DCCXXVIII
| Anno di | Cristo DCCXXVIII. Indiz. XI. |
| Gregorio II papa 14. | |
| Leone Isauro imperad. 12. | |
| Costantino Copronimo Augusto 9. | |
| Liutprando re 17. |
Scoprivasi ogni dì più empiamente animato l'imperador Leone non solo contro le sacre immagini, ma eziandio contro il santo pontefice Gregorio difensore delle medesime. Tentarono i suoi ministri con replicati ordini imperiali [Anastas., in Gregor. II.] di muovere contro di lui i popoli della Pentapoli, cioè di cinque città, che son credute Rimini, Pesaro, Fano, Umana ed Ancona, tuttavia in que' tempi soggette ai Greci, e parimente i Veneziani. Ma que' popoli risolutamente negarono di consentire a sì nera iniquità, anzi protestarono d'essere pronti a dar la vita per la difesa del medesimo pontefice. Nè ciò loro bastando, scomunicarono l'esarco Paolo, e chiunque teneva con lui, giugnendo a non volere i governatori da lui destinati per le città, e ad eleggerne essi quelli che fossero uniti alla Chiesa romana. Furono anche vicini que' popoli d'Italia ch'erano sudditi dell'imperio, a creare un nuovo imperadore, con disegno di condurlo a Costantinopoli, e ne tennero varie consulte. Ma il saggio e piissimo papa disturbò questa loro risoluzione, sperando sempre che l'imperadore s'avesse a ravvedere e a rimettersi nel buon cammino. Accadde poscia che anche Esilarato duca di Napoli, accecato dal desiderio di farsi del merito coll'imperadore, sedusse non pochi di quella parte della Campania, che tuttavia ubbidivano all'imperio, e venne insieme con Adriano suo figliuolo alla volta di Roma, pieno di mal talento contro del pontefice. Allora il popolo romano, acceso di zelo, uscì coll'armi contro di costoro, e preso esso Esilarato col figliuolo, amendue li privarono di vita. Saputo poscia che Pietro novello duca di Roma avea scritto alla corte contro del papa, il cacciarono fuor di città. Nè minore fu il tumulto che durante questi torbidi si svegliò in Ravenna. Molti aderivano all'empietà dell'imperadore, ma i più erano in favore e difesa del romano pontefice. Si venne perciò alle mani fra loro, e in quel conflitto restò ammazzato lo stesso esarco Paolo. Era finora stato solamente spettatore di queste brutte scene d'Italia, accadute per la pazza condotta di Leone Augusto, il re Liutprando. Ma vedendo crescere il fuoco, e cotanto irritati e sì mal disposti gli animi de' sudditi imperiali contro del loro sovrano, volle cavar profitto da questa disunione, prendendo, credo io, motivo e pretesto di muovere le sue armi dalla persecuzione d'esso imperadore contro della Chiesa e del capo visibile della medesima. Nè duro fatica a figurarmi che fosse anche invitato a questo giuoco da non pochi, i quali non sapevano digerire d'aver per signore un imperador empio, e che, per attestato di Anastasio, avea spogliate varie chiese: laddove sotto i re longobardi la religion cattolica e i suoi ministri godevano tutta la possibil tranquillità e il dovuto rispetto. Però uscito in campagna col suo esercito, si spinse contro le terre dell'esarcato. Pare che la sua prima impresa fosse l'assedio di Ravenna, dove stette sotto per alcuni giorni; ed è certo che la prese, benchè Anastasio espressamente nol dica, attestandolo chiaramente Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 54.] ed Agnello ravennate [Agnell., Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.], che un secolo dopo scrisse le vite di quegli arcivescovi. Anzi esso Agnello ci ha conservato qualche particolarità di quel fatto, con dire che, per intelligenza di uno di que' cittadini, Liutprando v'entrò, perchè avendo finto di dare un fiero assalto alla porta del Vico Salutare, ed essendo corsi tutti i cittadini colà alla difesa, il traditore intanto aprì la porta che va al Vico Leproso, e introdusse i Longobardi. Gran somma di danaro era stata promessa a costui; si sbrigarono da questo pagamento i Longobardi con ammazzarlo il primo nell'entrare in città, se pure non morì per un trave cadutogli addosso, come pare che voglia dire lo storico Agnello. Impadronissi ancora Liutprando del castello, ossia della Città di Classe, e, secondo la testimonianza d'Anastasio, ne portò via immense ricchezze. Han creduto e credono tuttavia i Pavesi, che in tal congiuntura il re Liutprando asportasse da Ravenna a Pavia la bella statua di bronzo di un imperadore a cavallo, stimato Antonino Pio, la qual tuttavia serve di ornamento alla lor piazza, ed è da loro chiamata il Regisole.
Oltre a ciò, altri paesi vennero in potere del re Liutprando, perchè, secondo Paolo, egli prese Castra Æmiliae, Formianum et Montem Bellium, Buxeta et Persiceta, Bononiam et Pentapolim, Auximumque. Anastasio scrive che Longobardis Æmiliae Castra, Feronianus, Montebelli, Bononia, Verablum cum suis oppidis Buxo et Persiceto, Pentapolis quoque et Auximana civitas se tradiderunt. Quale di questi autori abbia copiato l'altro nol so, perchè le vite dei papi son di varii scrittori. Si conosce ben da queste parole che la città di Osimo era distinta dalla Pentapoli, e che Feronianum era il Fregnano, picciola provincia del ducato di Modena nelle montagne, dove sono Sestola, Fanano ed altre terre. Mons Bellius è Monte Veglio o Monte Vio nel territorio di Bologna presso il fiume Samoggia. Verablo e Busso, o Bussetta, son forse nomi guasti, non potendo qui entrar Busseto posto fra Parma e Piacenza verso il Po, perchè non è mai credibile che i Longobardi padroni delle città circonvicine avessero differito fino a questi tempi la conquista di quel luogo. Persiceto è un tratto di paese spettante negli antichi secoli al contado di Modena, siccome ho dimostrato nelle Antichità italiche [Antiquit. Italic., Dissert. XXI.], in cui era allora compreso il celebre monistero di Nonantola. Tuttavia la nobil terra di san Giovanni in Persiceto ritien questo nome nel distretto di Bologna. Dalla parte ancora del ducato di Spoleti, per testimonianza d'Anastasio, dai Longobardi fu occupata la città di Narni, nè sappiamo se la restituissero. Presero anche il castello di Sutri, dipendente dal ducato romano; ma questo nol tennero che cento quaranta o pur quaranta giorni; perchè il buon papa con tante lettere e regali si adoperò presso il re Liutprando, che l'indusse a rilasciarlo, dopo averlo spogliato di tutte le sostanze de' cittadini. Nè volle il re cederlo a' ministri imperiali, ma bensì ne fece una donazione alla Chiesa romana. Può essere che in tal congiuntura accadesse ciò che narra il suddetto Paolo, cioè, che trovandosi il re Liutprando nella Pentapoli a Vico Pilleo, una gran moltitudine di quegli abitanti andava a portargli de' regali, per esentarsi dal sacco ed ottener delle salve guardie. Sopravvenne una gran brigata di soldati romani, che uccisero e fecero prigione quella sfortunata gente. In questi tempi venne a Napoli Eutichio patrizio eunuco, che altra volta vien detto avere esercitata la carica di esarco d'Italia, rivestito della medesima dignità. Costui portava ordini pressanti dell'empio Augusto di levar di vita il santo pontefice Gregorio II. Nè molto stette a risapersi il suo crudel disegno, e ch'egli meditava ancora di dare il sacco alle chiese, e di far altri malanni. Fu colto un suo uomo incamminato a Roma con lettere indicanti ch'esso esarco la voleva contro la vita del papa e dei principali di Roma. Fecero istanza i Romani che s'impiccasse il messo, ma il misericordioso pontefice il salvò dalla morte. Per questa cagione poi dichiararono scomunicato l'esarco Eutichio, e tutti s'obbligarono con giuramento di non mai permettere che ad un papa sì zelante per la religione, e difensor delle chiese, fosse recato alcun nocumento, o tolta la sua dignità. Ora veggendo Eutichio, che non gli potea venir fatto il sacrilego colpo finchè non allontanava i Longobardi dall'amicizia e protezion dei Romani, si studiò di ottener l'intento con promettere dei gran doni ai duchi de' Longobardi, e allo stesso re Liutprando, se desistevano dallo spalleggiare i Romani. Ma conoscendosi il mal talento e la malizia del perfido eunuco ministro imperiale, tanto i Romani quanto i Longobardi si strinsero maggiormente in lega, protestandosi che si riputerebbono gloriosi se potessero spendere le lor vite per la conservazione e difesa di un sì pio e santo papa, e risoluti di non gli lasciar fare alcun torto dai nemici di Dio e di lui. Intanto il buon pontefice attendeva a far di copiose limosine, orazioni, digiuni e processioni, confidando più nel soccorso di Dio che in quello degli uomini, con ringraziar nondimeno il popolo dell'amorevole lor volontà, e raccomandar loro di far buone opere e di sperare in Dio, esortandoli nello stesso tempo a non desistere dall'amore e dalla fedeltà del romano imperio. Questa verità, attestata da Anastasio bibliotecario [Anastas. Biblioth., in Greg. II.] e da Paolo Diacono [Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 54.], autori ben informati delle cose d'Italia, e comprovata dai fatti, ci fa chiaramente conoscere che Teofane [Theoph., in Chronogr.] scrittor greco, e chiunque gli tenne dietro, s'ingannò in iscrivendo che papa Gregorio II (da lui per altro sommamente lodato) sottrasse dall'ubbidienza dell'imperadore Roma, l'Italia e tutto l'Occidente. Se il santo pontefice avesse voluto, era finita allora per gl'imperadori greci in Italia; ma a lui bastò di difendere le ragioni della Chiesa e la sua propria vita, ed impedì che i popoli sollevati non passassero all'elezione di un altro imperadore.
DCCXXIX
| Anno di | Cristo DCCXXIX. Indizione XII. |
| Gregorio II papa 15. | |
| Leone Isauro imperadore 13. | |
| Costantino Copronimo Augusto 10. | |
| Liutprando re 18. |
A mio credere, in quest'anno furono scritte da papa Gregorio all'imperador Leone le due sensatissime lettere che il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] diede alla luce all'anno 726, credendole appartenenti a quel tempo. Stimò il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] che si dovessero riferire all'anno 730; perchè parlandosi nella prima d'esse della statua del Salvatore, che Leone Augusto volle far gittare a terra in Costantinopoli (attentato che costò la vita, o almeno di buone sassate al di lui ministro, essendo insorte contro di lui alcune zelanti donne, le quali poi furono martirizzate per questo) esso padre Pagi adduce l'autorità di Stefano diacono, autore della vita di s. Stefano juniore, che dice accaduto un tal fatto dopo la deposizione di s. Germano dal patriarcato di Costantinopoli e l'intrusione dell'eretico Anastasio. Ora certo essendo che san Germano fu deposto nell'anno 730, conseguentemente prima di quell'anno non possono essere scritte le suddette lettere di s. Gregorio II. Ma Stefano diacono non fu autore contemporaneo, e perciò non è infallibile la sua asserzione. Teofane [Theoph., in Chronogr.], che scriveva nello stesso tempo che Stefano, cioè sul principio del secolo nono, parla di questo fatto all'anno 726. Quel che è più, la stessa lettera del papa fa abbastanza conoscere ch'era ben succeduto il fatto della statua, ma che s. Germano teneva tuttavia la sedia episcopale, nè era stato a lui sostituito il perverso Anastasio. Se un sì santo prelato fosse già stato deposto, ed occupata la sua cattedra dall'ambizioso suo discepolo, non avrebbe mancato lo zelante papa Gregorio di rinfacciare ancor questo delitto con gli altri, che egli andò ricordando al male consigliato imperadore. Ma avverte il padre Pagi dirsi dal papa: Ecclesias Dei denudasti, tametsi talem habebas pontificem, domnum videlicet Germanum fratrem nostrum et comministrum. Hujus debebas tamquam patris et doctoris, etc. consiliis obtemperare. Annum enim agit hodie vir ille nonagesimum quintum, etc. Illum igitur omittens lateri tuo adjungere, improbum illum Ephesium Apsimari filium, ejusque similes audisti. Ma queste parole confermano che sussisteva tuttavia s. Germano nel patriarcato, perciocchè il santo papa accusa l'imperadore di non essersi consigliato con lui. Che avrebbe poi detto se l'avesse anche ingiustamente cacciato dalla sua sedia? E il testo greco non dice assolutamente, benchè tu avessi un tal pontefice, ma dice: Καἰ τοι γε τοιοῦτον ἒχων ̓Αρχιερέα, che può significare, benchè tu abbi un tal pontefice. Egli è poi da notare in essa lettera la risposta che dà s. Gregorio alle minacce dell'imperadore di far condurre prigione lo stesso papa a Costantinopoli, com'era intravenuto al di lui predecessore san Martino. Risponde il saggio pontefice, ch'egli non è già per combattere coll'imperadore, ma bastargli di ritirarsi solamente ventiquattro stadi fuor di Roma nella Campania; e che venendo o mandando poi esso Augusto, farà sol battaglia coi venti. Questo ci fa intendere che i confini del ducato beneventano, posseduto dai duchi di Benevento, erano distanti solamente poco più di tre miglia dalla città di Roma per la parte della Campania; e però in pochi passi poteva trasferirsi il pontefice in paese, dove non si stendeva il braccio dell'imperadore. Sembra nondimeno incredibile che arrivasse così vicino a Roma il dominio dei Longobardi. Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., de Fin. Ducat. Beneventan., tom. 5 Rer. Ital.] dubitò che fosse scorretto il testo greco, oppure che le tre miglia suddette si debbano computare dal confine del ducato romano sino alla prima fortezza dei Longobardi. A noi mancano le memorie per decidere questo punto.
In quest'anno, per quanto io vo conghietturando, ricuperarono i Greci la città di Ravenna. Leggesi una lettera, a noi conservata da Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], rapportata dal Baronio e da altri, in cui papa Gregorio scrive ad Orso duca di Venezia, essere stata presa la città di Ravenna, capo di tutte, a nec dicenda gente Longabardorum; e sapendosi che l'esarco nostro figliuolo dimora in Venezia, però gli comanda di unirsi con noi affine di rimettere sotto il dominio de' signori nostri figliuoli Leone e Costantino grandi imperadori quella città. Non può negarsi; questa lettera ha tutta la patina dell'antichità; eppure io non lascio di aver qualche dubbio intorno alla sua legittima origine. Questo, perchè ho pena a persuadermi che quel saggio papa nelle circostanze di questi tempi potesse chiamar la nazion longobarda nec dicendam (lo stesso è che dire nefandam), titolo che si dava ai Saraceni, e che fu anche dato ai Longobardi, allorchè sui principii erano crudeli, nemici fieri di Roma ed ariani. In questi tempi noi sappiamo che tutti professavano la religion cattolica, erano figliuoli, come gli altri, della santa Chiesa romana, e gli abbiam veduti protettori del sommo pontefice contro le violenze dell'imperadore; e senza l'aiuto di essi il pontefice Gregorio restava preda del sacrilego furor de' Greci. Come mai un sì avveduto pontefice potè sparlare in tal forma dei Longobardi? Aggiungasi che non si può sì facilmente concepire tanta premura del pontefice in favor dell'esarco rifugiato, come ivi si dice, in Venezia. Se s'intende di Paolo esarco, costui, per attestato di Anastasio, era scomunicato, e poi fu ucciso dai Ravennati. Se di Eutichio, anch'egli, per asserzion del medesimo storico, era scomunicato e in disgrazia del pontefice, e toccò dipoi, siccome vedremo, al re Liutprando di rimetterlo in sua grazia. Potrebbe solamente dirsi che la presa e ricupera di Ravenna succedette nell'anno 725 prima che spuntasse l'eresia degl'iconoclasti, come ha creduto il Sigonio con altri, e pare che si ricavi dallo stesso Anastasio: nel qual tempo passava buona armonia fra il papa e l'imperadore, e i suoi ministri. Ma ciò non sussiste. Si sa da Anastasio medesimo che l'esarco Paolo fu mandato in Italia con ordine di levar dal mondo papa Gregorio II, e fece quanto potè per eseguirlo. Certo è altresì che non già nell'anno 725, ma molto più tardi, e certo dappoichè Leone Augusto si dichiarò nemico delle sacre immagini, e cominciò la persecuzione per cagion d'esse, Ravenna fu presa. Ne abbiamo l'autentica testimonianza dello stesso Gregorio II, che, dopo aver narrato nella prima lettera a Leone Isauro l'affare della statua del Salvatore, per cui esso Augusto avea fatto uccidere alcune donne, aggiugne che divulgata la fama di queste sue crudeli puerilità, i popoli più lontani aveano calpestate le immagini del medesimo Augusto, e che i Longobardi e i Sarmati ed altri popoli settentrionali aveano fatto delle scorrerie per l'infelice Decapoli (cioè per le dieci città sottoposte a Ravenna), ed occupata la stessa metropoli Ravenna, con iscacciarne i magistrati cesarei, e porvi al governo i lor propri, ed ora minacciano d'invadere gli altri luoghi imperiali vicini, e Roma stessa, giacchè esso imperadore non ha forza per difenderli. E questo tutto avvenuto per l'imprudenza e stoltezza dello stesso Augusto. Adunque scorgiamo seguita l'occupazion di Ravenna dappoichè Leone s'era scatenato contro le sacre immagini; nè questa città, allorchè il papa scrisse, era stata per anche ricuperata da' Greci, nè il papa mostra d'aver data mano per ripigliarla, nè premura perchè si ripigli. Finalmente è da osservare che nè Anastasio bibliotecario, nè Paolo Diacono parlano punto che s. Gregorio s'impacciasse in far ritorre ai Longobardi Ravenna; e pur questo sarebbe stato di gran gloria d'esso pontefice, il quale avrebbe renduto bene per male ad un imperadore sì fatto, cioè ad un persecutore della di lui vita e dignità. Comunque sia, o fosse il papa o fosse l'esarco che accalorasse questa spedizione, egli è fuor di dubbio che Ravenna tornò alle mani de' Greci e fu ritolta ai Longobardi. Si dee la lode di questo fatto al valore fino in que' tempi riguardevole dei Veneziani, asserendo Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.], che stando in Ravenna Ildebrando nipote del re Liutprando, e Peredeo duca di Vicenza, all'improvviso arrivò loro addosso l'armata navale dei Veneziani; e che nella battaglia da essi fu fatto prigione Ildebrando: e che Peredeo bravamente combattendo vi restò ucciso. Agnello ravennate [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Italic.] anch'egli lascia abbastanza intendere, benchè molto ci manchi della sua storia, che Ravenna fu ricuperata; perciocchè dopo aver narrata l'occupazione fattane dai Longobardi, dice che sdegnati i Ravegnani contra di Giovanni loro arcivescovo (senza allegarne il perchè), il cacciarono in esilio, e perciò egli stette per un anno in Venezia con danno notabile della sua chiesa. Ma ravveduti dipoi fecero che l'esarco il richiamasse alla sua sedia. Quegli scrittori moderni che rapportano varie particolarità della presa di Ravenna, le han tolte dalla sola loro immaginazione. Per altro non si può assegnare per mancanza di memorie il tempo preciso nè della occupazione, nè della ricupera d'essa città, e dee a noi bastare di saper con sicurezza che l'una e l'altra avvenne dappoichè fu principiata la guerra contra le sacre immagini. Cosa accadesse della Pentapoli occupata dai Longobardi, non ce l'han rivelato gli antichi; ma da Anastasio [Anastas., in Vita Zachariae Papae.] sufficientemente si ricava che ritornò anch'essa allora alle mani dell'esarco.
Abbiamo poi da esso Anastasio [Id., in Vit. Gregor. II.] che nel gennaio di quest'anno fu veduta per più di dieci giorni una cometa. E parimente da lui sappiamo che Eutichio patrizio ed esarco fece lega col re Liutprando, essendosi convenuto fra loro di unir l'armi, affinchè il re potesse sottomettere alla sua corona i duchi di Spoleti e di Benevento, e l'esarco di Roma all'imperadore. Se fosse certo che in questo medesimo anno fosse stata ricuperata Ravenna dai Greci e Veneti, potremmo immaginare che il re Liutprando per riavere il nipote Ildebrando, condotto prigione a Venezia, s'inducesse a far la pace e lega coll'esarco. Paolo altro non dice, se non che esso re si mosse a questa unione per desiderio di soggiogare i duchi di Spoleti e di Benevento. Non è noto onde nascesse questo mal animo del re Liutprando contro que' duchi suoi vassalli. Crede il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 3.] che il re mal sofferisse di vedere quei principi come assoluti padroni di quelle contrade, e che non riconoscessero nel re se non la semplice sovranità; e però portato dall'ambizione volesse assoggettarseli come gli altri duchi della Neustria, Austria e Toscana, che erano governatori delle città. Se ciò fosse, non è chiaro. Solamente vedremo da una lettera di papa Gregorio III, che quei duchi protestavano d'esser pronti a soddisfare a tutti i lor doveri verso del re, secondo l'antica consuetudine; del che non doveva essere contento il re Liutprando, con esigere di più. Ma quella lettera non ha che fare con questi tempi, essendo scritta nell'anno 741. Ora Anastasio racconta che il re colle sue forze andò a Spoleti; e perciocchè Trasmondo duca di quella contrada, siccome ancora il duca di Benevento (secondo i conti di Paolo Diacono, dovrebbe essere stato Romoaldo II) conobbero di non potere resistere alla di lui potenza, si umiliarono, e gli promisero ubbidienza con solenni giuramenti, dandogli anche degli ostaggi per pegno della lor parola. Poscia coll'esercito marciò alla volta di Roma, e si attendò nel campo di Nerone. Sapeva il buon papa Gregorio II che la pietà non era l'ultima delle virtù del re Liutprando, e però intrepidamente uscito della città, andò a trovarlo e a parlargli. Non potè Liutprando resistere alle paterne ammonizioni del santo padre, e ne restò sì ammollito e compunto, che se gli gittò a' piedi, con promettergli di non far male ad alcuno. Poscia entrati nella basilica vaticana, ch'era allora fuori di Roma, esso re davanti al corpo del principe degli Apostoli spogliossi del manto regale, de' braccialetti, dell'usbergo, del pugnale, della spada dorata, della corona d'oro e della croce d'argento, e tutto lasciò in dono e in memoria della sua venerazione a quel celebratissimo sepolcro. Finita l'orazione, fu pregato il papa da Liutprando di volere rimettere in sua grazia ed assolvere l'esarco Eutichio: il che fu fatto; e poscia il re con esso esarco se ne tornò indietro, senza aver fatto male ad alcuno. Resta a noi il solo abbozzo di questi avvenimenti, ma senza che sieno a notizia nostra pervenuti i motivi e le circostanze d'essi. Nè vo' lasciar di dire che in quest'anno [Theoph., in Chronogr.] il figliuolo del principe dei Gazari, cioè dei Turchi, entrò nell'Armenia e nella Media, possedute da' Saraceni, sconfisse l'esercito loro, comandato da Garaco generale di essi Arabi Mussulmani, e, dopo aver saccheggiate quelle provincie, ritornò al suo paese, con lasciare un gran terrore nella nazione de' Saraceni.