DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.

Quel datum Papiae temo io che non si legga così disteso nel marmo, sì perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi il datum, e sì perchè non si soleva per anche dire Papiae, ma bensì Ticini. Verisimilmente le due sole lettere DP, che significano depositus, si son convertite in Datum Papiae. Per altro sta bene la nota cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], dal p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il re Liutprando suo figlio, giovane bensì, ma principe di grande aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da me pubblicato [Antiquitat. Italic., tom. 3, pag. 1005.], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno. Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da me dati alla luce nelle Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissertat. LXXIV.]. Ne rapporterò il principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa copiata. Aripertus (dice egli) filius ejus regnavit annos XII, cujus regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste, veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina, pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens, coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere, atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis populus commotus est adversus Lupertianum episcopum, eumque inde fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant, volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria oracula (cioè tre oratorii) et duos presbyteros enormiter, et contra ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno Dominicae Incarnationis DCCXII. Vedremo andando innanzi la continuazion di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valoroso Pelagio, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie vittorie contra di quegl'infedeli.


DCCXIII

Anno diCristo DCCXIII. Indizione XI.
Costantino papa 6.
Anastasio imperadore 1.
Liutprando re 2.

Potrebb'essere che in quest'anno fosse succeduta l'andata di Benedetto arcivescovo di Milano, uomo di santa vita, a Roma per sua divozione, narrata da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 29.] e da Anastasio bibliotecario [Anast., in Constant.]. Con tal occasione il buon prelato spiegò le sue querele al trono pontificio, pretendendo che a lui appartenesse il consecrare i vescovi di Pavia, come a metropolitano. Ma essendosi trovato che la Chiesa romana da gran tempo era in possesso di consecrar que' sacri pastori, sia perchè all'arrivo dei Longobardi in Italia l'arcivescovo di Milano si ritirò in Genova, soggetta all'imperadore, e seguitarono a dimorar colà alcuni suoi successori; oppure perchè i re longobardi procurassero al vescovo della loro principal residenza l'esenzione dal metropolitano: comunque fosse, certo è ch'esso arcivescovo ebbe la sentenza contro; e però seguitarono sempre da lì innanzi i vescovi di Pavia ad essere indipendenti dalla cattedra di Milano, ed immediatamente sottoposti al romano pontefice. Per altro anticamente non fu così, siccome io dimostrai in una dissertazione [Anecdot. Latin. tom. 1.] stampata nell'anno 1697. Abbiamo poi attestato da esso Paolo Diacono la santità dell'arcivescovo Benedetto, il quale in fatti non cercò allora di acquistare un nuovo ed inusato diritto sopra la Chiesa di Pavia, ma bensì di ricuperare e conservare l'antica sua autorità. In Roma stessa seguì nel presente anno uno sconcerto [Anastas., in Constant.]. V'era per governatore Cristoforo duca. Per iscavalcarlo da quel posto, un certo Pietro ricorse all'esarco di Ravenna, che gli diede le patenti di quel governo. Ma essendo che i Romani non voleano sentir parlare di Filippico imperador monotelita, a nome o col nome del quale era stato dato posto a Pietro, buona parte di loro si unì con determinazione di non voler questo duca. La fazione adunque che sosteneva Cristoforo si azzuffò coll'altra che era in favore di Pietro, nella via sacra davanti al palazzo, e ne seguirono morti e ferite. Più oltre si sarebbe dilatato questo fuoco, se papa Costantino non avesse inviato de' sacerdoti, che coi santi vangeli e colle croci divisero la baruffa. E buon per la parte di Pietro, la quale già soccombeva; ma perciocchè fu fatta ritirar l'altra parte che si chiamava la cristiana, Pietro proditoriamente se ne prevalse, e fece credere d'essere rimasto vincitore. Poco poi stette ad arrivar dalla Sicilia la nuova che l'eretico imperador Filippico era stato deposto. Come seguisse la di lui caduta l'abbiamo da Teofane, da Niceforo, da Zonara e da Cedreno. Molti erano malcontenti di questo principe dopo averlo scoperto nemico del concilio sesto universale, e tanto più perchè egli, a cagione di questa sua alienazione dalla sentenza cattolica, s'era messo a perseguitare i vescovi cattolici. S'aggiunse che i Bulgari fecero un'improvvisa irruzione fino al canale di Costantinopoli, e molti ancora passarono di là, con fare un terribil saccheggio e condur via un'immensa quantità di prigioni, senza che Filippico facesse provvisione alcuna in queste calamità. I Saraceni anch'essi, dopo aver preso Mistia ed Antiochia di Pisidia, fecero dalla lor parte di simili incursioni con riportarne un incredibil bottino. Ora congiurati alcuni senatori, mossero Rufo primo cavallerizzo a deporre questo inetto e mal gradito imperadore. Nella vigilia di Pentecoste con una truppa di soldati entrò esso Rufo nel palazzo, e trovato Filippico che dopo il pranzo dormiva, il trasse fuori, gli fece cavar gli occhi, ma non gli tolse la vita. Nel dì seguente di Pentecoste, essendosi raunato il popolo nella gran chiesa, fu eletto e coronato imperadore Artemio, primo de' segretarii di corte, a cui fu posto il nome di Anastasio. Era egli versatissimo negli affari, dottissimo e zelante della vera dottrina della Chiesa. Non tardò il medesimo Augusto a spedire in Italia un nuovo esarco, cioè Scolastico patrizio e suo gentiluomo di camera, che portò a papa Costantino [Anastas., in Constant.] l'imperial lettera, con cui si dichiarava seguace della Chiesa cattolica, e difensore del concilio sesto generale: il che recò una somma contentezza al papa e al popolo romano. Ed allora fu che Pietro fu pacificamente installato nella dignità di duca e governatore di Roma, con aver prima data parola di non offendere chi s'era opposto in addietro al suo avanzamento. Fece in questo anno il re Liutprando una giunta di nuove leggi a quelle di Rotari e di Grimoaldo. Nella prefazione da me stampata [Leges Langobard., P. II, T. I Rer. Italic.] nel corpo delle leggi longobardiche, egli s'intitola christianus et catholicus Deo dilectae gentis Langobardorum rex. Soggiugne di aver fatte esse leggi anno, Deo propitio, regni mei primo pridie kalendas martias, indictione undecima, una cum omnibus judicibus (cioè coi conti, o vogliam dire governatori della città) de Austriae et Neustriae partibus, et de Tusciae finibus, cum reliquis fidelibus meis Langobardis et cuncto populo assistente. Però è da notare che non si stabilivano allora, nè si pubblicavano leggi senza la dieta del regno e l'approvazione de' popoli. Con ciò ancora vien confermata la cronologia d'esso re Liutprando, correndo nell'indizione undecima, cioè nell'anno presente, il primo anno del regno suo. Noi troviamo in un documento [Antiquit. Italic., tom. 1, p. 227.] di quest'anno Walperto (lo stesso che Gualberto) duca della città di Lucca, cioè governatore di quella città.


DCCXIV

Anno diCristo DCCXIV. Indizione XII.
Costantino papa 7.
Anastasio imperadore 2.
Liutprando re 3.

Erasi già assodato nel regno il re Liutprando, e tutto era in pace, quando si venne a scoprire una trama ordita contra di lui nella stessa Pavia [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 38.]. Rotari suo parente quegli era che macchinava di torgli la vita con isperanza, per quanto si può conghietturare, di succedergli nel regno. A tal fine aveva egli preparato un convito in sua casa, dove pensava d'invitare il re, e messi in disparte degli sgherri fortissimi, che nel più bello del pranzo doveano fare la festa al re. N'ebbe sentore Liutprando, e però mandò a chiamar Rotari; e, giunto costui alla sua presenza, tastò colle mani s'era vero che portasse il giaco sotto ai panni, come gli era stato supposto, e trovò ch'era così. Rotari scoperto diede indietro, e sfoderò la spada per uccidere il re, ma il re non fu mica pigro a sguainar la sua. Allora una delle guardie, per nome Sabone, prese per di dietro Rotari, con restare ferito da lui nella fronte. Accorsero l'altre guardie, e saltandogli addosso, lo stesero morto a terra. Quattro suoi figliuoli, che non erano a questo spettacolo, restarono anche essi uccisi, dovunque furono trovati. Per attestato poi di Paolo Diacono, era Liutprando di mirabil ardire. Gli fu riferito che era scappato detto a due de' suoi scudieri di volerlo ammazzare. Un dì li fece venir seco nel più folto d'un bosco, e messa mano alla spada, li rimproverò per l'iniquo loro disegno, con soggiugnere che era allora il tempo di eseguirlo. Gli caddero a' piedi impauriti con rivelargli il meditato delitto, e chiedergli misericordia. Così fece con altri; e bastava confessare e dimandar mercè, che egli dipoi generosamente perdonava. Attese in quest'anno il saggio imperadore Anastasio, secondo la testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.], a fortificare e provveder di viveri la città di Costantinopoli, e far de' mirabili preparamenti per terra e per mare, affin di mettere argine alle continuate conquiste de' Saraceni, non lasciando di trattar nello stesso tempo con loro di pace, e massimamente perchè voce correa che volessero venir sotto Costantinopoli. L'anno poi fu questo, in cui venne a morte Pippino di Eristallo, potentissimo maggiordomo del regno di Francia. A lui succedette nel medesimo grado Carlo appellato Martello, che Alpaide sua concubina gli avea partorito, giovane di ventiquattr'anni, ma di un valore ed ingegno rarissimo. Egli avea per moglie Rotrude, da cui erano già nati Carlomanno e Pippino, che poi fu re di Francia. Ma per la morte del suddetto Pippino d'Eristallo si sconvolse tutto il reame de' Franchi, di maniera che seguirono varie battaglie con ispargimento di gran sangue dei popoli, come s'ha dagli scrittori della storia franzese. Da uno strumento scritto sotto questa indizione nell'anno secondo del re Liutprando, citato dal padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.], si ricava che continuava tuttavia nel governo di Lucca Walperto, ossia Gualberto, in qualità di duca o governatore, del quale s'è fatta di sopra nel fine dell'anno precedente menzione.