DCCVIII

Anno diCristo DCCVIII. Indizione VI.
Sisinnio papa 1.
Costantino papa 1.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 4.
Ariberto II re 8.

Fu consecrato papa in quest'anno Sisinnio nativo di Soria, uomo di petto, e che avea gran premura per la difesa e conservazione di Roma; al qual fine, come se fosse stato giovane e sano, fece anche dei preparamenti per rifare le mura di quella augusta città. Ma per la gotta era sì malconcio di corpo, e specialmente delle mani, che gli bisognava farsi imboccare, non potendo farlo da sè stesso. Però non tardò la morte a visitarlo, avendo tenuto il pontificato solamente per venti giorni. Nel dì 25 di marzo a lui succedette Costantino, anch'esso di nazione soriana, pontefice di rara mansuetudine e bontà, ne' cui tempi, dice Anastasio [Anastas. Biblioth., in Constant.], che per tre anni si provò in Roma una fiera carestia, dopo i quali così doviziosa tornò la fertilità delle campagne, che si mandarono in obblio tutti gli stenti passati. In quest'anno mancò di vita Damiano arcivescovo di Ravenna, e in suo luogo fu eletto Felice, uomo di bassa statura, macilente, ma da Agnello [Agnell., Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Ital.], scrittore mal affetto alla Chiesa romana, rappresentato per uomo pieno di spirito di sapienza, perchè volle cozzar coi papi, benchè lo stesso Agnello di ciò non faccia menzione. Ne fa bene Anastasio con dire che egli andò a Roma, e fu consecrato vescovo da papa Costantino. Ma allorchè si trattò di mettere in iscritto la sua protesta di essere ubbidiente al romano pontefice, e di rinunziare all'iniqua pretensione dell'autocefalia, ossia indipendenza, così imbeccato dal clero e da' cittadini di Ravenna, non vi si sapeva indurre. Gli parlarono nondimeno sì alto i ministri imperiali di Roma, che per timore stese una dichiarazione, non come egli doveva e portava il costume, ma come gl'insinuò la sua ripugnanza a farla. Questa poi posta dal pontefice nello scrupolo di san Pietro, dicono che fu da lì a qualche giorno trovata offuscata e come passata pel fuoco. Ma Iddio tardò poco a gastigar la superbia di lui e de' Ravennati, siccome vedremo fra poco. In questo anno Giustiniano Augusto, testa leggera e bestiale, dimentico oramai dei servigii a lui prestati dai Bulgari, e della lega fatta con Terbellio principe loro, messa insieme una potente flotta e un gagliardo esercito, si mosse a' loro danni, ma gli andò ben fatta, come si meritava. Coll'armata navale per mare cominciò a travagliare la città d'Anchialo, e lasciò la cavalleria alla campagna. Se ne stava questa sbandata coi cavalli al pascolo senza guardia alcuna, come in paese di pace. I Bulgari, adocchiata dalle colline la poca disciplina dei Greci, serrati in uno squadrone, si scagliarono loro addosso, con ucciderne assaissimi, e molti più farne prigioni, e presero i cavalli e i carriaggi d'essa armata. L'imperadore, che era in terra, fu obbligato alla fuga, e a ritirarsi nella prima fortezza che trovò del suo dominio, dove gli convenne star chiuso per tre giorni, perchè i Bulgari l'aveano incalzato fin là. E non partendosi costoro di sotto alla piazza, il bravo Augusto, tagliati i garretti ai cavalli, e lasciate l'armi, s'imbarcò di notte, e svergognato se ne tornò a Costantinopoli.


DCCIX

Anno diCristo DCCIX. Indizione VII.
Costantino papa 2.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 5.
Ariberto II re 9.

Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperador Giustiniano, e gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale Zacheria mandato a Roma per imprigionare Sergio papa, oppure perchè nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio [Anast., in Constant.] ch'egli mandò Teodoro patrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli altri, privato degli occhi il loro arcivescovo Felice, che di poi fu relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello ravennate [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.], che poco più di cento anni dopo descrisse questa tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo, che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta la nobilità di Ravenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza. Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti i nobili della terra, fra gli altri Felice arcivescovo e Giovanniccio, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna, diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città, che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie. Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda dei Barbari.


DCCX