'anno seguente. Fu discacciato in quest'anno dai Salernitani Mansone lor principe con Giovanni I di lui figliuolo, e in luogo di essi fu creato principe di Salerno Giovanni II, figliuolo di Lamberto, forse della schiatta degli antichi duchi di Spoleti.


DCCCCLXXXIV

Anno diCristo DCCCCLXXXIV. Indiz. XII.
Giovanni XIV papa 2.
Ottone III re di Germania e Italia 2.

Fu susseguita la morte di Ottone II imperadore da gravissimi sconcerti nella Germania [Ditmarus, in Chronic., lib. 3. Sigebertus, in Chron. Annales Hildeshemenses.]. Venne fatto da Arrigo II, già duca di Baviera, figliuolo di Arrigo I, cioè di un fratello di Ottone il Grande, di uscir di prigione, oppure di tornar dall'esilio in cui si trovava. Aveva il defunto Ottone II Augusto raccomandato il suo tenero figliuolo Ottone III alla cura di Guarino arcivescovo di Colonia; ma entrato Arrigo duca in quella città, con pretendere che a lui spettasse, secondo le leggi, la tutela del re fanciullo, glielo levò dalle mani. La mira nondimeno d'esso Arrigo era di occupare per sè la corona del regno germanico: al qual fine si guadagnò con assai regali non pochi principi e grandi di quelle contrade, e quei massimamente che l'imperadrice Teofania colle sue imprudenti doglianze avea disgustato. Non finì la faccenda, che nel dì di Pasqua in Quidilingeburg, dove era concorsa gran folla di baroni, si fece esso Arrigo dai suoi parziali proclamare re di Germania. Dallo Struvio [Struv., Corp. Hist. German.] è chiamato questo Arrigo Henricus Henrici rixosi filius: se con ragione, lascerò deciderlo agli eruditi tedeschi. Dimorava tuttavia in Roma l'Augusta Teofania, afflittissima per la perdita del consorte, quando gli arrivò l'amaro avviso del miserabile stato in cui si trovava anche il re Ottone suo figliuolo. Volò per questo a Pavia a trovar l'imperadrice Adelaide suocera sua, lasciata già dal figliuolo al governo di quella città e della Lombardia. Colle lagrime deplorarono amendue le disavventure della loro augusta casa; poscia senza perdersi d'animo passarono in Germania, dove si misero alla testa di quanti stavano tuttavia fedeli al loro figliuolo e nipote. Dichiararonsi ancora in loro favore [Annalista Saxo.] Lottario re di Francia e Corrado re di Borgogna, tuttochè Gisla figliuola di Corrado fosse maritata col suddetto Arrigo duca. Prevalse in fatti il partito di Ottone III, e si venne ad una convenzione, per cui III kalendas julii fu da esso Arrigo consegnato il re fanciullo all'Augusta Teofania sua madre. In questo mentre nel dì 10 di luglio dell'anno presente, se vogliamo riposar sull'asserzione del cardinal Baronio e del padre Pagi, terminò il corso di sua vita Benedetto VII papa, per quanto si ricava dall'epitaffio suo, rapportato da esso cardinale annalista. Fu in suo luogo sustituito Pietro vescovo di Pavia, che assunse il nome di Giovanni XIV. Egli era stato in addietro arcicancelliere dell'imperadore Ottone II, e il suo nome s'incontra nei diplomi di lui, da me accennati negli anni precedenti. Ma a me sembra assai più probabile che nell'anno precedente seguisse la vacanza della Chiesa romana. Vero è che i diplomi del monistero volturnense ci rappresentano nel novembre del 985 Pietro vescovo di Pavia, che fu poi papa Giovanni XIV, tuttavia arcicancelliere di Ottone II. Ma non son documenti per conto delle note cronologiche assai sicuri. E che essi appartengano all'anno 982, ne può fare la spia l'indizione XI, perchè nel novembre dell'anno 983, secondo l'osservazione del cardinal Baronio dovea essere la XII. Per conto poi dell'epitaffio di Benedetto VII converrebbe esaminare, se veramente sia fattura di autore contemporaneo, e non dei tempi posteriori, come io sospetto, e se venga riferita la di lui morte all'indizione XII con sicurezza dal marmo, e non già da qualche copia trovata nei manuscritti. Le ragioni ch'io ho di diversamente credere, son queste. L'Annalista sassone [Annalista Saxo, apud Eccard.] presso l'Eccardo, e il Cronografo sassone [Cronographus Saxo, apud Leibnitium, in Accession. Hist.] presso il Leibnizio scrivono all'anno presente 983, che Ottone II dopo la dieta di Verona Romam revertitur, ac domnum apostolicum digno cum honore romanae praefecit Ecclesiae. Questo non si può intendere se non di Pietro vescovo di Pavia, alzato al pontificato col nome di Giovanni XIV. Sembra anche difficilissimo che il clero e popolo romano, liberato dalla soggezione di Ottone II Augusto rapito dalla morte, fosse concorso ad eleggere papa un vescovo straniero; ma ciò fu ben facile, essendo tuttavia vivo e presente in Roma lo stesso Ottone. Aggiungasi, vedersi citata dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast. ad ann. 984.] una memoria tuttavia esistente in marmo, e scritta tempore Johannis XIIII papae, mense februario, Indictione XII, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXIIII. Adunque nel febbraio di quest'anno era già creato papa Giovanni XIV, e per conseguente possiam presumere l'assunzione sua al trono pontifizio succeduta nell'anno precedente. Strana cosa è che il cardinal Baronio, lavorando sul supposto, che in quest'anno 984 Benedetto VII morisse, e gli succedesse Giovanni XIV, facesse a questa tavola di marmo la seguente annotazione: Sed mendose nonnihil, ut manifeste appareat, loco anni octogesimi quarti legendum octogesimi quinti, et loco Indictionis duodecimae, legendum decimae tertiae, ut convenire Johannis papae sedis tempori possit. Anzi nulla si ha da mutare, e da questo contemporaneo ed autentico monumento si ha, per lo contrario, da inferire che l'epitaffio di Benedetto VII papa fu composto dai monaci, riconoscenti la fondazione del lor monistero da esso papa, molti anni dappoi, e perciò fallace in assegnar l'anno preciso della sua morte.

Ma dopo nove mesi di pontificato finì sua vita papa Giovanni XIV, e dall'epitaffio, rapportato dal cardinal Baronio (se pure ricavato fu dal marmo e non dai manoscritti), si raccoglie che la sua morte avvenne nel dì XX d'agosto. Ma se quest'epitaffio era in san Pietro, chieggo io, perchè nol rapportasse Pietro Mallio [Petrus Mallius, tom. 7. Junii Act. Sanctor. Bolland.], il quale tanti secoli prima raccolse le memorie della basilica vaticana, e nol conobbe punto e nol riferì? Secondo i conti d'esso Baronio, questo papa Giovanni morì nell'anno susseguente; secondo i miei nel presente. L'autore della Cronica del Volturno [Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], cioè Giovanni monaco, il quale fiorì nel secolo susseguente, scrive così nel catalogo posto avanti alla sua Cronica: Johannes XIV papiensis annos (scrivi menses) IX. Iste in castello sancti Angeli retrusus, famis crudelitate necatus est anno DCCCCLXXXIV, Indictione XII. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chronico, edition. Canis.] racconta così orrenda iniquità di questi tempi colle seguenti parole: Anno 984. Romae Johannes XIV, qui et Petrus Papiae prius episcopus, sedit mensibus VIII, eumque Bonifacius Verrucii (o Ferrucii) filius, prius relegato Benedicto, male ordinatus, de Constantinopoli quo fugerat, reversus, comprehendit, et in castellum sancti Angeli relegatum fame, et ut perhibent, veneno enecuit, atque sedem invasit. Però da quest'anno non s'avrebbe da rimuovere la morte di Giovanni XIV. Già abbiamo veduto all'anno 974, che Bonifazio figliuolo di Ferruccio, mostro d'iniquità, dopo avere a forza di sacrilegii e di crudeltà occupata la cattedra di san Pietro, costretto a fuggirsene, ricoverossi in Costantinopoli, seco portando il tesoro di san Pietro. Appena costui ebbe intesa la morte di Ottone II che il teneva in briglia, celatamente sen venne a Roma, e colla fazione de' suoi parziali preso papa Giovanni XIV, il fece più che barbaramente morir di fame o di veleno in castello sant'Angelo, ed esporre il suo cadavere alla vista del popolo, deploratore di sì indegno spettacolo. Poscia questo tiranno di nuovo si assise sul trono pontifizio. Ma non vi durò, secondo i codici vaticani, più di quattro mesi, oppure di undici, per quanto ha Ermanno Contratto e la Cronica del Volturno, co' quali va d'accordo Romoaldo Salernitano. Mi attengo io a questo ultimo, perchè vedremo questo empio usurpatore del pontificato, tuttavia vivente nel marzo dell'anno venturo. Nella Cronica suddetta del Volturno si legge uno strumento di livello conceduto da Rofredo abbate del monistero volturnense ad Attone ossia Azzo conte, con queste note: Ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt anni DCCCCLXXXIV, temporibus domni Transemundi dux et marchio, et ducatus ejus secundo, et dies mense october, per Indictione XIII. Actum Capuae. Fu ben fatto lo strumento in Capua; ma perchè si trattava di un conte del ducato spoletino, e di beni posti nel territorio di Penna compreso nel medesimo ducato, perciò non si contano gli anni di Landolfo principe di Capua, ma bensì quei di Trasmondo duca di Spoleti, e marchese di Camerino, ossia di Fermo. Di qui dunque apprendiamo che nell'anno antecedente 983, oppure sul fine dell'anno 982, Trasmondo fu creato duca e marchese da Ottone II Augusto, senza apparire che altri dopo la morte di Pandolfo Capodiferro ottenesse que' due ducati, ossia quelle marche. Perchè non ho fatto menzione in addietro di ciò che scrive Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.], ora qui la farò. Anno (scrive egli,) DCCCCXXXII tradita est civitas Barii in manus Chalechyri patricii, qui et Delphina, a duobus fratribus Sergio et Theophylacto mense junii XI die. Et Otho rex obiit Romae. Ma essendo certo che la morte di Ottone II accadde nell'anno precedente 983, perciò anche il tempo della resa di Bari ai Greci dovrebbe appartenere a quell'anno stesso. Abbiamo veduto di sopra che Ottone II fu in Bari nell'anno 983. Se ciò è vero, non può stare il tempo che qui il Protospata accenna. Anzi a me pare assai probabile che solamente dopo la morte di esso imperadore i cittadini di Bari si dessero all'uffiziale de' Greci, giacchè non aveano più da temere di lui. Aggiugne esso storico: anno DCCCCLXXXIII apprehendit praedictus Delphina patricius civitatem Asculum in mense decembri. Può esser che vi sia errore nel tempo; ma a buon conto impariamo, che dopo essere mancato di vita Ottone II Augusto, i Greci stesero le ali in Puglia, e s'impadronirono fin della città di Ascoli. Pretende l'Ughelli, [Ughell., Ital. Sacr., tom. 7.] che in quest'anno la chiesa di Salerno fosse alzata da papa Benedetto VII al grado archiepiscopale. Solamente cita, ma non rapporta la bolla d'esso papa, come pure era di dovere: e però non si può giudicare intorno al tempo di tale erezione. Quel che è certo, Amato, vivente in questi tempi, fu il primo arcivescovo di quella città, e principe ne era allora Giovanni II.