Fece in quest'anno il re Liutprando una giunta di quattro altre leggi al corpo delle longobardiche [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.]. Questa fu fatta anno, Deo propitio, regni mei octavo, die kalendarum martiarum, Indictione III, una cum illustribus viris optimatibus meis Neustriae (credo io che vi manchi et Austriae) ex Tusciae partibus, vel universis nobilibus Langobardis. Se poi vogliamo stare ai conti di Camillo Pellegrini [Camil. Peregrinus, tom. 2 Rer. Italic.], in quest'anno cessò di vivere Romoaldo II duca di Benevento, dopo aver governato per ventisei anni quel ducato. Secondo la credenza di esso Pellegrini, fondata sopra una storia del monistero di s. Sofia, gli succedette Adelao, o Audelao, che per due anni fu duca, e dopo di lui nell'anno 722 fu eletto duca di Benevento Gregorio nipote del re Liutprando. Ma questi conti non s'accordano con quei di Paolo Diacono, siccome vedremo all'anno 731, dove mi riserbo di parlarne. Abbiamo poi da Teofane [Teoph., in Chronogr.] che nel sacro giorno di Pasqua del presente anno Leone Isauro imperadore prese per collega nell'imperio, e fece coronare da san Germano, patriarca di Costantinopoli, il suo picciolo figlio Costantino Copronimo, gli anni del cui imperio si cominciarono a contare in questo anno. In esso anno parimente diede fine alla sua vita Chilperico II re di Francia, e in suo luogo fu sostituito Teoderico, appellato Calense, perchè nutrito nel monistero di Chelles, quattro leghe lungi da Parigi. Ma in questi tempi il governo della maggior parte della monarchia francese era in mano di Carlo Martello, acquistato od usurpato a forza di battaglie e di vittorie. Solamente gareggiava con lui Eude, duca dell'Aquitania, che in quest'anno stimò bene di fare pace con esso Carlo, perchè i Saraceni padroni della Spagna, minacciavano la guerra alla Linguadoca e alla stessa Aquitania, cioè alla moderna Ghienna e Guascogna.


DCCXXI

Anno diCristo DCCXXI. Indizione IV.
Gregorio II papa 7.
Leone Isauro imperadore 5.
Costantino Copronimo Augusto 2.
Liutprando re 10.

Andavano sempre più scorgendo i Longobardi, che al corpo delle loro leggi mancavano molte provvisioni per i contratti, per le successioni, e per moltissimi altri casi dell'umano commercio; nè si sentivano essi voglia di assoggettarsi alle leggi imperiali, colle quali nondimeno lasciavano che si regolasse il popolo di nazione romana, cioè italiana, sottoposto al loro dominio. Perciò undici nuove leggi aggiunse in quest'anno il re Liutprando alle precedenti [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Italic.]. Dura ancora in molti luoghi l'uso d'alcune di quelle leggi rinnovate negli statuti della città, come, per esempio, che ai contratti delle donne debbano intervenire i loro parenti col giudice. Secondo le leggi romane, non era permesso ai servi, o vogliam dire schiavi, persone vili, lo sposar donne libere di nascita, perchè la libertà una volta era una spezie di nobilità. Ora di questa nobilità faceano gran conto i Longobardi ed era loro permesso dalla legge di far vendetta di una lor parente libera, e di un servo che l'avesse presa per moglie. Che se dentro lo spazio di un anno questa vendetta non era seguita, tanto il servo che la donna divenivano servi del re e del suo fisco. Provvide ancora il medesimo re Liutprando alle negligenze de' giudici nella spedizion delle cause con altri utili regolamenti per l'amministrazion della giustizia e per l'indennità de' popoli. Furono pubblicate queste leggi regni nostri anno, Deo protegente, nono, die kalendarum martiarum, Indictione IV, e per conseguente in quest'anno. Nel quale fu celebrato in Roma dal santo pontefice Gregorio II un concilio, in cui furono, sotto pena di scomunica proibiti i matrimonii con persone consacrate a Dio, o che doveano osservar castità, dacchè i mariti di lor consenso aveano presi gli ordini del presbiterato o diaconato. Aveano i Visigoti fin qui tenuta in lor potere la Gallia Narbonense, ossia la Linguadoca. I Saraceni, divenuti già padroni della maggior parte della Spagna, ansavano dietro anche a questo boccone, considerandolo come pertinenza del regno spagnuolo; ed appunto in quest'anno riuscì a Zama generale del medesimi di conquistar quel paese, e di occupar Narbona [Chron. Moyssiacense, et alii Anual.], che n'era la capitale. Non si contentarono di questo, assediarono anche la città di Tolosa; ma Eude, valoroso duca d'Aquitania, con una numerosa armata di Franchi fu a trovarli, venne con loro alle mani, e ne riportò una segnalata vittoria con istrage memorabile di quegli infedeli. Non si sa quasi intendere come la razza de' Saraceni, già confinati nell'Arabia, crescesse in tanto numero da occupare e tenere tutta la Persia, la Soria, l'Egitto le coste dell'Africa e tante altre provincie; e come con tante rotte ricevute sotto Costantinopoli ed altrove, pure sempre più religiosa minacciasse tutto il resto del romano imperio. Ma è da credere che con loro e sotto di loro militassero i popoli soggiogati, massimamente sapendosi che molti d'essi o per amore o per forza avevano abbracciato il maomettismo.


DCCXXII

Anno diCristo DCCXXII. Indizione V.
Gregorio II papa 8.
Leone Isauro imperadore 6.
Costantino Copronimo Augusto 3.
Liutprando re 11.

In quest'anno ancora il re Liutprando fece un accrescimento di ventiquattro nuove leggi al corpo delle longobardiche [Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Chiaramente si conosce che il pontefice doveva aver comunicati ad esso re i decreti fatti nel concilio romano dell'anno antecedente intorno ai matrimonii illeciti; perciocchè nella prima di esse è vietato alle fanciulle, o donne che han preso l'abito monastico o religioso, il tornare al secolo e maritarsi; e, quel che potrebbe parere strano, ancorchè non fossero state consacrate dal sacerdote; il che noi appelliamo far la professione. Può essere che nel prendere l'abito monastico seguisse allora qualche voto di castità, altrimenti ai dì nostri sembrerebbe dura una tal legge. Sono quivi intimate varie pene contra le donne suddette mancanti in questo, e contro chi le avesse sposate, e ai mundoaldi o tutori di esse donne, che avessero consentito a tali nozze. Leggi parimente furono fatte contro chi sposasse delle parenti, o rapisse le altrui donne. Fu anche provveduto ai servi fuggitivi, affinchè fossero presi, con decretar pene ai ministri della giustizia negligenti a farli prendere, ed avvisarne i padroni. Durò presso i Longobardi, come ancora presso l'altre nazioni di questi tempi, l'uso de' servi, che noi ora chiamiamo schiavi, tal quale era stato in addietro presso i Greci e Romani. Se ne servivano essi per far lavorare le loro terre, e per i servigii delle lor case e negozi. Restavano sotto il loro dominio tutti i figliuoli e discendenti da essi servi, e a misura poi del buon servigio prestato da essi a' padroni, davano questi ad essi la libertà, e specialmente ciò si praticava verso i meritevoli, allorchè i padroni discreti e pii venivano a morte. Certo era di un gran comodo ed utile l'aver sotto il suo comando gente sì obbligata, che non poteva staccarsi dal servigio sotto rigorosissime pene, e il far suo tutto il guadagno de' servi, con dar loro solamente il vitto e vestito, e lasciare un ragionevol peculio. Ma un grande imbroglio era il dover correr dietro a costoro, se maltrattati dai padroni scappavano, e il dover rendere conto alla giustizia dei loro eccessi, e pagar per loro se commettevano dei misfatti. Se crediamo ad Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.], in quest'anno succedette la traslazione del sacro corpo di s. Agostino, fatta dalla Sardegna a Pavia per cura del re Liutprando. Sigeberto [Sigebertus, in Chron.] la mette all'anno 721; Mariano Scoto [Marian. Scotus, in Chron.] all'anno 724; il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] all'anno 725. La verità si è, che l'anno è incerto ma certissima la traslazione. Ne parla anche Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 48.], ne scrive parimente Beda [Beda, lib. 6, de Sex Ætat.], che fioriva in questi medesimi tempi. Avevano i Saraceni occupata la Sardegna al romano imperio, senza apparir ben chiaro se la possedessero gran tempo dipoi. Mettevano a sacco tutto il paese, spogliavano e sporcavano tutte le chiese dei cristiani. In quell'isola era stato trasportato il corpo del suddetto celebratissimo santo vescovo e dottore Agostino. Però venuta la nuova a Pavia di queste calamità del Cristianesimo, il piissimo re Liutprando inviò gente colà con ordine di ricuperare a forza di regali da quegl'infedeli un sì prezioso deposito. Così fu fatto, e portate le sacre ossa a Pavia, furono coll'onore dovuto a sì gran santo collocate nella basilica di s. Pietro in Coelo aureo, dove tuttavia riposano. Quella basilica non dice Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 58.] che fosse edificata da esso Liutprando. Scrive solamente ch'egli fabbricò il Monistero del beato Pietro posto fuori di Pavia, ed appellato Coelum aureum. Era stato d'avviso il padre, Mabillone [Mabill., Mus. Ital. pag. 221.], fondato in un diploma del re Liutprando che si conserva in Pavia, che questa traslazione seguisse avanti il giorno IV non. aprilis, regni Liutprandi anno primo, Indictione X, cioè nell'anno 712, perchè il diploma dato in quel giorno parla del corpo di s. Agostino già introdotto in quella basilica. Ma dipoi avvedutosi che non poteva sussistere una tale asserzione, si ritrattò negli Annali Benedettini [Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.], ed ebbero ben ragione il Tillemont e il padre Pagi di sospettare della legittimità di quel diploma. Aggiungo io che neppur nell'aprile dell'anno 712 Liutprando era stato dichiarato re. Fu poi trovato nell'anno 1695, nello scuruolo di essa basilica il corpo d'un Santo, e dopo molte dispute deciso che quello fosse il sacro corpo dell'insigne dottor della Chiesa Agostino. Il che se sussista, può vedersi in una mia dissertazione stampata che ha per titolo: Motivi di credere tuttavia ascoso, e non discoperto in Pavia il sacro corpo di s. Agostino. Neppur sussiste una lettera attribuita a Pietro Oldrado arcivescovo di Milano, quasi scritta da lui a Carlo Magno imperadore, colla relazion della traslazione suddetta. I padri Papebrochio [Papebrochius, Act. Sanctor. Maj. tom. 7.] e Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] ne han chiaramente dimostrata la finzione. Oltre all'altre ragioni, basta osservare che questo arcivescovo intitola sè stesso della casa Oldrada. Neppure oggidì sogliono i vescovi sottoscriversi col cognome; e allora poi neppur v'erano i cognomi distintivi delle case.