Celebre è quest'anno per la morte del giovane Lodovico V re di Francia, già raccomandato alla cura di Ugo Capeto duca di Francia, senza lasciar figliuoli dopo di sè. Della stirpe regale di Carlo Magno ci restava tuttavia Carlo duca di Lorena, zio paterno d'esso Lodovico. Contuttociò esso Ugo Capeto, prevalendosi del mal animo che aveano i primati della Francia contro d'esso Carlo, perchè legato d'interessi col re germanico, si fece proclamar re di Francia, e coronare sul principio di luglio. Da lui per diritta linea maschile discende il cristianissimo regnante re di Francia Luigi XV. Seguitò poi la guerra fra lui e il suddetto Carlo con varia fortuna: del che potrà informarsi chi vuole dalla storia di Francia. In quest'anno portarono di nuovo i Sassoni la guerra nel paese degli Slavi: unde illi compulsi, regis (cioè di Ottone III) ditioni se subdunt, et castella juxta Albiam restaurantur, sono parole dell'Annalista d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] e sassone. Perchè non si sa in qual anno precisamente succedesse la persecuzione fatta in Roma a papa Giovanni XV, chiamato da vari autori XVI, sarà a me lecito il farne qui menzione. Il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital.] ne parla all'anno 993; il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccles.] all'anno 985. Martino Polacco [Martinus Polonus, in Chron.], Tolomeo da Lucca [Ptolomaeus Lucens., de Roman. Pontif.] ed altri narrano che questo papa fu persona molto dotta, e compose alcuni libri. Ma perchè non cessavano in Roma le fazioni, Crescenzio patrizio di quella città, che col titolo di console avea in suo potere castello sant'Angelo, si diede a perseguitarlo, in maniera che fu costretto il buon papa a fuggirsene di Roma, e a ricoverarsi in Toscana, della qual provincia era allora duca e marchese Ugo, figliuolo di Uberto, e nipote d'Ugo già re d'Italia. Di là cominciò Giovanni a sollecitare il giovinetto re Ottone III di calare in Italia, altro mezzo non conoscendo per rimediare alla sfrenata licenza de' Romani, che quella di creare un imperadore. Ciò inteso da Crescenzio, e non essendo smarrita la memoria della giustizia fatta da Ottone il Grande, e fors'anche dal secondo, mandò a pregare il papa che se ne tornasse alla sua sedia. In fatti Giovanni XV si portò a Roma, dove esso Crescenzio col senato fu a dimandargli perdono. Da lì innanzi ebbe quiete il papa dal popolo romano. Per le suddette molestie inferite a questo pontefice si può credere scritto da Romoaldo salernitano [Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che ai tempi d'esso Giovanni XV Romani capitanei patriciatus sibi tyrannidem vendicavere; cioè usurparono al papa il dominio temporale di Roma. Il cardinal Baronio se la prende spesso contro i principi d'allora, senza mai riconoscere da chi venivano gli sconvolgimenti di Roma e della cattedra pontificia, cioè dai Romani stessi. Aggiugne esso Romoaldo che in quest'anno i Saraceni saccheggiarono la Calabria. Forse racconta egli qui ciò che Lupo protospata scrisse all'anno precedente.
DCCCCLXXXVIII
| Anno di | Cristo DCCCCLXXXVIII. Indiz. I. |
| Giovanni XV papa 4. | |
| Ottone III re di Germania e d'Italia 6. |
Circa questi tempi, come notò il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], i Caloprini nobili veneziani, i quali già vedemmo che erano iti con alcuni lor fazionarii a stuzzicar l'imperadore Ottone II contra di Tribuno loro doge, e contro la libertà della lor patria, veggendo per la morte d'esso Augusto svaniti tutti i loro disegni, tanto si raccomandarono all'imperadrice Adelaide, dimorante allora in Pavia, ch'ella interpose la sua autorevole protezione presso il suddetto doge, affinchè potessero con sicurezza tornare a Venezia. L'ottennero essi, con aver il doge mandato quattro persone che giurarono la loro salvezza. Ma da lì a non molto i Morosini lor nemici stettero alla posta, allorchè i tre figliuoli di Stefano Caloprino venivano dal palazzo ducale in una gondola, e li trucidarono. Il doge mostrò di non avervi colpa; ma il popolo credette ciò che volle; e chi fu morto, non resuscitò. Sotto quest'anno racconta Romoaldo Salernitano [Romual. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.] che i Saraceni assediarono, presero e distrussero la città di Cosenza. Aveva scritto sotto l'anno precedente Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che nella città di Bari, suddita allora de' Greci, il popolo sollevatosi contra Sergio protospata (era questa una dignità conferita dalla corte di Costantinopoli, come di primo capitano), l'uccisero nel mese di febbraio. Nell'anno presente, Indictione prima depopulaverunt Saraceni vicos barenses, et viros ac mulieres in Siciliam captivos duxere. Intorno ancora a questi tempi si dilatò forte in Lombardia l'ordine monastico, specialmente per la venuta a Pavia e per gli santi esempli di Majolo abbate di Clugnì. Era allora il monachismo in Italia in somma depressione. Pochi monisteri si contavano, dove fiorisse la regolare disciplina. Nella maggior parte de' monaci, massimamente se i lor monasteri erano piccoli, o se grandi, ridotti in commenda, compariva una deplorabile depravazion di costumi. Trovavansi talvolta dei piissimi abbati e dei religiosissimi monaci; ma noi poco sappiamo delle loro virtù, e meno delle opere loro in servigio e profitto spirituale de' popoli. Si vede bensì dalle memorie che restano, essere stato l'ordinario e comune studio degli abbati e monaci d'allora di acquistar tutto dì dei nuovi stabili, ed anche degli stati, cioè delle castella e ville, che andavan poi a finire nel sic vos non vobis di Virgilio. Ingegnavasi ancora cadauno de' potenti monisteri di avere, per quanto potea, degli altri monisteri subordinati a sè per tutta l'Italia, o almen delle celle, ossia de' priorati nelle varie città, o ne' lor contadi, dove poi teneano un priore, e talvolta alcuni pochi monaci, i quali se ne stavano in gaudeamus, perchè disobbligati dal rigore della disciplina.
Giovò non poco la venuta del santo abbate Majolo, perciocchè, oltre all'aver egli riformato alquanti vecchi monisteri, s'invogliarono molti di fabbricarne dei nuovi, ne' principii de' quali certo è che fioriva la pietà e il buon esempio. Però intorno a questi tempi la santa imperadrice Adelaide aggiunse [Odilo, in Vita S. Adelheidis.] un riguardevol monistero all'antichissima chiesa di san Salvatore di Pavia, non sussistendo una antichità di lunga mano maggiore, che da taluno gli viene attribuita. In Parma sorse il monistero di san Giovanni, in Brescello quello di san Genesio, in Milano quello di san Celso, in Genova quello di san Siro, in Firenze la badia di santa Maria, in Reggio quello di san Prospero, oggidì san Pietro; in Padova l'insigne di santa Giustina, per tacer d'altri. In Modena aveva Ildebrando vescovo [Sillingardus, Catalog. Episc. Mutinens.] conceduta ad un monaco Stefano nell'anno 983 l'antica chiesa di san Pietro, posta allora fuori della città. I monaci nonantolani, che assorbivano un'immensa copia di beni ne' territorii di Modena, Cologna, Ferrara, Verona ed altre città, mirando di mal occhio la disposizion di un nuovo monistero in lor vicinanza, destramente spinsero un loro monaco per nome Pietro, che si unì con esso Stefano alla cura della chiesa suddetta. Quando poi Pietro se la vide bella, rubò all'altro monaco la bolla episcopale, e tentò con danari il soprallodato vescovo per aver egli la metà di quella chiesa; ma il prelato, detestando la furberia del monaco nonantolano, il cacciò via, e confermò [Antiquit. Ital., Dissert. LXV.] in quest'anno a Stefano il possesso di quella chiesa: il che fu principio del monistero di san Pietro, tuttavia florido in questa città, e fondato nell'anno 996 dal vescovo di Modena Giovanni. Degno è ancora d'osservazione ciò che racconta Arnolfo [Mabill., Annal. Benedict., ad ann. 994.] monaco di santo Emmerammo: cioè che nella sola Roma si contavano quaranta monisteri di monaci e venti di monache, professanti tutti o quasi tutti la regola di san Benedetto, e sessanta collegiate di canonici; tanto s'era dilatato l'ordine monastico e l'istituto de' canonici. Dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 5.] e dal Tatti [Tatti, Annali Eccl. Com.] è rapportato un diploma dato da Ottone III in favore di Adelgiso vescovo di Como, con queste note Datum III nonas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCLXXXVIII, Indictione II, imperii domni Othonis quinto. Actum in palatio Renesbohe. Non avvertì l'Ughelli che questo privilegio non potè mai competere ad Ottone III, il quale non era per anche imperadore. Il Tatti bensì lo riferì all'anno 978, e ad Ottone II Augusto. Ma, siccome osservò il chiarissimo padre Gotifredo abbate gotwicense [Chron. Gotwicense, tom. 1, p. 206.], neppur così vengono guarite le piaghe di questo documento, in cui è anche da avvertire quel titolo strano: Otho tertius gratia Dei gubernator, seu imperator.
DCCCCLXXXIX
| Anno di | Cristo DCCCCLXXXIX. Indiz. II. |
| Giovanni XV papa 5. | |
| Ottone III re di Germania e d'Italia 7. |
Tanto dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.], quanto da quello d'Ildeseim [Annal. Hildesheim.], abbiamo che in questo anno Theophania imperatrix mater regis (cioè di Ottone III) Romam perrexit, ibique Natalem Domini celebravit, et omnem regionem regi subdidit. Per la tenera età e per la lontananza del re Ottone III, pur troppo aveano cominciato i popoli dell'Italia a calcitrare e a suscitar delle sedizioni, siccome verrò dicendo più innanzi. Ancorchè la santa imperadrice Adelaide, stando in Pavia, comandasse e si studiasse di tener quieti i popoli, pure non era assai temuta e rispettata la di lei autorità. Venne con più polso in Italia l'Augusta Teofania, e di qui impariamo che essa dovette rimettere in miglior sesto gli affari. Ma non si dee tacere che l'archimandrita calabrese Giovanni, da noi veduto di sopra creato abbate del ricchissimo monistero di Nonantola, seppe ben far fruttare in suo favore l'intrinsichezza ch'egli godeva presso la suddetta imperadrice Teofania, siccome uomo intendente della lingua greca, ed originario di Calabria. Passò in questo anno a miglior vita Sigualdo vescovo di Piacenza [Campi, Istor. di Piacenza, T. 1.], e l'accorto Greco colla protezione dell'Augusta fu promosso a quella chiesa, quantunque, per attestato del Cronografo sassone [Chronographus Saxo editus a Leibnitio.], fosse stato eletto vescovo un uomo degno, ch'egli fece discacciare. Nè di ciò contenta la sua ambizione, giacchè in quel secolo era divenuto alla moda il far dei nuovi arcivescovati, ottenne da papa Giovanni XV che Piacenza fosse eretta in arcivescovato, con levarla di sotto alla giurisdizione del metropolitano di Ravenna. Ha recato maraviglia a taluno, ed è sembrato errore, il trovar questo Giovanni arcivescovo di Piacenza; ma di tal verità non si può dubitare. Leggesi presso il Campi una permuta da lui fatta in Pavia col mastro di quella zecca, in cui esso è appellato domnus Johannes archiepiscopus sancte placentine ecclesie, et abbas monasterii sancti Silvestri, siti Nonantule. Lo strumento fu scritto anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi nongentesimo ottuagesimo nono, tertio die mensis genuarii, Indictione secunda. Il non veder qui fatta menzione degli anni del re Ottone III, siccome neppure nello strumento d'Ildebrando vescovo di Modena, citato all'anno precedente, e neppure un altro, accennato da Cosimo della Rena [Cosmo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.], e in altri della Cronica del Volturno [Chronicon Vulturnense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], mi fa restar sospeso in pensare come Ottone III fosse re anche d'Italia, e non entrasse, secondo il costume, il suo nome ne' pubblici documenti. Forse perchè non era stato per anche coronato. Lascerò decidere ad altri questo punto; poichè per altri documenti si vede che Ottone III signoreggiava in questi tempi come re in Italia.