DCCXXX
| Anno di | Cristo DCCXXX. Indiz. XIII. |
| Gregorio II papa 16. | |
| Leone Isauro imper. 14. | |
| Costantino Copronimo Augusto 11. | |
| Liutprando re 19. |
Per attestato di Anastasio [Anastas., in Gregor. II.], fecesi in quest'anno una sollevazione d'alcuni popoli nel ducato romano. Un certo Tiberio, per soprannome Petasio, gl'indusse a ribellarsi contra dell'imperadore, e specialmente fu a lui, come a signore, giurata fedeltà da quei di Maturano, oggidì creduto Barberano, dal popolo di Luni, e da quel di Blera o Bleda. Credo scorretta la parola Lunenses, perchè Luni città marittima, situata al fiume Magra, era sotto i Longobardi e troppo lontana, nè potè ribellarsi contro chi non ne era padrone. Anastasio parla di popoli posti in quella provincia romana, che oggidì si chiama il patrimonio. Vicino a Barberano e Bleda si vede Viano; forse volle parlar lo storico di quella terra. Trovavasi allora l'esarco Eutichio in Roma, e turbossi forte a questo avviso; ma il buon papa Gregorio fece a lui coraggio, ed animò l'esercito romano, seco mandando ancora alcuni dei principali ministri di sua corte. Andarono i Romani, presero il capo ribello Petasio, la cui testa fu inviata a Costantinopoli; e con tutto ciò non poterono essi Romani ottenere l'intera grazia dell'imperador Leone. Questi sempre più andava peggiorando nell'odio contro le sacre immagini, e perciocchè un forte ostacolo all'esecuzion dei suoi perversi voleri era il santo patriarca Germano, in quest'anno appunto il costrinse a ritirarsi nella casa paterna, e a lui sostituì nel patriarcato un indegno suo discepolo, nomato Anastasio. L'ambizione di costui per ottenere quell'insigne dignità il trasportò ad abbracciare e secondare gl'iniqui sentimenti dell'imperadore. Significò egli ben tosto l'esaltazione sua al romano pontefice; ma trovandolo esso papa macchiato degli errori iconoclastici, nol volle riconoscere per vescovo, e gl'intimò la scomunica se non si ravvedeva dei suoi falli. Colla scorta di questo malvagio patriarca l'imperadore più che mai si diede a far eseguire i suoi sregolati editti, e a perseguitar chi non voleva ubbidire, con dar anche la morte a non pochi che contrastavano a' suoi ingiusti voleri. Credesi inoltre dal padre Pagi che per vendicarsi del santo papa Gregorio, egli facesse staccare dal patriarcato romano tutti i vescovati dell'Illirico, della Calabria e Sicilia, che dianzi immediatamente dipendevano dal papa, aggregandoli al patriarcato di Costantinopoli. Ciò apparisce da una lettera [Adriani I Papae Epistol. in fine Concil. Nic. II.] di papa Adriano I a Carlo Magno. E può dirsi che di qui traesse principio la funesta division della Chiesa greca dalla latina: divisione in vari tempi interrotta e non mai estinta, anzi rinforzata poi maggiormente da Fozio e da altri ambiziosi o maligni patriarchi, e che dura tuttavia. Nondimeno è incerto se questa smembrazione accadesse sotto questo papa, oppur sotto il suo successore Gregorio III, come io credo piuttosto. Veggasi all'anno 733.
DCCXXXI
| Anno di | Cristo DCCXXXI. Indiz. XIV. |
| Gregorio III papa 1. | |
| Leone Isauro imperad. 15. | |
| Costantino Copronimo Augusto 12. | |
| Liutprando re 20. |
Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Gregorio II, essendo egli stato chiamato da Dio nel dì 11 di febbraio al premio eterno delle sue virtù e fatiche in pro della religione cattolica, e meritevolmente riconosciuto per santo. Verso l'ordine monastico esercitò egli non poco la sua beneficenza, fondando nuovi monisteri, e ristorando i vecchi; stese la sua liberalità a varie chiese; e lasciò una perpetua memoria della sua pietà, dottrina e prudenza in mezzo di varii sconcerti della religione e del secolo. Dopo un mese e cinque giorni di sede vacante, se vogliamo seguitare il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] ed alcuni esemplari di Anastasio bibliotecario, fu eletto e consacrato papa, con assenso ed applauso universale, Gregorio III, soriano di nazione. Ma nella vita del medesimo presso lo stesso Anastasio si legge, ch'egli contra sua voglia fu eletto nel tempo che si faceano i funerali al defunto Gregorio II, e però non già un mese e cinque giorni, ma solamente cinque giorni, dovrebbe essere durata la vacanza della Sede pontificia; se non che in essa vita si parla solamente dell'elezione, restando in dubbio se immediatamente ne seguisse la consecrazione, per cui veramente l'eletto cominciava il suo pontificato. Fa un grande elogio di questo novello pontefice Anastasio [Anastas., in Gregor. III.], o chiunque sia l'autore della sua vita, rappresentandocelo dotto nella lingua greca e latina, che recitava a memoria tutto il salterio, eloquente predicatore, amatore de' poveri, redentor degli schiavi, e vivo esemplare d'ogni cristiana virtù. Non tardò lo zelante pontefice a scrivere delle forti lettere agl'imperadori Leone e Costantino, esortandoli a desistere dalla persecuzione delle sacre immagini; e questi suoi sentimenti ed esortazioni inviò a Costantinopoli per mezzo di Giorgio prete. Ma questi giunto colà, veggendo l'aspro trattamento che si faceva a chiunque osava di opporsi alle determinazioni degli Augusti, per timor della pelle se ne tornò a Roma senza presentar quelle lettere. Confessò il suo fallo al pontefice, il quale, sdegnato per la di lui pusillanimità, raunato il concilio, volle degradarlo dal sacerdozio. Tante nondimeno furono le preghiere dei padri e dei nobili laici, che si contentò di dargli una buona penitenza, con patto che ritornasse alla corte colle stesse lettere. Andò egli in fatti, ma dai ministri imperiali nel passare per la Sicilia fu ritenuto, e stette quasi un anno esiliato in quelle parti. Provò in questi tempi la Gallia qual fosse la crudeltà e l'odio de' Saraceni contro de' Cristiani. Divenuti essi già padroni della Linguadoca, passarono il Rodano, s'impadronirono della città di Arles, assediarono quella di Sens, ma non poterono mettervi il piede, mercè dell'animo che fece in tal congiuntura ai cittadini s. Ebbone vescovo di quella città [Chron. Petav. apud Du-Chesne.]. Distrussero poi assaissime chiese, monisteri e castella, lasciando dappertutto segni del loro furore con incendii e stragi de' miseri cristiani. Intanto i due eroi della Francia Carlo Martello ed Eude duca dell'Aquitania, in vece di volgere le armi contra di quegl'infedeli, ad altro non pensavano che a scannarsi l'un l'altro, e a sagrificar le vite de' popoli franchi alla loro ambizione. Toccò la peggio in una delle due battaglie ad Eude, e Carlo per due volte entrato nell'Aquitania, diede il guasto al paese con riportarne un immenso bottino a casa.
Avea Romoaldo II, duca di Benevento [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 50 et 55.] sposata in seconde nozze Ranigonda figliuola di Gaidoaldo duca di Brescia. Ma egli terminò i suoi giorni circa questi tempi, oppure nell'anno 733, come pensa il Bianchi [Blancus, in Notis ad Paul. Diac. tom. I Rer. Italic.]. All'incontro Camillo Pellegrino fu di parere che avvenisse la morte di quel duca nell'anno 720, e che dopo lui per due anni governasse quel ducato un Aodelao, ossia Audelao, e che a lui succedesse nell'anno 724 Gregorio, che da Paolo Diacono vien chiamato nipote del re Liutprando, e creato duca da esso re. Ma avendo noi veduto all'anno 729 che il re suddetto andò per sottomettere al suo dominio il duca di Benevento, e volle ostaggi da esso, non par molto verisimile che allora comandasse ai Beneventani Gregorio, il quale, siccome nipote e creatura del re Liutprando, avrebbe dovuto conservar buona armonia collo zio. Certo è che ci mancano lumi per diradar queste tenebre; ma non è improbabile che circa i presenti tempi succedesse l'assunzione di Gregorio al ducato di Benevento, perchè torneremo a vedere all'anno 740 irato il re Liutprando contro del duca di Benevento, ed allora è probabile che il suddetto Gregorio non si contasse più tra i vivi. Però sia a me lecito di riferire qui ciò che ha detto Paolo Diacono intorno a questo affare. Scrive egli, che essendo mancato di vita Romoaldo II duca di Benevento, dopo aver comandato per ventisei anni, lasciò dopo di sè un figliuolo di poca età, nominato Gisolfo II. Contra di lui insorsero alcuni che anche tentarono di levarlo dal mondo; ma il popolo di Benevento, avvezzo alla fedeltà verso i suoi principi, gli salvò la vita con uccidere chi s'era sollevato contro di lui. Probabilmente quell'Audolao duca, menzionato nella Cronica di santa Sofia [Chron. S. Sophiae apud Ughel. Ital. Sacr. tom. 8.], ma non conosciuto da Paolo Diacono, o da lui apposta omesso, perchè considerato quale usurpatore, dovette occupar quel ducato e tenerlo per due anni. Ora il re Liutprando, che vedeva di mal occhio lo sconvolgimento di quelle contrade, e che dovette temere che i Greci vicini e nemici non profittassero d'una tal turbolenza, e dell'età di Gisolfo II incapace a reggere un sì vasto dominio, e in pericolo di perdere la vita, si portò a Benevento apposta, e levatone il fanciullo Gisolfo, vi pose per duca Gregorio suo nipote, la cui moglie si appellò Giselberga. Dato in questa maniera buon sesto alle dissensioni di quel ducato, se ne tornò il re Liutprando a Pavia, conducendo seco il suddetto Gisolfo, ch'egli fece nobilmente allevare come se fosse proprio figliuolo; e giunto che fu all'età convenevole, gli diede per moglie Coniberga, ossia Scauniberga, di nobil sangue; e questi poi a suo tempo fu creato duca di Benevento dal medesimo re Liutprando.