DCCXVIII

Anno diCristo DCCXVIII. Indizione I.
Gregorio II papa 4.
Leone Isauro imperadore 2.
Liutprando re 7.

Ebbe fine in quest'anno gloriosamente per i Greci l'assedio di Costantinopoli, intrapreso nell'anno addietro dei Saraceni [Theoph., in Chronogr.]. Nella primavera comparve in aiuto di costoro una flotta di cinquecento navi, ed altrettante minori barche che venivano dall'Egitto cariche di grani. Un altro stuolo parimente di trecento sessanta legni, pieni d'armi e di vettovaglie giunse dall'Africa. Ambedue per paura del fuoco greco si ancorarono molto lungi dalla città. Ma Leone mandò a trovarle una man di galeotte provvedute di quel fuoco micidiale, quando men sel pensavano; e parte ne incenerì, parte ne prese, e ne ricavarono un ricco bottino i suoi soldati. Mentre ancora un grosso corpo di quegl'infedeli devastava la Tracia, fu bravamente disfatto dai Cristiani. Crescendo poi la fame nel campo saracenico, furono costretti quei Barbari a mangiar le carni di tutti quei cavalli, cammelli ed asini che morivano. Ebbero ancora una fiera percossa dai Bulgari, dicendosi che per loro mano restarono uccise ben ventidue migliaia di Saraceni. In somma tante furono le avversità, che, per misericordia di Dio ed intercessione della santissima Vergine, piombarono addosso a quell'infedele esercito, che nel dì 15 d'agosto sciolsero l'assedio, e s'inviarono verso le loro contrade. Ma non vi arrivarono. Insorta nel viaggio una terribil burrasca, disperse tutti que' legni, e chi in una parte e chi in altra si affondarono, o andarono a fracassarsi in diversi lidi e scogli, talchè solamente cinque di essi poterono portare in Soria la nuova delle lor disgrazie e della mano potente di Dio sopra d'essi. Abbiamo medesimamente da Teofane e da Niceforo [Niceph., in Chron.], che durante l'assedio dell'imperial città, Sergio protospatario e duca di Sicilia, figurandosi inevitabile la rovina dell'imperio in Oriente, e facendola credere già seguita ai soldati e al popolo, proclamò imperadore un certo Basilio figliuolo di Gregorio Onomagulo, con farlo coronare. Subito che a Costantinopoli pervenne l'avviso di questa ribellione, Leone Augusto spedì alla volta di Sicilia Paolo suo archivista col titolo di patrizio e duca della Sicilia sopra una nave veliera. Arrivò questi inaspettatamente a Siracusa, e tal terrore pose in cuore del suddetto Sergio, che scappò in Calabria, ricoverandosi sotto l'ale de' Longobardi quivi dominanti. Dopo avere il nuovo duca spiegate all'esercito le commessioni cesaree, e il buono stato della corte tutta in allegria per le vittorie ottenute sopra i Saraceni, ottenne dai Longobardi il falso imperador Basilio ed alcuni suoi complici, e fattane rigorosa giustizia, rimise la quiete e l'ubbidienza in quelle contrade. Non si sa ben l'anno, in cui, per cura del santo pontefice Gregorio II, risorse l'insigne monistero di Monte Cassino, devastato dai Longobardi circa cento trentacinque anni prima. Sappiamo bensì da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 40.] che ciò accadde sotto il suddetto papa, e non già sotto Gregorio III, come scrisse Leone Ostiense. Portatosi a Roma per sua divozione Petronace nobile bresciano, e ito a baciar i piedi del pontefice, fu da lui consigliato di passare a Monte Casino, per rimettere in piedi quel sacro luogo, celebre pel sepolcro di S. Benedetto. Andò Petronace, e quivi trovati alcuni pochi anacoreti, che il fecero lor capo, si diede a fabbricare la basilica e il monistero, dove col tempo raunò una riguardevol congregazione di monaci, da cui uscirono dipoi personaggi di gran santità e dottrina, e che servì coll'esempio suo a fondar assaissimi altri monisteri, tutti professori della regola di s. Benedetto. Parla in tal occasione Paolo Diacono anche del monistero insigne di s. Vincenzo al Volturno, molto prima fabbricato, e abitato a' tempi di esso Paolo da una grande adunanza di monaci, la cui cronica è stata da me data alla luce [Chron. Volturnense, P. II, tom. 1 Rer. Italic.]. Questi due monisteri, siccome ancor quello di Farfa, erano in questi tempi i più rinomati d'Italia. Nacque in quest'anno a Leone Augusto un figliuolo, a cui fu posto il nome di Costantino, appellato di poi per soprannome Copronimo, perchè immerso nudo nel sacro fonte, allorchè si volle battezzarlo, come allora si usava, sporcò quell'acque coi suoi escrementi. San Germano patriarca di Costantinopoli, che il battezzava, predisse da ciò che questo principe nocerebbe col tempo ai cristiani e alla Chiesa.


DCCXIX

Anno diCristo DCCXIX. Indizione II.
Gregorio II papa 5.
Leone Isauro imperadore 3.
Liutprando re 8.

Era stato relegato, siccome accennai di sopra, a Salonichi Artemio, detto Anastasio, imperador già deposto [Teoph., in Chronogr.]. La memoria delle passate grandezze non gli lasciava goder posa nel monistero, e questa in fine il condusse a far delle novità. Sollecitato per lettere da Niceta Silonite a ripigliar l'imperio, s'indirizzò a Terbellio principe dei Bulgari, che l'accompagnò con un esercito, ed inoltre gli sborsò cinquemila libbre d'oro per le spese della guerra. Con queste forze marciò alla volta di Costantinopoli, ma non vi trovò quella corrispondenza ch'egli s'era lusingato di avervi. Presero l'armi in favor di Leone i cittadini: il che veduto dai Bulgari, pensarono meglio di far mercato della persona di Artemio, consegnandolo vivo nelle mani d'esso Leone imperadore, da cui ben regalati se ne tornarono contenti alle lor case. Non vi fu perdono per la vita d'Artemio, di Niceta e di altri nobili suoi amici o complici; e collo spoglio e confisco de' loro beni s'arricchì non poco l'erario dell'imperadore. Circa questi tempi essendo stato eletto patriarca di Aquileia Sereno, ottenne il re Liutprando dal papa il pallio archiepiscopale per lui, giacchè, quantunque fosse cessato lo scisma di quella Chiesa, i papi non aveano voluto concederlo a quei patriarchi. Tal grazia fu a lui accordata con patto di non inquietare nè usurpare l'altrui giurisdizione. Ma non passò gran tempo che Sereno cominciò a voler raccorciare il piviale a Donato patriarca di Grado. Ne fece questi insieme col duca di Venezia, e coi vescovi dell'Istria suoi suffraganei, doglianza a papa Gregorio, il quale perciò scrisse a Sereno una lettera forte, incaricandogli di non istendere la sua autorità oltre ai confini del regno longobardico, nel qual regno non erano comprese nè Venezia coll'isole d'intorno, nè l'Istria. Un'altra lettera fu scritta da esso papa a Donato patriarca di Grado, a Marcello doge, e al popolo di Venezia e dell'Istria intorno a questo particolare. Son rapportate queste lettere dal Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.], e le riferisce ancora il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 729.], ma troppo tardi, e certamente fuor di sito. Il Dandolo, da cui sono state conservate, parla dipoi di cose avvenute sotto l'anno quarto di Leone Isauro, e però sembra più convenevole il farne qui menzione che altrove. Merita nondimeno attenzione quel che saviamente ha osservato in questo proposito il padre Bernardo de Rubeis [De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens., cap. 36.], tenendo egli che poco dopo l'anno 716 il pontefice Gregorio scrivesse quelle lettere.


DCCXX

Anno diCristo DCCXX. Indizione III.
Gregorio II papa 6.
Leone Isauro imperadore 4.
Costantino Copronimo Augusto 1.
Liutprando re 9.