Arrivò in quest'anno al fine di sua vita il buon papa Giovanni VI, essendo succeduta la sua morte nel 9 di gennaio. Fu [Anastas., in Johann. VII.] eletto in suo luogo, e consecrato nel dì primo di marzo Giovanni VII, Greco di nazione, persona di grande erudizione e di molta eloquenza. Dacchè miriamo tanti Greci posti nella sedia di s. Pietro, possiam ben credere che gli esarchi ed altri uffiziali cesarei facessero dei maneggi gagliardi per far cadere l'elezione in persone della lor nazione: il che nulla nocque all'onore della santa Sede, perchè questi Greci ancora fatti papi sostennero sempre la vera dottrina della Chiesa, nè si lasciarono punto smuovere dal diritto cammino per le minacce de' greci imperadori. Sull'autunno di quest'anno Giustiniano dal naso tagliato, per ricuperare il perduto imperio, passò alla volta di Costantinopoli [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.], accompagnato da Terbellio principe dei Bulgari, che seco conduceva una possente armata. Assediò la città, invitò i cittadini alla resa con proporre delle buone condizioni. Per risposta non ebbe se non delle ingiurie. Ma in tanto popolo non mancavano a lui persone parziali, e queste in fatti trovarono la maniera di introdurlo con pochi del suo seguito per un acquedotto della città, e di condurlo al palazzo delle Blacherne, dove ripigliò l'antico comando. Per attestato d'Agnello Ravennate, egli portò da lì innanzi un naso e l'orecchie d'oro. Ed ogni volta che si nettava il naso, segno era che meditava o aveva risoluta la morte d'alcuno. Stabilito che fu sul trono, congedò Terbellio signor de' Bulgari (de' quali nondimeno è da credere che ritenesse una buona guardia) con dei ricchissimi regali, dopo avere stretta con lui una lega difensiva. Ciò fatto, questo mal uomo, in vece d'avere colle buone lezioni d'umiliazione, che Dio gli aveva dato, imparata la mansuetudine e la misericordia, più che mai insuperbì, nè spirò altro che crudeltà e vendetta. Fa orrore l'intendere come egli infierisse ed imperversasse contra chiunque dell'alto e basso popolo fosse creduto complice della passata di lui depressione. Leonzio già imperadore deposto, fu preso. Tiberio Absimero, precedente Augusto, nel fuggire da Apollonia, restò anch'egli colto. Incatenati i miseri, strascinati con dileggi per tutte le contrade della città, furono nel pubblico circo alla vista di tutto il popolo presentati a Giustiniano che coi piedi li calpestò, e poi fece loro mozzare il capo. Eraclio fratello d'Absimero con gli uffiziali della milizia a lui sottoposti, fu impiccato. Callinico patriarca, dopo essergli stati cavati gli occhi, fu relegato a Roma, e sostituito in suo luogo un Ciro monaco rinchiuso, che gli aveva predetto la ricuperazione dell'imperio. Che più? Basta dire che quasi innumerabili furono, sì de' cittadini che de' soldati, quei che questo Augusto carnefice sagrificò alla sua collera, con lasciare un immenso terrore e paura a chiunque restava in vita. Mandò poi nel paese de' Gazari una numerosa flotta, per prendere e condurre a Costantinopoli Teodora sua moglie. Nel viaggio perirono per tempesta moltissimi di que' legni con tutta la gente, di maniera che il Cacano di quei Barbari ebbe a dire: Mirate che pazzo? Non bastavano due o tre navi per mandare a pigliar sua moglie, senza far perire tante persone? Forse che avea da far guerra per riaverla? Avvisò ancora Giustiniano che sua moglie gli avea partorito un figliolo, a cui fu posto il nome di Tiberio. L'uno e l'altra vennero a Costantinopoli, e furono coronati colla corona imperiale. Finì di vivere in questo anno Abimelec, ossia Abdulmeric califa de' Saraceni [Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, pag. 67.], che dopo la presa di Cartagine avea stese le sue conquiste per tutta la costa dell'Africa sino allo stretto di Gibilterra. Ceuta nondimeno era allora in potere dei Visigoti signori della Spagna, come è anche oggidì degli Spagnuoli. Succedette ad Abimelec nell'imperio il figliuolo Valid, che distrusse la nobilissima chiesa cattedrale dei cristiani in Damasco. Quando poi sieno sicuri documenti una lettera di Faroaldo II duca di Spoleti, e una bolla di Giovanni VII papa, da me pubblicate nella Cronica di Farfa [Chr. Farfense, Part. II, t. 2 Rer. Italic.], si viene a conoscere che in questi tempi esso Faroaldo comandava in quel ducato. La bolla del papa è data pridie kalendas julii, imperante domino nostro piissimo P. P. Augusto Tiberio anno VIII. P. C. ejus anno VI. sed et Theodosio atque Constantino. Di questi, che credo suoi figliuoli, ho cercata indarno menzione presso gli storici greci.
DCCVI
| Anno di | Cristo DCCVI. Indizione IV. |
| Giovanni VII papa 2. | |
| Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 2. | |
| Ariberto II re 6. |
Durava tuttavia la dissensione fra la Chiesa romana e greca per cagione de' canoni del concilio trullano, che il santo papa Sergio non avea voluto approvare. In quest'anno comparvero essi canoni a Roma, inviati dall'Augusto Giustiniano Rinotmeto, e portati da due metropolitani con lettera d'esso imperadore a papa Giovanni VII [Anastas., in Johann. VII.], in cui il pregava ed esortava di raunare un concilio e di riprovare in essi canoni ciò che meritasse censura, con accettar quello che si fosse creduto lodevole. Ma il papa, dopo aver tenuto in bilancio questo affare per lungo tempo, finalmente rimandò gli stessi canoni indietro senza attentarsi di correggerli. Si sforza il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.] di scusare e giustificare per questa maniera d'operare il pontefice, ma con ragioni che non appagano. A buon conto, Anastasio bibliotecario, cardinale più vecchio del Baronio, non ebbe difficoltà di dire che humana fragilitate timidus non osò emendarli. E il padre Cristiano Lupo [Lupus, in Notis ad Concil. Trullan.] osservò che più saggiamente operò dipoi papa Costantino e non meno di lui papa Giovanni VIII, con esaminarli e separare il grano dal loglio, come costa dalla prefazione del medesimo Anastasio al concilio VII generale. Giacchè non sappiamo gli anni precisi dei duchi del Friuli, mi sia lecito di rapportar qui ciò che Paolo Diacono [Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 24.] lasciò scritto di Ferdulfo duca di quella contrada, uomo vanaglorioso e di lingua poco ritenuta. Cercava pure costui la gloria di avere almeno una volta vinto i confinanti Schiavoni; e però diede infin dei regali a certuni d'essi, acciocchè movessero guerra al Friuli. Vennero in effetto que' Barbari in gran numero, e mandarono innanzi alcuni saccomanni, che cominciarono a rubar le pecore de' poveri pastori. Lo sculdais, ossia il giusdicente di quella villa, per nome Argaido, uomo nobile e di gran coraggio, uscì contra di loro co' suoi armati, ma non li potè raggiugnere. Nel tornar poi indietro s'incontrò nel duca Ferdolfo, il quale inteso che gli Schiavoni senza danno alcuno se n'erano andati con Dio, in collera gli disse: Si vede bene che voi non siete capace di far prodezza alcuna, da che avete preso il vostro nome da arga. Presso i Longobardi, che si piccavano forte d'esser uomini valorosi e persone di onore, la maggiore ingiuria che si potesse dire ad uno, era quella di arga, significante un poltrone, un pauroso, un uomo da nulla. Come abbiamo dalla legge 384 del re Rotari, era posta pena a chi dicesse arga ad alcuno; e costui dovea disdirsi e pagare. Che se poi avesse voluto sostenere che con ragione avea proferita quella parola, allora la spada e il duello, secondo il pazzo ripiego di que' barbari tempi, decideva la lite. Argaido, udita questa ingiuria, rispose: Piaccia a Dio che nè io, nè voi usciam di questa vita prima di aver fatto conoscere chi di noi due sia più poltrone.
Dopo alquanti giorni sopravvenne lo sforzo degli Schiavoni, che s'andarono ad accampare in cima di una montagna, cioè in luogo difficile, a cui si potessero accostare i Furlani. Ferdolfo duca arrivato col suo esercito, andava rondando per trovar la maniera men difficile d'assalire i nemici; quando se gli accostò il suddetto Argaido con dirgli che si ricordasse di averlo trattato da arga, e che ora era il tempo di far conoscere chi fosse più bravo. Poi soggiunse: E venga l'ira di Dio sopra colui di noi due, che sarà l'ultimo ad assalir gli Schiavoni. Ciò detto, spronò il cavallo alla volta de' Barbari, salendo per la montagna. Ferdolfo, spronato anch'egli da quelle parole, per non esser da meno, il seguitò. Allora i Barbari, che aveano il vantaggio del sito, li riceverono piuttosto con sassi, che con armi, e scavalcando quanti andavano arrivando, ne fecero strage; e più per azzardo che per valore ne riportarono vittoria, con restarci morto lo stesso duca Ferdolfo ed Argaido, ed anche tutta la nobiltà del Friuli, per badare ad un vano puntiglio, e anteporlo ai salutevoli consigli della prudenza. Aggiugne Paolo che il solo Munichi padre di Pietro, il quale fu poi duca di Friuli, e padre di Orso, che fu duca di Ceneda, la fece da valentuomo. Perciocchè gittato da cavallo, essendogli subito saltato addosso uno Schiavone, ed avendogli legate le mani con una fune, egli colle mani così impedite strappò la lancia dalla destra dello Schiavone, e con essa il percosse, e poi con rotolarsi giù per la montagna ebbe la fortuna di salvarsi. Ed è ben da notare che in questi tempi vi fossero duchi di Ceneda, perchè questo è potente indizio che il ducato del Friuli non abbracciasse per anche molte città, e si ristrignesse alla sola città di Forum Julii, chiamata oggidì Cividal di Friuli. Morto Ferdolfo, fu creato duca del Friuli, Corvolo, il quale durò poco tempo in quel ducato, perchè avendo offeso il re (Paolo [Paulus Diaconus, in Gest. Longobard., lib. 6, cap. 23 et 26.] non dice qual re) gli furono cavati gli occhi colla perdita di quel governo. Dopo lui fu creato duca del Friuli Pemmone, nativo da Belluno, che per una briga avuta nel suo paese era ito ad abitare nel Friuli, cioè in Cividal di Friuli, uomo di ingegno sottile, che riuscì di molta utilità al paese. La promozione sua è riferita all'anno precedente dal dottissimo padre Bernardo Maria de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 3.]. Pemmone aveva una moglie nomata Ratberga, contadina di nascita, e di fattezze di volto ben grossolane, ma sì conoscente di sè stessa, che più volte pregò il marito di lasciarla, e di prendere un'altra moglie che convenisse a un duca par suo: segno che in quei tempi barbarici doveva esservi l'abuso di ripudiare una moglie per passare ad altre nozze. Ma Pemmone da uomo saggio, qual era, più si compiaceva d'aver una moglie sì umile e di costumi sommamente pudichi, che d'averla nobile e bella, e però stette sempre unito con lei. Dal loro matrimonio nacquero col tempo tre figliuoli, cioè Ratchis, Ratcait ed Astolfo, il primo e l'ultimo de' quali col tempo ottennero la corona del regno longobardico, e renderono gloriosa la bassezza della lor madre. Finalmente questo Pemmone vien commendato da Paolo, perchè, raccolti i figliuoli di tutti quei nobili che aveano lasciata la vita nel sopraddetto conflitto, gli allevò insieme co' suoi figliuoli, come se tutti gli avesse egli generati.
DCCVII
| Anno di | Cristo DCCVII. Indizione V. |
| Giovanni VII papa 3. | |
| Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 3. | |
| Ariberto II re 7. |
Circa questi tempi, se pure non fu nell'anno precedente, per attestato di Anastasio [Anastas., in Johann. VII.] e di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 28.], il re Ariberto fece conoscere la sua venerazione verso la Sede apostolica. Godeva essa ne' vecchi tempi de' patrimonii nelle Alpi Cozie, ma questi erano stati occupati o dai Longobardi, o da altre private persone. Probabilmente altri papi aveano fatta istanza per riaverli, ma senza frutto. Ariberto fu quegli che fece giustizia ai diritti della Chiesa romana, e mandò a papa Giovanni un bel diploma di donazione, ossia di confermazione, o restituzione di quegli stabili, scritto in lettere d'oro. Pensa il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl. ad ann. 704 et 712.] che la provincia dell'Alpi Cozie appartenesse alla santa Sede; ma chiaramente gli storici suddetti parlano del patrimonio dell'Alpi Cozie; e gli eruditi sanno che patrimonio vuol dire un bene allodiale, come poderi, case, censi, e non un bene signorile e demaniale, come le città, castella, provincie dipendenti dai principi. Di questi patrimonii la Chiesa romana ne possedeva in Sicilia, in Toscana, e per molte altre parti d'Italia, anzi anche in Oriente, come ho dimostrato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. LXIX.]. Oltre di che, non sussiste, come vuol Paolo Diacono, che la provincia dell'Alpi Cozie abbracciasse allora Tortona, Acqui, Genova e Savona, città al certo che non furono mai in dominio della Chiesa romana. Ciò che si intende per Alpi Cozie, l'hanno già dimostrato eccellenti geografi. Che se il cardinal Baronio cita la lettera di Pietro Oldrado a Carlo Magno, in cui si legge che Liutprando re donationem, quam beato Petro Aripertus rex donaverat, confirmavit, scilicet Alpes Cottias, in quibus Janua est: egli adopera un documento apocrifo, e composto anche da un ignorante. Basta solamente osservare quel donationem, quam donaverat, Anastasio dice donationem patrimonii Alpium Cottiarum, quam Aripertus rex fecerat. Ma Giovanni VII papa nel presente anno a' dì 17 di ottobre fu chiamato da questa vita mortale all'immortale, e la santa Sede restò vacante per tre mesi. Per opera di questo pontefice, come si ha dalle croniche monastiche, l'insigne monistero di Subbiaco nella Campagna di Roma, già abitato da san Benedetto, e rimasto deserto per più di cento anni, cominciò a risorgere, avendo quivi esso papa posto l'abbate Stefano, che rifece la basilica e il chiostro, e lasciovvi altre memorie della sua attenzione e pietà.