DCCIII
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| Anno di | Cristo DCCIII. Indizione I. |
| Giovanni VI papa 3. |
| Tiberio Absimero imp. 6. |
| Ariberto II re 3. |
A quest'anno pare che sia da riferire la spedizion di un esercito fatta dal re Ariberto contra l'isola posta nel lago di Como, perchè in quella fortezza s'era ricoverato Ansprando già aio dell'ucciso re Liutberto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 27.]. Ansprando non volle aspettar questa tempesta, e però se ne fuggì a Chiavenna, e di là per Coira città dei Reti (noi diciam de' Grigioni) passò in Baviera, dove fu cortesemente ricevuto da Teodeberto, uno dei duchi di quella contrada, ed uno dei figliuoli di Teodone II. Fin dai tempi della regina Teodelinda si strinse una gran amistà e lega fra i Longobardi e i Bavaresi; e noi abbiam veduto più re longobardi discendenti da un fratello d'essa Teodelinda, però d'origine bavarese. Ma il re Ariberto, uomo portato alla crudeltà, dacchè non potè aver nelle mani Ansprando, sfogò la sua rabbia contra di Sigibrando di lui figliuolo, con fargli cavar gli occhi, e maltrattare chiunque avea qualche attinenza di parentela con lui. Fece anche prendere Teoderanda moglie d'esso Ansprando; e perchè questa s'era vantata che un dì diverrebbe regina, le fece tagliare il naso e le orecchie; e lo stesso vituperoso trattamento fu fatto ad Arona, o Aurona, figliuola del medesimo Ansprando. Ma in mezzo a questo lagrimevole naufragio della famiglia di esso Ansprando, Dio volle che si salvasse Liutprando suo minor figliuolo. Era egli assai giovinetto di età, e parve ad Ariberto persona da non se ne prender fastidio; e però non solamente niun male fece al di lui corpo, ma anche permise che se ne andasse a trovare il padre in Baviera, siccome egli fece: il che fu d'inestimabil contento in tante sue afflizioni all'abbattuto padre. Volle Iddio in questa maniera conservare chi poi doveva un giorno gloriosamente maneggiar lo scettro de' Longobardi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, da me [Chronic. Farfense, part. II, num. 2 Rer. Italic.] pubblicato nella prefazione alla Cronica di Farfa, si legge che Faroaldo II succedette in quest'anno al duca Transmondo suo padre in quel ducato. Il Sigonio aggiugne ch'egli prese per collega Volchila suo fratello, a cui fu anche dato il titolo di duca. Onde egli abbia questa notizia, nol so. Io per me non ne trovo parola alcuna presso gli antichi.
DCCIV
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| Anno di | Cristo DCCIV. Indizione II. |
| Giovanni VI papa 4. |
| Tiberio Absimero imp. 7. |
| Ariberto II re 4. |
Esule dimorava tuttavia in Chersona, città della Crimea, Giustiniano II già imperadore, chiamato Rinotmeto, cioè dal naso tagliato, continuamente ruminando le maniere di risorgere. Si lasciò un dì intendere che sperava di rimontare sul trono: parole che increbbero molto a quegli abitanti per paura d'incorrere nella disgrazia del regnante Tiberio Absimero, e però andavano pensando di ammazzarlo o di menarlo a Costantinopoli, per liberarsi da ogni impegno [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.]. Penetrata questa mena, Giustiniano all'improvviso scappò, e andò a mettersi nelle mani del Cacano, ossia Cagano, che vuol dire principe dei Cazari, o Gazari, appellati con altro nome Turchi. Da lui fu molto onorato, e prese per moglie una sua figliuola appellata Teodora: nome, credo io, a lei posto dai Greci, soliti, siccome vedremo, a cangiare i nomi degli stranieri. Ma l'imperadore Absimero, dacchè ebbe intesa la fuga e il soggiorno di Giustiniano, senza indugio, spedì ambasciatori al Cacano, con esibirgli una riguardevole ricompensa, se gli mandava Giustiniano vivo, o almen la sua testa. All'ingordo Barbaro non dispiacque l'offerta di sì bel guadagno, e non tardò a mettere le guardie all'ospite e genero suo, sotto pretesto della di lui sicurezza. Da lì a poco diede anche ordine a Papaze governator di Panaguria, dove allora abitava Giustiniano, e a Balgise prefetto del Bosforo, di levargli la vita. La buona fortuna volle che a Teodora sua moglie da un famiglio del padre fu rivelato il secreto, ed ella onoratamente lo confidò al marito, il quale, fatti venire ad un per uno que' due uffiziali in sua camera, con una fune li strangolò. Poi, dopo aver rimandata la moglie alla casa paterna, trovata una barchetta pescareccia, con quella tornò nella Crimea, e mandati segretamente a chiamare alcuni suoi fedeli, con esso loro si incamminò per mare alla volta delle bocche del Danubio. Alzossi in navigando sì fiera fortuna di mare, che tutti si crederono spediti; ed allora fu che Muace, uno de' suoi domestici, gli disse: Signore, voi ci vedete tutti vicini alla morte; fate un voto a Dio, che s'egli ci salva, e voi rimette sul trono, non farete vendetta d'alcuno. Anzi (rispose allora fremendo di collera Giustiniano) s'io perdonerò ad alcuno, che Dio mi faccia ora profondare in queste acque. Così il bestiale Augusto. Passò poi la burrasca, ed arrivati che furono all'imboccatura del Danubio, Giustiniano spedì Stefano suo famigliare a Terbellio, ossia Trebellio, signore della Bulgaria, con pregarlo di dargli ora ricovero, e poscia aiuto sufficiente per poter rimontare sul trono, esibendogli perciò un larghissimo guiderdone. Terbellio, fattolo venire a sè, con graziose accoglienze il ricevè, e poi si applicò a mettere in ordine una poderosa armata di Bulgari e Schiavoni per effettuare il concerto stabilito fra loro.
DCCV
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| Anno di | Cristo DCCV. Indizione III. |
| Giovanni VII papa 1. |
| Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 1. |
| Ariberto II re 5. |