DCCXV

Anno diCristo DCCXV. Indizione XIII.
Gregorio II papa 1.
Anastasio imperadore 3.
Liutprando re 4.

Terminò in quest'anno Costantino papa il suo pontificato, chiamato da Dio a miglior vita nel dì 8 di aprile, per quanto crede il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.], con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria. A lui succedette Gregorio II romano di nazione, ordinato papa nel dì 19 di maggio [Anastas., in Gregor. II.], che maggiormente illustrò la Chiesa romana colla santità dei costumi e colle sue insigni azioni. Era egli stato allevato fin dalla sua più verde età nel clero della basilica lateranense, e salito per varii gradi al diaconato, aveva accompagnato papa Costantino alla corte imperiale, dove diede buon saggio del suo sapere. Trovavasi appunto unita in lui la scienza delle divine Scritture, l'amore della castità, la facondia del parlare, e la fermezza d'animo, specialmente nella difesa della dottrina e di ciò che riguarda la Chiesa cattolica. Nè minore fu il suo zelo per la sicurezza di Roma sua patria; e lo fece ben tosto conoscere, perchè appena fu entrato nella sedia pontificale, che fatte far delle fornaci di calce, ordinò che si ristaurassero le mura di quell'augusta città; e se ne cominciò in fatti la fabbrica dalla porta di san Lorenzo, ma non si proseguì poi per cagione di varii impedimenti che sopravvennero. Saputasi in Costantinopoli la di lui elezione, Giovanni patriarca gli scrisse tosto una lettera composta nel sinodo. E noi sappiam bene da Anastasio che Gregorio gli rispose, ma non sappiam già cosa contenesse la di lui risposta. Abbiamo poi da Teofane [Theophanes, in Chronogr.] che in questo medesimo anno esso patriarca Giovanni, perchè favoriva o almeno avea favorito i monoteliti, fu deposto per ordine dell'imperador Anastasio, e sostituito in suo luogo Germano, figliuolo del già Giustiniano patrizio, arcivescovo di Cizico, e in gran concetto per la sua rara letteratura, e più per le virtù insigni dell'animo suo e per lo zelo della dottrina cattolica: i quali pregi col tempo il fecero aggiugnere al catalogo de' santi. Circa questi tempi, siccome abbiamo da Andrea Dandolo [Dandol., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.], Paoluccio duca di Venezia procurò a sè stesso e al suo popolo l'amistà del re Liutprando, e ne ottenne un diploma, in cui erano concedute varie esenzioni ai Veneti nel regno de' Longobardi, con esprimere ancora i confini d'Eraclea, ossia di Città-nuova fra l'uno e l'altro dominio, dalla Piave maggiore fino alla Piavicella: certo essendo che le isole componenti Venezia erano escluse dal regno dei Longobardi. A questa determinazion dei confini per la parte del duca intervenne Marcello generale della milizia, e n'è fatta menzione nei diplomi che susseguentemente riportarono gli altri duchi o dogi di Venezia dai re d'Italia. Di sopra all'anno 707 vedemmo fatta dal re Ariberto II la donazione, ossia la restituzione del patrimonio dell'Alpi Cozie alla Chiesa romana. Non approvò il re Liutprando tal concessione, e tornò a metter le mani addosso a que' beni e censi. Ma con tal premura e forza l'intrepido pontefice Gregorio II gli scrisse intorno a questo affare, con far valere le ragioni della Sede apostolica [Anastas., in Gregor. II. Paulus Diaconus, lib. 7, cap. 43.], che Liutprando cedette e confermò ad essa santa Sede quanto avea conceduto il re Ariberto II. Fu il presente anno l'ultimo della vita di Dagoberto III re de' Franchi, al quale succedette Chilperico II, in tempi appunto che tutta la Francia era sossopra per le guerre civili e per le dispute del grado di maggiordomo. Era stato posto prigione Carlo Martello da Plettrude sua matrigna, ma ebbe la maniera di scappare e di rimettere in piedi il suo partito, con istradar poscia al regno i suoi discendenti. Finì ancora di vivere in quest'anno Valid califfo ed imperador de' Saraceni, dopo aver sottomessa al suo imperio quasi tutta la Spagna, e gli succedette suo fratello Solimano.

Bolliva più che mai la lite agitata fra' vescovi di Arezzo e di Siena, per cagione, non già di una parrocchia, ma di molte, che l'uno e l'altro pretendevano essere di sua giurisdizione. Aveva il re Liutprando nell'anno precedente inviato Ambrosio suo maggiordomo a conoscere questa controversia, e davanti a questo ministro fu agitata la causa da Luperziano vescovo di Arezzo, e da Adeodato vescovo di Siena. Allegava il primo un immemorabil possesso di varie chiese battesimali e di alcuni monisteri, posti bensì nel distretto di Siena, ma sottoposti al vescovo aretino, fin quando i romani imperadori signoreggiavano la Toscana. Rispondeva il vescovo sanese, che allorchè i Longobardi s'impadronirono della Toscana, Siena non avea vescovo; l'ebbe dipoi ai tempi del re Rotari; e che i Sanesi aveano pregato il vescovo d'Arezzo di prendersi cura di quelle chiese; ed aver ben l'aretino co' suoi successori esercitate quivi le funzioni episcopali, ma precariamente; e per conseguente doversi que' luoghi sacri restituire. La sentenza fu proferita dal suddetto Ambrosio in favore della Chiesa aretina, perchè costava dell'immemorabil possesso. Ne è riferito l'atto dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. I Episcop. Aretin.], scritto regnante Liutprando rege anno tertio, indictione XI: dee dire Indict. XII. Rapporta eziandio esso Ughelli il diploma di approvazione fatta di quel giudicato dal re Liutprando: Datum Ticini in palatio regio, sexta die mensis martii, anno felicissimi regni nostri tertio, indictione tertia decima, cioè in quest'anno. Dubitò l'Ughelli della legittimità di tali atti; ma senza ragione. Ho io dato alla luce altri atti di questa lite [Antiquit. Italic. Dissert. 74.], spettanti al medesimo anno presente, e che confermano i precedenti. Da essi apprendiamo, che essendosi richiamato il vescovo di Siena pel giudicato suddetto, fu deputato Gunteramo notaio all'esame di varie persone, per conoscere lo stato di quelle Chiese nei tempi antichi; e tal esame, che serve di molto all'erudizion di quei tempi, fu fatto sub die XII kalendarum juliarum, Indictione tertiadecima, cioè nel dì 20 di giugno dell'anno presente. Successivamente secondo l'ordine dell'eccellentissimo re Liutprando unitisi con esso Gunteramo Teodaldo vescovo di Fiesole, Massimo vescovo di Pisa, Specioso vescovo di Firenze, e Talesperiano vescovo di Lucca, disaminarono le ragioni dei suddetti due vescovi litiganti, ed ascoltarono i testimoni. Dopo di che decisero in favore del vescovo di Arezzo. Il giudicato loro fu fatto V die mensis julii, regnante suprascripto domno nostro excellentissimo Liutprando rege, anno quarto perindictio tertiadecima, cioè nell'anno presente; riconoscendo da tali note, che Liutprando cominciò a regnare prima del dì 5 di luglio dell'anno 712. Leggesi finalmente pubblicato parimente da me il giudicato del medesimo re sopra questa controversia in favore del vescovo di Arezzo, con essere fra gli altri giudici intervenuto ad esso giudizio Theodorus episcopus Castri nostri, e inoltre Auduald dux. Ho io gran sospetto che questo Teodoro sia stato vescovo di Pavia, e che l'Ughelli non l'abbia posto al suo sito. Allora Pavia era anche appellata Castrum, perchè fortezza, perciò scelta per più sicura abitazione dai re longobardi. Anche da Ennodio [Ennod., in Vit. S. Epiphani Ticinens. Episcop.] viene accennata Ticinensis Oppidi Augustia. Poichè per conto del duca Audoaldo ne aveva io rapportato nelle Antichità estensi l'epitaffio tuttavia esistente in Pavia, senza sapere a quali tempi esso appartenesse. Conoscendosi ora che esso duca visse sotto il re Liutprando, non dispiacerà ai lettori che io lo rapporti ancor qui:

SUB REGIBVS LIGVRIAE DVCATVM TENVIT AVDAX

AVDOALD ARMIPOTENS, CLARIS NATALIBUS ORTVS,

VICTRIX CVIVS DEXTRA SVBEGIT NAVITER HOSTES

FINITIMOS, ET CVNCTOS LONGE LATEQVE DEGENTES,

BELLIGERAS DOMAVIT ACIES, ET HOSTILIA CASTRA