Ma prima di abbandonare il suddetto strumento di Giovanni arcivescovo di Piacenza, si vuol osservare che, in conformità del buon rito che si praticava allora in molti luoghi, affinchè nelle permute non venisse danno alle chiese, furono inviati estimatori pubblici a riconoscere il valore dei beni che s'aveano a permutare. Però quivi si legge: Et ad hanc previdendam commutationem accesserunt super ipsis rebus ad previdendum Ilderadus misso donni Teodaldi marchio, et comes comitatu motinense, et Adelbertus clericus misso eidem donno Johanni archiepiscopo. Perchè il monistero di Nonantola era ed è situato nel territorio di Modena, e qui si trattava di permutar dei suoi beni, perciò, d'ordine del conte ossia del governator perpetuo di Modena, andarono gli estimatori pubblici a raccogliere il valor delle terre da permutarsi. Ma Tedaldo, avolo della celebre contessa Matilda, è inoltre appellato marchio. Di che marca era egli marchese? Così nell'anno 975 (come da strumento [Antiq. Ital., Dissert. VII.] da me pubblicato apparisce) si truovano in Pisa Adalbertus et Obertus (progenitore della casa d'Este) germani marchioni, filii bonae memoriae Oberti marchionis et comitis palatio. A qual marca comandavano questi due marchesi? L'una delle due vo io conghietturando: cioè o che già fossero istituite delle marche minori, e che, per esempio, Modena con altre circonvicine città formasse una marca, da cui Tedaldo prendesse il titolo di marchese; e che la Lunigiana, in cui possedeano tanti stati i maggiori della casa d'Este, siccome vedremo, anch'essa desse il titolo marchionale ai due suddetti Adalberto ed Oberto fratelli: oppure che gl'imperadori conferendo il titolo di marchese ai principi che possedeano molti stati, come terre e castella, gli esentassero con ciò dalla giurisdizione dei marchesi maggiori, concedendo loro l'autorità marchionale sopra i medesimi Stati. Veggiamo in questi tempi ancora introdotti i conti rurali, cioè signori di qualche castello, esentati dalla giurisdizione dei conti delle città. Così a poco a poco s'andarono trinciando le marche e i contadi non meno in Italia che in Germania. Questi son punti scuri; e giacchè ci manca la chiara luce della verità, si debbono ammettere come buona moneta le conietture fondate sopra il verisimile. Scrive Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] sotto questo anno che descendit Johannes patricius (governator greco della Puglia), qui et Ammiropolus, et occidit Leonem Cannatum, et Nicolaum Critis, et Porphyrium: probabilmente dei principali di Bari. In questi tempi noi ritroviamo duca di Spoleti e marchese di Camerino Ugo marchese di Toscana: il che è degno di osservazione. Da quel dominio dovea essere decaduto Trasmondo, oppure egli era solamente marchese di Camerino. Ce ne assicura un placito [Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.], pubblicato dal padre Gattola, e tenuto in territorio Apruciense, anno nongentesimo octuagesimo nono, et mense julio, per Indiccio secunda. A quel giudizio presedeva Guglielmus comes missus domni Ugoni dux et marchio. Si sarebbe desiderata più attenzione in Pier Maria Campi, autore per altro benemerito delle lettere per la sua Storia ecclesiastica di Piacenza, allorchè produsse un diploma di Ottone III [Campi, Stor. Eccles. di Piacenza, tom 1.], con cui crea militi i Bracciforti, cittadini di Piacenza, e dà loro in feudo Vicogiustino con varie esenzioni. La data del privilegio è questa: Datum XV kalendas decembris, anno Incarnationis Domini 989, Indictione prima, anno vero domni Ottonis III, imperii ejus quinto. Actum Placentiae in ecclesia sanctae Brigidae. Testibus praesentibus Getone duce Boemiae, Geufredo duce Bavariae, et Henrico comite de Lauzomonde. Nè si avvide il buon Campi che Ottone III non era per anche imperadore, nè era venuto in Italia per questi tempi, nè correva l'indizione prima nell'anno presente 989, per nulla dire di que' testimoni e d'altre particolarità di quel finto documento.


DCCCCXC

Anno diCristo DCCCCXC. Indizione III.
Giovanni XV papa 6.
Ottone III re di Germania e d'Italia 8.

Abbiamo detto che l'imperadrice Teofania colla sua venuta in Italia mise o rimise alla divozione del re Ottone III suo figliuolo que' popoli che voleano vivere senza briglia. La Cronica del monistero del Volturno [Chronic. Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] ci somministra una pruova dell'autorità da lei esercitata in Italia per un diploma suo spedito in protezione d'esso monistero, quarto nonas januarias anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, Indictione II, anno vero tertii Ottonis regnantis III. Actum Romae, dove ella avea celebrato il santo Natale. Ma si dee scrivere Indictione III, e per conto degli anni del regno si ha da scrivere anno VII. Tuttavia, siccome fu osservato in alcuni atti accennati di sopra, non si contavano per anche gli anni del regno di Ottone III in Italia. Un altro più importante documento [Antiq. Ital., Dissertat. XXXI, pag. 959.] ho io dato alla luce, cioè un placito tenuto, anno, Deo propitio, pontificatus domni Johannis summi pontificis V, die XIII mense martii, Indictione III, foris civitate Ravenne, in vico, qui dicitur Sablonaria, post tribunal palatii, quod olim construere jussit domnus Hotto imperator. Notabili son queste parole, ma più ancora le seguenti: Dum resideret, Deo annuente, Johannes archiepiscopus sanctae placentine ecclesie in generali placito, simul cum eo Hugo gratia Dei episcopus sancte hansdeburgensis ecclesie jussione domne Theofana imperatris, ec. Un tale atto finisce di chiarire che l'esarcato di Ravenna, non so se per qualche accordo seguito coi romani pontefici, o per altre ragioni, era divenuto parte del regno d'Italia; e che da gran tempo non ne erano più in possesso i romani pontefici. Ottone III non per anche avea conseguito la corona e il diritto degl'imperadori; e pure Teofania sua madre fa da padrona in Ravenna, mandandovi i suoi ministri a tenere pubblicamente giustizia, senza che si sappia che ne facessero doglianza i papi. Ed ora s'intende perchè Ottone il Grande avesse quivi fabbricato di pianta un palazzo regale per sè e per gli suoi successori. Dobbiamo anche al padre Mabillone [Mabill., in Annal. Benedict. ad hunc annum.] la memoria di un diploma d'essa imperadrice, dato in favore del monistero di Farfa, affinchè gli fosse restituita la cella di santa Vittoria, posta nel territorio di Camerino. Fu ottenuto questo diploma interventu Johannis archiepiscopi ravennatis, et Hugonis principis, cioè di Ugo duca e marchese di Toscana e di Spoleti, che faceva la sua corte alla vedova imperadrice. Le note di quel documento, come cosa rara, meritano d'essere qui rammentate. Datum kal. aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCXC, imperii domnae Theophanu imperatris XVIII, Indictione III, Ravennae. L'epoca di Teofania non è giù presa, come pensò il suddetto padre Mabillone, dall'anno della morte di Ottone II suo consorte, ma bensì, come avverti il dottissimo padre Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, tom. 1, pag. 224.], dall'anno delle sue nozze, cioè dal 972. Intanto osserviamo che questa principessa la faceva non da imperadrice, ma da imperadore. Tornossene ella in quest'anno in Germania per assistere al re Ottone III suo figliuolo nel governo degli stati. Secondochè racconta Romoaldo salernitano [Romualdus Salernit., Chron. tom. 7 Rer. Ital.], anno DCCCCXC stella a parte Septemtrionis apparuit, habens splendorem, qui tenebat contra Meridiem, quasi passum unum. Et post paucos dies iterum apparuit eadem stella a parte Occidentis, et splendor ejus ad Orientem tendebat. Et non post multos dies fuit terraemotus magnus, qui plures evertit domos in Benevento et Capua, multosque homines occidit, et in civitate Ariano multas ecclesias subvertit. Civitas quoque Frequentus paene media cecidit. Civitatem vero Consanam prope mediam cum episcopo subvertit, multosque homines oppressit. Ronsem totam cum ejus hominibus submersit. Viene anche da Leone ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 11.] narrata questa disavventura con aggiugnere: In Benevento Viperam dejecit, et subvertit quindecim turres, in quibus centum quinquaginta homines mortui sunt. Angelo della Noce fu di parere che col nome di Vipera sia indicato un castello di questo nome nel territorio di Benevento. Credo io piuttosto che Leone significhi una figura di vipera che tuttavia i Beneventani nella stessa loro città tenessero alzata sopra qualche colonna, o fabbrica alta: superstizione ereditata dagli antichi Longobardi. Simulacrum, quod vulgo Vipera nominatur, cui Langobardi flectebant colla [Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in episcop. Benevent.], si legge nella vita di san Barbato vescovo di Benevento. Pare che sino a questi tempi durasse quella superstiziosa statua o figura in essa città. Ma avendo noi veduto all'anno 663 che per opera di quel santo prelato fu atterrata, si può sospettare che almeno il luogo dove essa fu ritenesse quel nome, e in alcuni non fosse ben estinta quella ridicola persuasione che dal mantenimento di quel luogo dipendesse la felicità e salvezza della città, in quella guisa che gli antichi Romani pensarono dell'altare della Vittoria, i Troiani del Palladio, i Fiorentini della statua di Marte, ed altri simili.


DCCCCXCI

Anno diCristo DCCCCXCI. Indizione IV.
Giovanni XV papa 7.
Ottone III re di Germania e d'Italia 9.

Abbiamo dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.], che Ottone III coll'Augusta Teofania sua madre celebrò con solennità ed allegria la santa Pasqua in Quidelingeburg in Sassonia. Intervennero a tal festa Marchio Tuscanorum Hugo, et dux Polonorum Miseco cum pluribus regni princibus, diversa munera ad obsequium imperatoris (non era per anche imperadore) deferentes. Ugo marchese e duca di Toscana con grandi ricchezze e potenza accoppiava una non minore accortezza; e volendosi ben mettere in grazia di Ottone III e di sua madre, non tornò sì tosto in Italia, ma continuò a far la sua corte a que' regnanti, finchè giunsero a Nimega. Quivi infermatasi l'imperadrice Teofania, da morte immatura fu rapita nel dì 16 di giugno dell'anno presente Presso Ditmaro [Ditmarus, in Chron., lib. 4.] la sua morte è posta sotto il precedente anno, ma per errore dei copisti. L'Annalista sassone, Ermanno Contratto, Lamberto da Scafnaburgo, che copiavano la Cronica di Ditmaro, dovettero ben vedere che anch'egli sotto il presente anno notò la morte della suddetta imperadrice. Era questa greca principessa donna di spiriti virili, di bella ed onesta conversazione, molto caritativa verso de' poveri e delle chiese; sapeva cattivarsi l'affetto di chi ella voleva, ed insieme tener basso chi alzava la cresta; utilissima perciò nel governo degli stati al figliuolo. Un solo difetto viene in lei riprovato da sant'Odilone [Odilo, in Vit. Sanct. Adelheidis.]: cioè, che quantunque ella fosse utile ed ottima per gli altri, socrui tamen (cioè a sant'Adelaide) fuit ex parte contraria. Ad postremum vero cujusdam Graeci (probabilmente vuol intendere di Giovanni arcivescovo di Piacenza) aliorumque adulantium consilio fruens, minabatur ei, quasi manu designando, dicens: Si integrum annum supervixero, non dominabitur Adhelhaida in toto mundo, quod non possit circumdari palmo uno. Quam sententiam inconsulte prolatam, divina censura fecit esse veracem. Ante quatuor hebdomadas graeca imperatrix ab hac luce discessit. Augusta Adalhaida superstes, felixque remansit. All'avviso della defunta nuora la piissima imperadrice Adelaide si portò dall'Italia in Germania per consolare l'afflitto nipote Ottone III, e per dare assistenza alla di lui età bisognosa tuttavia di consiglio nel governo del regno. E quivi ille eam matris instar secum tamdiu habuit, quoad usque ipse protervorum consilio juvenum depravatus, tristem illam dimisit. Sicchè ella malcontenta si restituì all'Italia (non so in qual tempo), lasciando il re nipote in balìa ai trasporti della sua gioventù. Fin qui avea Tribuno Memmo doge di Venezia governato il suo popolo senza operar cose che gliene guadagnassero l'affetto [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Gli stava non poco a cuore che Maurizio suo figliuolo succedesse a lui nel governo, e perciò lo spedì a Costantinopoli con isperanza, che ritornando condecorato da quegli Augusti di qualche illustre dignità, più facilmente otterrebbe il suo intento. Ma cadde intanto malato esso doge, e sentendo accostarsi il suo fine, si fece portare al monistero di san Zacheria, e quivi preso l'abito monastico, dopo sei giorni terminò di vivere. Non già il di lui figliuolo, ma bensì Pietro Orseolo II fu creato in suo luogo doge di Venezia. Egli era figliuolo di quel Pietro Orseolo che già vedemmo doge, e poi passato alla vita monastica in Francia, dove per le sue virtù si guadagnò il titolo di beato e di santo. Questi fu principe di gran senno, e talmente attento ai vantaggi della sua patria, che Venezia a' suoi di crebbe sommamente di potenza e decoro. All'anno precedente 990 racconta il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.] le rivoluzioni seguite in Milano fra Landolfo arcivescovo e il popolo di quella città. Il signor Sassi nelle annotazioni [Saxius, in Adnotation. ad eumdem.] fu di parere ch'esso Landolfo venisse promosso a quell'arcivescovato nell'anno 980, come in fatti è notato nel Codice estense della Storia di Arnolfo milanese [Arnulf., Hist. Mediol., tom. 4 Rer. Ital.]; e che nel 982 succedessero quelle dissensioni, per le quali Ottone II imperadore, secondo lui assediò Milano nell'anno 983. Io non m'arrischio a proporre alcuno di tali fatti, perchè circa il tempo la storia ci lascia nelle tenebre, e mi prendo la libertà di narrar qui le sollevazioni suddette con qualche barlume di verisimiglianza, che trovandosi troppo giovane il re Ottone III, e morta la madre sua, e passata in Germania l'avola sua Adelaide, potesse allora il popolo di Milano prendere l'armi contra del suo arcivescovo. Ora il fatto è in questa maniera narrato da Landolfo seniore [Landulf. Senior, Hist. Mediol., tom. 4 Rer. Ital.] storico milanese.

A' tempi di Ottone I era potentissimo in Milano Bonizone da Carcano. Essendo vacata la chiesa di Milano per la morte di Gotifredo arcivescovo nell'anno 980, costui a forza d'oro procurò quell'arcivescovato dall'imperadore per suo figliuolo Landolfo contro la volontà di tutto il clero e popolo milanese, al quale apparteneva l'elezione. Crebbe perciò di giorno in giorno sempre più l'odio universale contra di lui. Interea Landulphus paucis commoratus annis, patre ejus male mortuo a quodam Tazonis vernula suo in lecto, ad Ottonem imperatorem cursu veloci fugiens tetendit. Istigato l'imperadore (questi era Ottone II) venne all'assedio di Milano. Per una visione ritornò in sè stesso Landolfo, e chiamati dalla città molti nobili, stabilì un infame accordo con essi, concedendo loro in feudo o a livello le dignità della chiesa e le pievi della sua diocesi: con che egli ritornò quieto alla sua cattedra, e l'Augusto Ottone se ne andò in Liguria. Ma nulla parlando Arnolfo milanese, scrittore più esatto e contemporaneo d'esso Landolfo nel secolo susseguente, di un tale assedio, e nulla dicendone gli scrittori tedeschi, che pure van registrando tutte le più riguardevoli azioni di Ottone II, io non so che s'abbia a creder a Landolfo storico per conto d'esso assedio. Però meglio fia l'attenersi qui al racconto d'esso Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 10.], che con altre circostanze ci rappresenta quegli avvenimenti. Dice adunque, che succeduto Landolfo, nativo del castello di Carcano, a Gotofredo arcivescovo, per la troppa insolenza del padre e del fratello cominciò a tirarsi addosso l'odio del popolo, coll'abusarsi del dominio della città, di cui forse era conte, o vogliam dire governatore. Congiurò contra di lui la plebe, ma i nobili erano in favore di lui. Quibus assidue rixantibus grande commissum est in urbe certamen. Vedendo Landolfo di non potere reggere alla forza del popolo, lasciato nella città il padre suo decrepito, si ritirò fuori coi nobili, ai quali, per tenerli saldi nel suo partito con farli suoi vassalli, distribuì molti benefizii dei cherici e beni della sua Chiesa, Iterum autem collecto ex diversis partibus agmine, conflixit eisdem cum civibus in campo Carbonariae, ubi facta est plurima caedes utrinque: a quo bello aegre divertit hac etiam vice. In civitate autem quaedam (scrivi quidam,) vernula, audita domini sui nece, accurrens, patrem praesulis lecto jacentem cultro transfixit. Ma non andò molto, che frappostesi varie persone sagge, seguì concordia e pace fra Landolfo e il popolo. L'arcivescovo in emenda de' suoi peccati fece fabbricare in Milano il monistero di san Celso, dove poi venendo a morte, volle essere seppellito. Qui non c'è parola nè di Ottone II, nè di assedio da lui fatto di Milano; e però potrebbono essere succeduti cotali sconcerti durante la lontananza e minorità di Ottone III. Circa questi medesimi tempi anche il popolo di Cremona recò non pochi affanni ad Odelrico vescovo di quella città; perciocchè ecclesiae suae terram potestative invaserunt, ac illam (forse illum) devestierunt; atque sub obtentu, seu occasione commendationis atque facticii, clericos illius, ac laicos suo regimini juste et legaliter deditos, ec. injuste depraedantes, eamdem ecclesiam coarctando ac depraedando, multis calamitatibus opprimebant. Tutto ciò si legge in un diploma di Ottone III [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.] dell'anno 996. Fatti tutti che son degni d'attenzione, poichè di qui si scorge il principio della libertà e indipendenza che a poco a poco andarono poi procacciando a sè stessi i popoli d'Italia con una strepitosa mutazion di cose, di cui andremo di mano in mano ravvisando il progresso. Rapporta il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.] un placito tenuto in civitate Placentia in solario proprio donni archiepiscopi sanctae placentinae ecclesiae, dove in judicio residebat domnus Joannes vir venerabilis archiepiscopus sanctae placentinae ecclesiae, missus donni Ottonis regis. Dal notaio fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXCI, decimotertio kalendas februarii, Indictione quarta. Noi ancor qui troviamo in uso l'autorità regale di Ottone III in Italia, ma non giù notati negli atti pubblici gli anni del suo regno. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] che fecit bellum Asto comes cum Saracenis in Tarento, et ibi cecidit ille cum multis Barensibus. In vece di Asto, un altro codice e l'Anonimo barense hanno Otto comes; ma si dee scrivere Atto comes. Medesimamente in quest'anno Ugo Capeto re di Francia, sdegnato contra di Arnolfo arcivescovo di Rems, il fece deporre dai vescovi in un concilio tenuto in quella città, ma senza che fosse approvata una tal risoluzione dalla santa Sede. In suo luogo fece egli ordinare Gerberto, che noi già vedemmo abbate di Bobbio, in ricompensa di essere stato maestro del re Roberto suo figliuolo, e per la stima della di lui rara letteratura. Vedremo poi fin dove arrivò la fortuna di questo personaggio.