Anno diCristo DCCX. Indizione VIII.
Costantino papa 3.
Giustiniano II imperadore di nuovo regnante 6.
Ariberto II re 10.

Fra le sue crudeltà e pazzie non lasciò l'imperador Giustiniano di desiderar l'accordo fra la Chiesa romana e greca in ordine ai canoni del concilio trullano. Per ottener questo bene, conoscendo che gioverebbe assai la presenza del romano pontefice, spedì, secondochè attesta Anastasio, ordine a papa Costantino di portarsi a Costantinopoli. Però fece egli preparar delle navi per fare il viaggio di mare, e nel dì 5 di ottobre del presente anno imbarcatosi, sciolse dal porto Romano, conducendo seco Niceta vescovo di Selva Candida, Giorgio vescovo di Porto, e molti altri del clero romano. Arrivò a Napoli, dove fu accolto da Giovanni patrizio ed esarco, soprannomato Rizocopo, il quale era inviato per succedere a Teofilatto esarco. Quindi passato in Sicilia, quivi trovò Teodoro patrizio e generale dell'armi, che gli fece un suntuoso incontro; e con suo vantaggio, perchè venne malato a riceverlo, e se ne tornò indietro guarito. Per Reggio e Crotone s'avanzò fino a Gallipoli, dove morì il vescovo Niceta, e di là andò ad Otranto. In quella città, perchè sopravvenne il verno, bisognò che si fermasse; e colà ancora pervenne lettera dell'imperadore, portante un ordine a tutti i governatori de' luoghi per dove avesse da passare il papa, che usassero verso di lui lo stesso onore che farebbono alla persona del medesimo Augusto. Giunsero in quest'anno a Costantinopoli i prigioni ravennati, e furono menati davanti all'inumano Augusto, il quale era assiso in una sedia coperta d'oro e tempestata di smeraldi, col diadema tessuto d'oro e di perle, e lavorato da Teodora Augusta sua moglie. Comandò egli che tutti fossero messi in carcere, per determinar poscia la maniera della lor morte. In una parola, tutti quei senatori e nobili, chi in una chi in un'altra forma furono crudelmente fatti morire. Aveva anche giurato l'implacabil regnante di tor la vita all'arcivescovo Felice [Agnell., in Vit. Felicis.]; ma se merita in ciò fede Agnello, la notte dormendo gli apparve un giovane nobilissimo con a canto esso arcivescovo, che disse: Non insanguinar la spada in quest'uomo. Svegliato l'imperadore, raccontò il sogno a' suoi; poscia, per osservare il giuramento, fece portare un bacino di argento infocato, e spargervi sopra dell'aceto, e in quello fatti per forza tener gli occhi fissi a Felice, tanto che si disseccò la pupilla, il lasciò cieco. Tale era l'uso de' Greci, per torre l'uso della vista alle persone, e di là nacque l'italiano abbacinare. Fu dipoi esso arcivescovo mandato in esilio nella Crimea. Sommamente riuscì quest'anno pernicioso e funesto alla Cristianità, perchè gli Arabi, ossia i Saraceni, non contenti del loro vasto imperio, consistente nella Persia, e continuato di là fino allo stretto di Gibilterra, passato anche il Mediterraneo, fecero un'irruzione nella Spagna, dove poscia nell'anno seguente fermarono il piede, e ve lo tennero fino all'anno 1492, in cui Granata fu presa dall'armi de' cattolici monarchi Ferdinando re ed Isabella regina di Castiglia e d'Aragona. Cominciò, dissi, in quest'anno a provarsi in quel regno la potenza de' Monsulmani o Musulmani, voglio dire de' Maomettani, e poi nel seguente continuarono le loro conquiste, con riportar varie vittorie sopra i già valorosi Visigoti cattolici, la gloria de' quali restò quasi interamente estinta, e per colpa principalmente di un Giuliano conte, traditore della patria sua. Fama nondimeno è che in questo anno seguisse un combattimento, rinnovato per otto giorni continui, fra i Cristiani e i Saraceni, e che restassero disfatti i primi colla morte dello stesso cattolico re Rodrigo. Certo è che a poco a poco s'impadronirono quegli infedeli di Malega, Granata, Cordova, Toledo e di altre città e provincie, dove cominciò a trionfare il maomettismo, ancorchè coloro lasciassero poi libero l'uso della religion cristiana cattolica ai popoli soggiogati.


DCCXI

Anno diCristo DCCXI. Indizione IX.
Costantino papa 4.
Filippico imperadore 1.
Ariberto II re 11.

Nella primavera di quest'anno continuò Costantino papa il suo viaggio per mare a Costantinopoli, dopo aver ricevuto grandi onori dovunque egli passava [Anastas., in Constant.]. Ma insigni specialmente furono i fatti a lui, allorchè giunse colà. Sette miglia fuori di quella regal città gli venne incontro Tiberio Augusto figliuolo dell'imperador Giustiniano II, colla primaria nobilità, e Ciro patriarca col suo clero, e una gran folla di popolo. Il papa salito a cavallo con tutti di sua corte, portando il camauro, come fa in Roma stessa, andò ad alloggiare al palazzo di Placidia. Saputa la sua venuta, Giustiniano, che si trovava a Nicea, gli scrisse immantenente una lettera piena di cortesia, con pregarlo di venir sino a Nicomedìa, dove anch'egli si troverebbe. Quivi in fatti seguì il loro abboccamento, e l'imperadore ben conoscente della venerazion dovuta ai successori di san Pietro, colla corona in capo s'inginocchiò e gli baciò i piedi, ed amendue poscia teneramente s'abbracciarono con somma festa di tutti gli astanti. Nella seguente domenica il papa celebrò messa, e comunicò di sua mano l'imperadore, che poi si raccomandò alle di lui preghiere, acciocchè Dio gli perdonasse i suoi peccati, e ne avea ben molti. E dopo avergli confermati tutti i privilegii della Chiesa romana, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Punto non racconta Anastasio qual fosse il motivo, per cui il papa venisse chiamato in Levante, nè cosa egli trattasse coll'imperadore. I padri Lupo [Lupus, in Notis ad Canon. Concil. Trull.] e Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] hanno immaginato, e con verisimiglianza, che si parlasse dei canoni del concilio trullano, e che il pontefice confermasse quelli che lo meritavano, con riprovar gli altri ripugnanti alla disciplina ecclesiastica della Chiesa latina. Pare ancora che ciò si possa inferire da alcune parole del medesimo Anastasio nella Vita di papa Gregorio II. Ma non è inverisimile che quel capo sventato di Giustiniano chiamasse colà il papa per far vedere al mondo ch'egli comandava a Roma, e si faceva ubbidire anche dai sommi pontefici: giacchè non apparisce chiaro che ciò fosse per motivo della religione. Comunque sia, partissi il papa da Nicomedia, e benchè da molti incomodi di sanità afflitto, arrivò finalmente al porto di Gaeta, dove trovò buona parte del clero e popolo romano, e nel dì 24 di ottobre entrò in Roma con gran plauso ed allegrezza di tutta la città. Ma nel tempo della sua lontananza accadde bene il contrario in Roma, cioè uno sconcerto che arrecò non poca afflizione a quegli abitanti. Passando per essa città nell'andare a Ravenna il nuovo esarco Giovanni Rizocopo fece prendere Paolo, diacono e vicedomino (cioè il maggiordomo, oppure il mastro di casa del papa), Sergio abbate e prete, Pietro tesoriere (parimente, per quanto pare, del papa) e Sergio ordinatore, e fece loro mozzare il capo. Tace Anastasio i motivi o pretesti di questa carnificina di persone sacre e di alto affare. Soggiugne bensì, che costui, andato a Ravenna, quivi, a cagion della sue iniquità, per giusto giudizio di Dio, vi morì di brutta morte. Questa notizia ci apre l'adito ad attaccare al suo racconto ciò che abbiamo da Agnello scrittore ravennate, mentovato più volte di sopra, la cui storia è arrivata fino ai nostri giorni mercè di un codice manuscritto estense. Ci fa saper questo istorico [Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2, Rer. Italic.] che il popolo di Ravenna trovandosi in somma costernazione e tristezza, non meno pel sacco patito l'anno addietro, che per la nuova del macello di tanta nobiltà ravennate fatto in Costantinopoli, scosse il giogo dell'indiavolato imperadore. Elessero eglino per loro capo Giorgio, figliuolo di quel Giovanniccio, di cui abbiam parlato di sopra, giovane grazioso d'aspetto, prudente ne' consigli e verace nelle sue parole. In questa ribellione o confederazione concorsero l'altre città dell'esarcato, che da Agnello sono enunziate secondo l'ordine che dovea praticarsi per le guardie, cioè Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola e Bologna. Divise Giorgio il popolo di Ravenna in varii reggimenti, denominati dalle bandiere; cioè bandiera o insegna prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese, quella di Classe, e la parte dell'arcivescovo coi cherici, con gli onorati e colle chiese sottoposte. Quest'ordine nella milizia ravennate si osservava tuttavia da lì a cento anni allorchè Agnello scrisse la suddetta storia, cioè le vite degli arcivescovi di quella città. Ma ciò che operassero dipoi i Ravennati, non si legge nella storia castrata da gran tempo del medesimo Agnello. Solamente aggiugne che Giovanniccio, quel valente segretario di Giustiniano Augusto, fu in questo anno, per ordine d'esso imperadore, crudelmente tormentato e fatto morire, e che egli chiamò al tribunale di Dio quel crudelissimo principe, con predire che nel dì seguente anch'egli sarebbe ucciso. Agnese figliuola d'esso Giovanniccio fu bisavola del medesimo Agnello storico, da cui sappiamo ancora che lo stesso Giovanniccio quegli fu che mise in bell'ordine il messale, le ore canoniche, le antifone e il rituale, de' quali si servì da lì innanzi la Chiesa di Ravenna. Ora egli è da credere che Giovanni Rizocopo nuovo esarco, giunto in vicinanza di Ravenna, in vece di prendere le redini del governo trovasse ivi la morte per l'ammutinamento di due' popoli. Ma è cosa da maravigliarsi come Girolamo Rossi [Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 4.], descrivendo i fatti de' Ravennati in questi tempi, confondesse i tempi, e di suo capriccio descrivesse avvenimenti, de' quali non parla l'antica storia, o diversamente ne parla.

Verificossi poi la morte dell'imperador Giustiniano, siccome dicono che avea predetto Giovanniccio. Come succedesse quella tragedia, l'abbiamo da Teofane [Theoph., in Chronogr.], da Niceforo [Niceph., in Chron.], da Cedreno [Cedren., in Annalib.] e da Zonara [Zonaras, in Historia.]. Cadde in pensiero a questo sanguinario principe di vendicarsi ancora degli abitanti di Chersona nella Crimea, sovvenendogli della intenzione ch'ebbero di ammazzarlo, allorchè egli era relegato in quella penisola. A tale effetto mandò colà un formidabile stuolo di navi con centomila uomini tra soldati, artefici e rustici. Si può sospettar disorbitante tanta gente per mare, e che gli storici greci, soliti a magnificar le cose loro, aprissero ancor qui più del dovere la bocca. Stefano patrizio fu scelto per general dell'impresa, e con ordine di far man bassa sopra que' popoli. Scrive Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 31.], che trovandosi allora papa Costantino alla corte, dissuase per quanto potè l'imperadore da sì crudele impresa; ma non gli riuscì d'impedirla. Grande fu la strage, e i principali del Chersoneso parte furono inviati colle catene a Costantinopoli, parte infilzati negli spiedi e bruciati vivi, parte sommersi nel mare. Giustiniano, all'intendere che si era perdonato ai giovani e fanciulli, andò nelle furie, e comandò che l'armata nel mese d'ottobre tornasse colà a fare del resto. Ma sollevatasi una gran fortuna di mare, quasi tutta questa armata andò a fondo, calcolandosi (se pur si può credere) che vi perissero circa sessantatremila persone: del che non solo non si attristò il pazzo imperadore, ma con giubilo comandò che si preparasse un'altra flotta, e si andasse a compiere la presa risoluzione, con distruggere tutte le città e castella della Crimea. Ora quei del paese, che erano fuggiti o sopravanzati alle spade, avvisati di questa barbara risoluzione, si unirono, si fortificarono, ottennero soccorso dai Gazari, e dopo aver ripulsate le armi cesaree, proclamarono imperadore Bardane che assunse il nome di Filippico, il quale, mandato in esilio molti anni prima, siccome dicemmo all'anno 701, fu chiamato, o accorse colà in tal congiuntura. Mauro patrizio colla sua flotta, per timore di essere gastigato da Giustiniano, si unì con Filippico, e tutti concordemente sul fine di quest'anno giunsero a Costantinopoli, dove pacificamente fu ammesso il nuovo Augusto, giacchè Giustiniano dianzi uscito in campagna colle poche truppe che avea, e con un rinforzo ottenuto dai Bulgari, non fu a tempo di prevenire Filippico. Spedito dipoi contra di esso Giustiniano Elia generale di Filippico, tanto seppe adoperarsi, che tirò nel suo partito i soldati del di lui esercito, mandò contenti a casa i Bulgari, ed avuto in mano il bestiale imperadore Giustiniano, con un colpo di sciabla gli fece, come potè, pagare il sangue d'innumerabili cristiani da lui sparso. Inviata a Costantinopoli la di lui testa, d'ordine di Filippico fu poi portata a Roma. Tiberio Augusto di lui figliuolo scappato in chiesa, ne fu per forza estratto, ed anch'egli tolto di vita. Questo fine ebbe Giustiniano Rinotmeto, cattivo figliuolo di un ottimo padre, che, sedotto dallo spirito della vendetta, andò fabbricando a sè stesso la propria rovina, e colla sua morte liberò da un gran peso la terra. In quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni Childeberto III, re di Francia, che ebbe per successore Dagoberto III, tutti re di stucco in questi tempi, perchè re vero, benchè senza nome, era Pippino di Eristallo loro maggiordomo.


DCCXII

Anno diCristo DCCXII. Indizione X.
Costantino papa 5.
Filippico imperadore 2.
Aliprando re 1.
Liutprando re 1.