Per attestato di Andrea Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.], essendo nata una civile discordia fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor duca Orso; e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E questi fu Domenico Leone, primo ad esercitar quella carica. Crede il medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto, raccontato da Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.], ma che forse appartiene ad alcuno degli anni precedenti. Era tuttavia duca del Friuli Pemmone, postovi dal re Liutprando; era patriarca di Aquileia Callisto. Ora nei tempi addietro avvenne che Fidenzio vescovo della città di Giulio-Carnico, capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris [Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.]. Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu eletto Amatore, che seguitò a tenere la residenza in quella città. Nella Cronica de' patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce [Anecdot. Latin., tom. 4.], si legge che a Fidenzio succedette Federigo, e a Federigo Amatore. Gran tempo era che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona [Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati dell'imperadore.], terra della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee. Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca, e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato Pemmone, e conoscendo Ratchis suo figliuolo per uomo valoroso, il creò duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza che non gli sarebbe fatto male; e però coi figliuoli e con tutti quei nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli tutti ammessi, donò a Ratchis Pemmone di lui padre, ed inoltre Ratcait e Astolfo di lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili. Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re; ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza, meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarca Callisto, liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s. Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in quest'anno Teoderico IV, re de' Franchi, e per cinque anni stette la Francia senza re, governando gli stati Carlo Martello, il quale è da maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de' Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione del Continuator di Fredegario [Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.], s'impadronirono della città di Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca, posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città. Tra essi e l'esercito di Carlo seguì un sanguinoso fatto d'armi colla sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.] fa menzione di questa vittoria.


DCCXXXVIII

Anno diCristo DCCXXXVIII. Indiz. VI.
Gregorio III papa 8.
Leone Isauro imper. 22.
Costantino Copronimo Augusto 19.
Liutprando re 27.
Ildebrando re 3.

Venne a Roma nel presente anno per la terza volta l'insigne vescovo ed apostolo della Germania s. Bonifacio [Othon., in Vit. S. Bonifacii, lib. 1, cap. 28.], le cui continuate fatiche per piantare in mezzo a tanti popoli pagani la fede di Gesù Cristo non si possono leggere senza stupore. L'accoglienza a lui fatta dal pontefice Gregorio III e da tutto il popolo romano fu corrispondente al merito di quel mirabile coltivator della vigna del Signore. Dopo aver ricevuto dal buon papa molti regali, e quante sacre reliquie seppe dimandare, accompagnato ancora da tre lettere scritte da esso pontefice ai popoli della Germania, convertiti di fresco da lui alla vera fede, se ne partì contento alla volta della sua greggia. Nel cammino, o spontaneamente o invitato, passò a Pavia, dove il re Liutprando gli fece un bel trattamento, e il ritenne seco per qualche tempo, godendo e profittando dei di lui santi insegnamenti. Secondo i conti di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 56.], Gregorio duca di Benevento, nipote del re Liutprando, venne in quest'anno a morte, dopo aver governato quel ducato per sette anni. Gli succedette Godescalco duca, che solamente per tre anni tenne quel ducato, ed ebbe per moglie Anna. Fu allo incontro di parere Camillo Pellegrino [Camil. Peregrinus, Hist. Princ. Langob. tom. 2 Rer. Italic.] che la morte del suddetto Gregorio accadesse nell'anno 729, e che Godescalco campasse quattro anni nel ducato: tempo appunto assegnatogli nella Cronica di santa Sofia presso l'Ughelli. Finalmente il signor Bianchi [Blancus, in Notis ad Paul. Diac., tom. 1 Rer. Ital.] e il signor Sassi [Saxius, in Notis ad Sigonium, de Reg. Ital.] pensano che Gregorio terminasse i suoi giorni nell'anno 740, e che gli succedesse allora Godescalco. Forse che i fatti a noi somministrati dalla storia, andando innanzi, ci porgeran qualche lume in mezzo a queste tenebre. Abbiamo ancora dal Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], che nell'anno presente fu governata Venezia da Felice Cornicola maestro de' militi, o vogliam dire generale dell'armi, uomo umile e pacifico, il quale colle sue buone maniere rimise la concordia in quel popolo, ed ottenne che Deusdedit, ossia Diodato, figliuolo del duca Orso ucciso, fosse liberato dall'esilio, e se ne tornasse alla patria.


DCCXXXIX

Anno diCristo DCCXXXIX. Indiz. VII.
Gregorio III papa 9.
Leone Isauro imperad. 23.
Costantino Copronimo Augusto 20.
Liutprando re 28.
Ildebrando re 4.

Più vigorosi che mai tornarono in quest'anno i Saraceni ad infestare la Francia. Presero, per attestato di Paolo Diacono [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.], la città d'Arles, e portarono la desolazione per tutta la Provenza. Carlo Martello, governator d'essa Francia, stimò bene in questa congiuntura di chiamare in aiuto il re Liutprando, e a questo fine gli spedì ambasciatori con dei regali. Liutprando tra per la stretta amicizia ch'egli saggiamente mantenne sempre colla nazione franca, e perchè non gli piacea d'avere per confinanti al suo regno quegl'infedeli sempre ansanti dietro a nuove conquiste, montò senza dimora a cavallo, e con tutta la sua armata marciò in soccorso dell'amico principe. Fu cagion questa mossa che i Saraceni, abbandonata la Provenza, si ritirarono nella lor Linguadoca. Si sa dal Continuatore di Fredegario [Continuator Fredegar., apud Du-Chesne, tom. 1.] che Carlo Martello anch'egli con tutto il suo sforzo venne in Provenza, ricuperò quelle terre e città, e, secondo l'uso suo, come se fossero paese di conquista, le unì al suo dominio. Cessato il bisogno, Liutprando se ne tornò col suo esercito a casa. Truovasi in quest'anno la fondazione dell'insigne monistero della Novalesa a piè del monte Cenisio, diocesi allora del vescovo di Morienna. Lo strumento fu dato alla luce dal p. Mabillone [Mabill., Append. de Re Diplomatica.], e, siccome egli e il p. Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] hanno osservato, le note cronologiche di quel documento appartengono all'anno presente, in cui il fondatore Abbone, ricchissimo signore, donò a quel sacro luogo un'immensa quantità di beni, posti in varii contadi di qua e di là dall'Alpi Cozie. Crebbe poscia quel monistero in credito di santità, e molto più in ricchezze, come era in uso di questi tempi, ne' quali gran copia di stabili colava ogni dì nelle chiese e ne' monisteri pro redemptione animae suae. Si legge ancora la cronica antica d'esso monistero, pubblicata dal Du-Chesne, e da me accresciuta [Rer. Ital. P. II, tom. 2.] nel corpo Rerum Italicarum, ma contenente fra molte verità non poche favole. E perciocchè il prurito d'ingrandir l'origine delle città e delle famiglie, passò talvolta anche nei monaci per dare maggior lustro alla fondazione de' lor monisteri, non bastò a quei della Novalesa di avere Abbone, uomo privato, per lor fondatore; vollero ancora che questo Abbone fosse patrizio romano, gran dignità in questi tempi, ma sognata in esso Abbone. Ho io osservato altrove [Antiquit. Ital., Dissertat. XXXIV.], che anche in Padova col tempo fu spacciato per fondatore del celebre monistero di santa Giustina Opilione patrizio, ma con documenti che non sussistono. Quello della Novalesa, benchè servisse con parte delle sue sostanze a fondare il cospicuo monistero di Breme, o Bremido nel Monferrato, e tuttochè decaduto dall'antico splendore, pure conserva alcuna delle sue prerogative, perchè ornato di autorità diocesana, ridotto per altro in commenda, di cui oggidì è abate commendatario il signor Carlo Francesco Badia, insigne fra i sacri oratori. Circa questi tempi Ratchis duca del Friuli, forse irritato da qualche insolenza de' vicini Schiavoni, e perchè essi negavano un annuo tributo solito a pagarsi da essi al principe d'esso Friuli [Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 52.], col suo esercito entrò nella Carniola da essi posseduta, e fece un gran macello di quella gente, e devastò tutto il loro paese. Accadde che una brigata d'essi Schiavoni venne addosso al medesimo Ratchis senza lasciargli tempo da farsi dare la lancia dal suo scudiere. Ma egli colla mazza che aveva in mano sì fieramente percosse sul capo al primo che se gli appressò, che lo stese morto a terra, e questo colpo bastò a sbrigarlo dagli altri. Fu nell'anno presente, secondo l'asserzione di Andrea Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], creato maestro de' militi, cioè governatore di Venezia, Deusdedit figliuolo del duca Orso, ucciso già nelle fazioni di quel popolo. Questo onore a lui fu fatto in ricompensa delle ingiurie e dei danni in addietro sofferti.