Divenuti già padroni della Linguadoca i Saraceni, tentarono nel presente anno di passare il Rodano. Ma Eude insigne duca d'Aquitania coll'oste generale de' Franzesi andò ad assalirli, e ne riportò un'insigne vittoria, accennata da Anastasio bibliotecario [Anastas., in Gregor. II.] e da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.]. Carlo Martello, altro eroe della nazion franca, in questi tempi ostilmente entrò nella Baviera; ne soggiogò e saccheggiò una parte, cioè la spettante a Grimoaldo duca; seco condusse Piltrude concubina famosa d'esso Grimoaldo, con Sonichilde nipote d'essa Piltrude ossia Biltrude. Essendogli morta Rotrude sua moglie, madre di Pippino e di Carlomano, egli sposò la predetta Sonichilde. Ma Piltrude dopo essere stata alcun tempo in sua grazia, per relazion di Aribone nella vita di s. Corbiniano [Mabill., Saecul. Benedict. tom. II.], fu costretta a ricoverarsi con un asinello in Italia, dove miseramente terminò la sua vita. Ella era stata persecutrice d'esso s. Corbiniano vescovo di Frisinga, perchè il trovò contrario alla disonesta sua vita. Scrive il padre Mabillone [Idem, Annal. Benedictin. lib. 20, cap. 53.], che il re Liutprando per l'amicizia da lui sempre conservata coi re franchi, prese l'armi anch'egli contra della Baviera, ma non cita onde s'abbia tratta questa notizia. Senza buone prove non si dee credere ch'egli rendesse sì brutta ricompensa al popolo della Baviera, dal cui braccio egli riconosceva la corona del regno longobardico, e fors'anche era di quella nazione. In quest'anno parimenti abbiamo dalle memorie dell'archivio farfense [Antiquit. Italic. Dissert. LXVII.], che Trasmondo duca di Spoleti fece una donazione a quel nobilissimo monistero mense januario, Indictione octava, sub Rimone Castaldione. Nel registro d'esso archivio medesimamente si legge una vendita di olivi fatta a Tommaso abbate temporibus Transmundi ducis Langobardorum, et Sindolfi Castaldionis civitatis Reatinae: dal che si conosce che la città di Rieti era sottoposta ai duchi di Spoleti. Ma non so io ben accordar gli anni d'esso Tommaso abbate con quei del duca Trasmondo. Abbiamo poi da Andrea Dandolo [Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.], che essendo mancato di vita Donato patriarca di Grado, Pietro vescovo passò a quella Chiesa. Ma queste trasmigrazioni da una chiesa all'altra, non essendo secondo la disciplina di que' tempi sì tollerate ed approvate, come oggidì, Gregorio II papa zelantissimo il dichiarò decaduto dall'una e dall'altra chiesa. Tanto nondimeno valsero le preghiere del clero e popolo di Venezia, ch'egli fu rimesso nella sua prima sedia. E perciocchè si sapeva, o vi doveva essere sospetto ch'esso Pietro per vie simoniache sì fosse intruso nel patriarcato suddetto, il papa avvertì i Veneziani di non eleggere pastori, se non nelle forme approvate da Dio e dalla Chiesa. Dicesi data la lettera pontificia nell'anno IX di Leone Isauro imperadore; e però nel presente anno. Succedette dunque nella cattedra di Grado Antonio di nazion padovano, dianzi abbate del monistero della Trinità di Brondolo, dell'ordine di s. Benedetto, personaggio sommamente cattolico e dabbene.


DCCXXVI

Anno diCristo DCCXXVI. Indiz. IX.
Gregorio II papa 12.
Leone Isauro imperad. 10.
Costantino Copronimo Augusto 7.
Liutprando re 15.

Cominciò in quest'anno Leone Isauro una tragedia che sconvolse non poco la Chiesa di Dio, e pose i fondamenti per far perdere l'Italia agl'imperadori greci. Per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.], di Niceforo [Niceph., in Chron.] e d'altri storici, fra le isole di Tera, o Terasia, per alcuni giorni il mare bollì furiosamente, uscendo da un vulcano sottomarino un fumo infocato ed un'immensa moltitudine di pomici che si sparsero per tutta l'Asia Minore, per Lesbo e per le coste della Macedonia, con essere nata in quel mare un'isola, che si andò ad unire a quella di Jera. Anche a' dì nostri, cioè nell'anno 1707, una somigliante isola sorse dal mare poco lungi da quella di Santerine: sopra il quale avvenimento abbiamo le osservazioni del celebre filosofo e cavaliere Antonio Vallisnieri. Per questo naturale accidente fu grande lo spavento de' popoli anche a' tempi di Leone Isauro, e un perfido rinegato per nome Beser, che aveva abbracciata la superstizione degli Arabi, e s'era poi introdotto nella corte imperiale, se non prima, certo di questa congiuntura seppe ben prevalersi appresso l'imperadore per fargli credere irato Dio contro de' cristiani, a cagion delle immagini che essi tenevano e veneravano ne' sacri templi. Abbiamo dei riscontri che veramente si fossero introdotti degli abusi nell'uso e culto delle sacre immagini, come anche si osservava ne' tempi addietro fra i Russiani, ossia fra i Moscoviti, uniti alla Chiesa greca. Ma questi tali abusi non fecero, nè fanno, che per cagion d'essi s'abbiano ad abolir le stesse immagini, perciocchè, siccome han dimostrato uomini di gran sapere, l'uso d'esse immagini e il culto ben regolato di quelle, non solamente è lecito, ma riesce anche utile alla pietà della plebe cristiana e cattolica. Ora Leone Augusto infatuato della gran penetrazione della sua mente, e sedotto dal maligno consigliere, con usurpare i diritti del sacerdozio, pubblicò un editto, contenente l'ordine che fossero vietate da lì innanzi, e si togliessero tutte le sacre immagini per le terre all'imperio romano suggette, chiamando idolatria l'adorarle, ossia il venerarle. Tale fu il principio della eresia degl'iconoclasti. Gran commozione si suscitò per questo sconsigliato ed iniquo divieto fra i popoli suoi sudditi, detestando la maggior parte d'essi come eretico e di sentimenti maomettani l'imperadore: e tanto più perchè si seppe ch'egli aveva in abbominazione le sacre reliquie e negava l'intercession de' Santi appresso Dio, cioè impugnava dogmi stabiliti nella Chiesa cattolica, con impugnar egli stesso la professione della fede, da lui fatta nella sua assunzione al trono imperiale, e senza voler sopra ciò ascoltare il parer de' vescovi, eletti da Dio per custodi della dottrina spettante alla fede. Passarono perciò gli abitanti della Grecia e delle isole Cicladi ad un estremo con ribellarsi all'imperador Leone, e proclamar imperadore un certo Cosma. Poi messa insieme una flotta di legni sottili, ostilmente andarono sotto Costantinopoli, e diedero battaglia a quella città, ma restò disfatta dal fuoco greco la loro armata, e l'efimero Augusto, venuto in mano di Leone, pagò colla testa il suo reato: con che maggiormente crebbe lo orgoglio di esso imperadore e de' suoi seguaci per sostener l'empio editto. Benchè poi ci manchino le lettere da lui scritte a Gregorio II papa intorno alla abolizion delle sacre immagini, e le risposte a lui date dal pontefice, pure da quanto s'andrà vedendo, chiaramente si comprende ch'egli inviò a Roma lo editto sopraddetto, e che il santo pontefice non solamente vi si oppose, ma dovette anche risentitamente scriverne ad esso Leone Augusto, per rimuoverlo da questo sacrilego disegno. Ne vedremo fra poco gli effetti. Per quanto s'ha da Andrea Dandolo [Andreas Dandulus, tom. 12 Rer. Ital.], succedette in questo anno la morte di Marcello duca di Venezia, e in luogo suo fu sostituito Orso, uno de' nobili della città di Eraclea, e personaggio di gran prudenza e valore.


DCCXXVII

Anno diCristo DCCXXVII. Indiz. X.
Gregorio II papa 13.
Leone Isauro imperad. 11.
Costantino Copronimo Augusto 8.
Liutprando re 16.

Abbenchè in questi tempi per cagione della nascente eresia degl'iconoclasti accadessero molte novità in Italia, pure non abbiamo un filo sicuro per distinguere i tempi, e quasi neppure disbrogliare quegli avvenimenti, de' quali i soli Anastasio bibliotecario e Paolo Diacono ci han conservata una confusa memoria. Li riferirò io con quell'ordine che mi parrà più verisimile. Allorchè l'imperador Leone ebbe scorto [Anastas., in Gregor. II.] quanto il romano pontefice fosse alieno dal concorrere ne' suoi perversi sentimenti, tornò a scrivergli più imperiosamente, facendogli sapere che ubbidisse, se gli premeva d'aver la sua grazia, altrimenti ch'egli finirebbe d'esser papa. Allora l'intrepido pontefice Gregorio, ben intendendo i pericoli della Chiesa e i propri, saggiamente si accinse alla difesa. Con sue lettere avvisò i popoli italiani dell'insulto che voleva fare il malvagio imperadore alla religione; cominciò a star cauto per la propria persona; e molto più è da credere che con più vigore che mai rispondesse a Leone. Il cardinale Baronio [Anastas., in Gregor. II.] rapporta due sue lettere, come scritte da esso papa nell'anno precedente 726 al medesimo imperadore. Pretende all'incontro il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] che queste appartengano all'anno 730. Forse niun di loro ha colto nel segno. Sappiamo ben di certo che l'infuriato imperadore si diede a studiar tutte le vie per levar dal mondo il santo pontefice. Pare che Anastasio metta come avvenuti quegli empii suoi tentativi contro la vita del papa prima che spuntasse la persecuzione delle sacre immagini, adducendo come commosso a sdegno l'imperadore, perchè il pontefice Gregorio s'era opposto all'imposizione d'un censo, ossia tributo, o capitazione, ch'esso Augusto voleva esigere dai popoli d'Italia. Mette ancora l'assedio di Ravenna quasi fatto dal re Liutprando prima dell'attentato contro esse immagini. A me sembra più verisimile che il primo anello di questa catena sia stato l'empio editto di Leone Isauro per cui cadde dalla sua grazia papa Gregorio, e s'imbrogliarono le cose in Italia. Teofane [Theoph., in Chronogr.] scrive, che dopo aver esso pontefice con sua decretale esortato indarno l'imperadore perverso a non voler mutare i riti stabiliti dai santi Padri intorno all'immagini, vietò che se gli pagassero da lì innanzi i tributi. Può essere che Teofane s'ingannasse in credere negati a Leone anche i tributi soliti, quando l'opposizione probabilmente fu di un censo nuovo, ossia d'una capitazione, che nuovamente si voleva introdurre; ma forse gli è da prestar fede allorchè dice fatta cotale opposizione. Pare eziandio molto credibile che il re Liutprando si prevalesse della buona occasione di profittar sopra gli Stati imperiali, dappoichè vide alterati forte gli animi degli Italiani contra del prevaricatore Augusto, il quale all'eresia aveva aggiunta la persecuzione del papa. In fatti abbiamo da Anastasio [Anastas., in Gregor. II.] che per ordine suo fu cospirato in Roma contro la vita del santo pontefice da Basilio duca, da Giordano cartulario, e da Giovanni soprannominato Lurione, con participazione e consenso di Marino imperiale spatario, mandato dall'imperadore col titolo di duca, ossia governatore di Roma. Volle Iddio che non seppero mai trovare apertura di eseguir l'empio concerto, e intanto Marino infermatosi passò al mondo di là. Arrivò dipoi Paolo patrizio inviato in Italia esarco, e coll'intelligenza e colle spalle di lui seguitarono i congiurati la lor trama contro del buon pontefice. Ma venuto alla luce il loro disegno, commosso il popolo romano trucidò Giovanni e Lurione. Basilio fu costretto a farsi monaco, e ristretto in un monistero, quivi terminò i suoi giorni. Non istette per questo l'esarco Paolo di proseguire nel suo sacrilego pensiero di torre la vita al pontefice, e di sostituirne un altro a suo piacimento, per avere libero il campo a spogliar le chiese di Roma, siccome avea fatto in varii altri luoghi. Venne anche da Costantinopoli un altro spatario con ordine di deporre papa Gregorio. Lo stesso esarco a questo fine raunò quanti soldati potè in Ravenna, e gl'inviò alla volta di Roma, sperando che con questo rinforzo i congiurati verrebbono a capo della loro iniqua intenzione. Ma ciò risaputo, tanto il popolo romano, quanto i Longobardi del ducato di Spoleti e della Toscana si misero in armi, e fecero buone guardie al ponte Salario e ai confini del ducato romano, affinchè i mal intenzionati non potessero passare. Il conte Campello nella Storia di Spoleti, scrivendo che seguì in tal congiuntura una battaglia fra gli imperiali e Trasmondo duca di Spoleti, colla vittoria in favore dell'ultimo, di sua testa v'ha aggiunto questo abbellimento, non men che l'orazione fatta da esso duca alle sue milizie. Probabilmente nell'anno presente accaddero tutti questi movimenti e sconcerti. Dalla vita di s. Giovanni Damasceno, scritta da Giovanni patriarca di Gerusalemme [Johannis Damasceni Oper. tom. 1.], ricaviamo ch'esso Damasceno abitante in Damasco nel dominio de' Saraceni e ministro del loro califfa, appena intese lo editto di Leone Isauro, che prese la penna in difesa delle sacre immagini. Leggonsi le di lui orazioni su questo argomento. Da essi Saraceni fu appunto nell'anno presente assediata la città di Nicea, metropoli della Bitinia, ma Iddio miracolosamente la preservò dalle loro unghie.