Sotto il nuovo imperadore Filippico si credeva omai di goder pace e tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità della Chiesa cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star lungamente sul trono. Gliel promise Bardane [Theoph., in Chronogr.], ossia Filippico, e la parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando, che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di Costantinopoli Ciro, e a lui sostituito Giovanni aderente ai suoi errori. Se ne stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella di Felice arcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio nella Crimea [Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2 Rer. Italic.]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta, che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto come quella sola corona. Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo arcivescovo Giorgio, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la testimonianza di Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth. in Constant.], che, ritornato questo arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei. Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi dopo l'arrivo in Roma di papa Costantino, cioè verso il fine di gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico: cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero. Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto, siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti, nè di lasciar correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.
Fino a questi tempi Ansprando, aio del fu re Liutberto, avea fermato il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam veduto [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 35.]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche da Teodeberto duca d'essa Baviera, venne in Italia contra del re Ariberto II, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga. Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de' Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi, Ariberto II si fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia. Ebbe egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là, per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nome Gumberto, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellato Ragimberto, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di concorde volere i Longobardi elessero per re loro Ansprando, personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi aveano proclamato re Liutprando suo figliuolo, così nominato, e non già Luitprando, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano, fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto di versi ritmici.
ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,
SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,
ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,
SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.
CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,
POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS
APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO
LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,