Dalle quali parole intendiamo che questo duca Audoaldo morì in età di sessant'anni nel dì 7 di luglio dell'anno 718.
DCCXVI
| Anno di | Cristo DCCXVI. Indizione XIV. |
| Gregorio II papa 2. | |
| Teodosio imperadore 1. | |
| Liutprando re 3. |
Degno era l'imperadore Artemio, detto Anastasio, di lungamente tener le redini dell'imperio romano, che sotto il suo saggio ed attivo governo già sperava di rinvigorirsi e di risarcire in parte le perdite fatte. Ma gli animi de' popoli per difetto dei passati Augusti aveano contratte delle malattie, la principal delle quali era di abborrir la cura de' medici. Avea preparata il buon imperadore una forte squadra di navi e di armati, per inviarla contro de' Saraceni, e questa era giunta a Rodi; quando per varii pretesti ammutinate quelle soldatesche, uccisero il general dell'armata, e in vece di proseguire il cammino, se ne tornarono a Costantinopoli. Trovato un certo Teodosio, esattor delle gabelle pubbliche, benchè uomo inetto ai grandi affari, contuttochè egli resistesse e fuggisse, pure il forzarono a prendere il titolo d'imperadore, Anastasio a questa nuova, dopo aver lasciata una buona guardia alla città, volò a Nicea, e quivi si fortificò. Per sei mesi durò l'assedio di Costantinopoli, seguendo ogni dì qualche baruffa fra i difensori e i ribelli. Trovaronsi in fine dei traditori che introdussero nella regal città quei scellerati, e diedero loro la comodità d'infierire sopra gli abitanti con un sacco generale e coll'incendio d'assaissime case. Costoro, ingrossati dai Goto-Greci restarono talmente superiori, che Artemio Anastasio veggendo disperate le cose, trattò d'accordo, con che gli fosse salvata la vita. Però deposto il manto imperiale, elesse la veste monastica e fu relegato da Teodosio nuovo Augusto a Salonichi. In tal maniera restò pacificamente imperadore esso Teodosio, il quale, siccome buon cattolico, fece rimettere in pubblico la pittura del concilio sesto generale, abolita dianzi dall'empio Filippico; il che gli guadagnò qualche stima ed amore presso il popolo. Circa questi tempi Faroaldo II duca di Spoleti, per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap 44.], alla testa del suo esercito venne alla città di Classe, tre miglia lungi da Ravenna, e non vi trovando difesa per l'improvvisata del suo arrivo, se ne impadronì. Ne fece doglianze l'esarco Scolastico al re Liutprando, ed egli disapprovando quell'occupazione, siccome fatta sotto il mantello della pace, ordinò a Faroaldo di restituirla; e così fu fatto. Il conte Bernardino di Campello nella sua storia di Spoleti [Campelli, Istoria di Spoleti lib. 12.] fa di molte frange a quest'azione, con poche parole raccontata da Paolo Diacono, volendo fra l'altre cose far credere che i duchi di Spoleti fossero indipendenti dall'autorità dei re longobardi, e che que' popoli non avessero alcun sopra di loro, fuorchè il proprio duca. Con tal pretensione non si accorda già la storia di questi tempi. Ne' medesimi giorni ancora venne a Roma per sua divozione Teodone II duca della Baviera. Ma nell'ottobre di quest'anno fu afflitta essa città di Roma da una terribil inondazione del fiume Tevere, accennata da Anastasio [Anastas., in Gregor. II.]. Durò essa per sette giorni, ed era alta l'acqua nelle piazze e contrade. Atterrò molte case, portò via infiniti alberi, ed impedì la seminagione. Varie processioni e preghiere furono intimate dal santo papa, e tornaron l'acque all'usato loro cammino.
DCCXVII
| Anno di | Cristo DCCXVII. Indizione XV. |
| Gregorio II papa 3. | |
| Leone Isauro imperadore 1. | |
| Liutprando re 6. |
Alle leggi longobardiche fu ancora in quest'anno fatta dal re Liutprando un'altra giunta [Leges Langobard. P. II Tom. I, Rer. Italic.] die kalend. martii anno regni nostri, Deo propitio, V, indictione XV, coll'intervento ed assenso dei primati del popolo. Ivi egli è intitolato excellentissimus rex gentis felicissimae, catholicae, Deoque dilectae Langobardorum. Godeva in fatti sotto quei re un'invidiabil pace il loro popolo, ed era con vigore amministrata la giustizia: al contrario dell'imperio romano in Oriente, sconvolto da tante rivoluzioni, lacerato da tante parti dai Saraceni, e governato bene spesso da imperadori o inetti, o eretici, o crudeli: dei quali disordini entrava talvolta a parte anche il paese che restava sotto il loro dominio in Italia. Succedette appunto in quest'anno, secondo la testimonianza di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e di Niceforo [Niceph., in Chron.], una nuova mutazion di principe in Costantinopoli. Andavano alla peggio gli affari pubblici per l'insufficienza di Teodosio imperadore; e il peggio era che si sentiva un formidabil preparamento dalla parte de' Saraceni e di Solimano loro califa ed imperadore, per venire all'assedio di quella imperial città. Però cominciarono tanto i pubblici magistrati quanto gli uffiziali della milizia ad esortar Teodosio, che volesse dimettere l'eccelsa sua carica, e lasciar luogo in sì gran bisogno e pericolo del pubblico a chi avesse più abilità e petto. Acconsentì egli da saggio, si ritirò, ed arrolatosi col figliuolo nella milizia ecclesiastica, passò tranquillamente il resto de' suoi giorni. Appresso fu eletto imperadore Leone, generale allora dell'esercito di Oriente, nato in Isauria, e però conosciuto sotto nome di Leone Isauro, uomo di gran coraggio. Salì egli sul trono nel dì 23 di marzo, e poco stette a significar con sue lettere la esaltazione sua al sommo pontefice Gregorio II, con una chiara profession della fede cattolica: il che bastò perchè fosse ammessa la immagine di lui in Roma, e il papa s'impegnasse tutto alla conservazione del di lui stato in Italia. E forse fu in questi tempi che i Longobardi del ducato beneventano sotto il duca Romoaldo II con frode occuparono il castello di Cuma, che era allora una buona fortezza dipendente dal ducato di Napoli. Portatane a Roma la nuova, tutta la città ne restò molto afflitta, ma specialmente papa Gregorio [Anastas., in Greg. II. Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.], a cui è molto credibile che lo imperadore avesse raccomandata la difesa de' suoi dominii in Italia. Procurò prima il vigilantissimo papa con preghiere d'indurre i Longobardi a restituire il mal tolto; adoperò poscia le minacce dell'ira di Dio; esibì loro un grosso regalo: tutto indarno; più ostinati e superbi che mai i Longobardi tennero salda la preda, e n'era molto in pena il buon pontefice. Cominciò dunque a scriver lettere a Giovanni duca di Napoli, e gl'insegnò la maniera di ricuperar quell'importante luogo. In fatti esso duca con Teotimo suddiacono e correttore, menando seco un buon corpo di truppe, di mezza notte diede la scalata a quel castello, ed entrato dentro vi ammazzò trecento di quei Longobardi, e cinquecento ne menò prigioni a Napoli. Per ricuperare questo castello spese lo zelante papa settanta libbre d'oro. In quest'anno medesimo si effettuò il già temuto assedio di Costantinopoli. Con un immenso esercito di fanti e cavalli venne allo stretto [Theoph., in Chronogr.] Masalma, ossia Malsamano, generale de' Saraceni, e passato nella Tracia nel dì 15 di agosto, diede principio a strignere quella imperial città. Sopravvenne per mare nel dì primo di settembre lo stesso califa ossia imperador de' Saraceni Solimano con mille ed ottocento vele, e con alcune navi di smisurata grandezza ed altezza, e dalla parte dello stretto cominciò anch'egli ad infestar la città. Non ommise in tal congiuntura diligenza alcuna l'imperador Leone per la difesa; e il popolo confidato specialmente nella protezion della beatissima Vergine Madre di Dio della quale era divotissimo, sostenne sempre con animo coraggioso ed allegro tutti gli assalti e le fatiche della guerra. Meglio che mai si provò allora di quanta attività ed aiuto fosse il fuoco greco. Portato questo con barche incendiarie, e gittato con sifoni addosso ai legni nemici, non picciola parte ne distrusse. Arrivò poscia il verno, che fu dei più orridi, perchè più di tre mesi stette coperta la terra di ghiacci e nevi: il che cagionò una gran mortalità ne' cavalli, cammelli ed altre bestie de' Saraceni. Terminò la sua vita in quest'anno il califa Solimano, ed ebbe per successore Umaro ossia Omaro. Secondo la Cronica di Andrea Dandolo [Andreas Dandulus, in Chron. Tom. 12, Rer. Italic.] essendo venuto a morte Paoluccio duca di Venezia, conoscendo il popolo che alla pubblica concordia conferiva di molto d'avere un capo e duca, elessero per suo successore Marcello, che fu il secondo fra i loro dogi.