Ora dopo quattro giorni di sede vacante fu assunto al pontificato romano Zacheria di nazione greco, personaggio di gran benignità, di tutta bontà, amatore del clero e popolo romano, che non sapea se non con fatica andare in collera, facile a perdonare, e che fu liberale infin verso coloro che dianzi l'aveano perseguitato. Questo buon papa [Anastas., in Zachar.], trovati i pubblici affari in iscompiglio per la guerra di Spoleti, in vece di mettere le sue speranze nel soccorso de' Franchi, lo mise in Dio, e coraggiosamente spedì tosto un'ambasceria al re Liutprando con esortazioni da padre, perchè non fosse turbata la pace del popolo romano, con pregarlo spezialmente della restituzione delle suddette quattro città, ed esibirgli la unione del popolo romano contro al duca di Spoleti di lui ribello. Con tutta sommessione accolse Liutprando questa ambasciata, e diede parola di restituir le città suddette. Dopo di che unitosi l'esercito romano con quello de' Longobardi, marciarono insieme alla volta di Spoleti. Il duca Trasmondo, veggendo che non v'era scampo per lui, elesse il partito di rimettersi nella clemenza del re Liutprando, e andò a gittarsi nelle di lui mani. Il re si contentò ch'egli si facesse cherico, ricompensa adeguata a chi aveva obbligato il padre ad abbracciar quello stato; e poi sostituì in suo luogo duca di Spoleti Ansprando, ossia Agiprando, suo nipote. Così Anastasio, così Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.]; se non che Paolo nulla dice che i Romani fossero in aiuto del re Liutprando contra di Trasmondo. Per altro non è sì facile l'accordare insieme la narrativa di Anastasio colle lettere sovraccitate di papa Gregorio III. Dice il papa non avere Trasmondo avuto altro reato presso di Liutprando, che quello di aver ricusato di muovere le sue armi nell'anno antecedente contra di Roma. Anastasio all'incontro narra che Liutprando, dopo essersi impadronito del ducato romano, fece istanza ai Romani, perchè gli dessero il fuggito Trasmondo; e a cagione del loro rifiuto occupò le quattro già mentovate città, e quietamente dipoi se ne tornò a Pavia. S'egli avesse avuto mal animo contro di Roma, era allora vittorioso, aveva accresciute le sue forze coll'acquisto dell'ampio ducato di Spoleti, e con un duca nuovo sua creatura: non potea darsi più propizia congiuntura di quella per far del male ai Romani. Pure, secondo Anastasio, nulla ne fece, e tornossene alla sua reggia. Vuole la lettera di papa Gregorio, che Trasmondo fosse innocente, ed ingiustamente perseguitato da Liutprando; e noi abbiamo da Anastasio che papa Zacheria, pontefice non inferior di virtù al suo antecessore, consigliava i Romani di unire le lor armi contra d'esso duca Trasmondo: il che maggiormente servì ad abbatterlo. Tralascio altre osservazioni. Fu in quest'anno maestro dei militi e governator di Venezia Giovanni Fabriciaco, per quanto attesta il Dandolo [Dandulus, in Chron., tom. 12. Rer. Italic.]. Ma costui non arrivò a compire l'anno del suo governo, perchè i Veneziani il deposero, e gli cavarono anche gli occhi. Nel mese ancor d'ottobre del presente anno finì di vivere dopo lunga malattia Carlo Martello, reggente per tanti anni della monarchia franzese; celebre per tante vittorie da lui riportate, e benemerito di quella corona per avere oppressi molti tiranni, ma più benemerito della sua famiglia, ch'egli incamminò ad occupar quella stessa corona. Tuttavia perchè questo principe si servì delle rendite delle chiese per pagare i soldati in occasion di tante guerre, e introdusse lo abuso di dar le badie dei monaci in beneficio ai suoi uffiziali laici, lasciò dopo di sè una memoria svantaggiosa, e servì d'esempio ai suoi figliuoli e nipoti per continuar nell'abuso suddetto. Restarono di lui tre figliuoli Carlomanno, e Pippino, nati dalle prime nozze, e Griffone dalle seconde. Non accordandosi i due primi coll'altro, si venne all'armi. Griffone fu da quelli preso e confinato in una prigione, e Sonichilde sua madre in un monistero. Il cognome di Martello dato ad esso Carlo, non si truova presso alcuno degli antichi annalisti franzesi. Solamente comincia a leggersi nelle storie di Epidanno e Odoranno, che fiorirono nel secolo undecimo.
DCCXLII
| Anno di | Cristo DCCXLII. Indizione X. |
| Zacheria papa 2. | |
| Costantino Copronimo imperatore 23 e 2. | |
| Liutprando re 31. | |
| Ildebrando re 7. |
O nel precedente anno, o pur nel presente dee ragionevolmente essere accaduta la mutazione fatta nel ducato beneventano. Paolo Diacono [Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.] immediatamente dopo la presa di Spoleti seguita a dire che il re Liutprando s'incamminò alla volta di Benevento con tutte le sue forze per punire Godescalco duca, siccome vedemmo, rivoltato contra di lui. Ma non aspettò Godescalco l'arrivo del re armato e vittorioso. Fece trasportare in nave tutte le preziose suppellettili del palazzo e la moglie sua, con pensiero di fuggirsene in Grecia. A lui nulla giovò, perchè mentre anch'egli va per imbarcarsi, i Beneventani parziali di Gisolfo II, gli furono addosso e l'ammazzarono. Ebbe sua moglie la fortuna di salvarsi e di ricoverarsi con tutto il suo avere a Costantinopoli. Uno dei suoi reati presso il re Liutprando vo io intendendo che fosse l'aver egli al suo dispetto preso il ducato di Benevento senza rispettare l'autorità regale, e in pregiudizio dei diritti competenti a Gisolfo II, siccome figliuolo di Grimoaldo II duca. Comunque sia, arrivato Liutprando a Benevento, quivi pose per duca esso Gisolfo. Però non si può mai menar buono a Camillo Pellegrino [Camill. Peregrinus, Histor. tom. 2 Rer. Ital.] il pretendersi da lui che la caduta di Godescalco e la assunzione di Gisolfo II sieno da riferire all'anno 752. Senza documenti autentici non oserei io qui di contrariare a Paolo Diacono, scrittore del presente secolo, che chiaramente mette in questi tempi la mutazione suddetta. E però essa appartiene all'anno presente, ovvero all'anno antecedente. Dopo avere stabilita la quiete nel ducato di Benevento, se ne tornò indietro il re Liutprando, e mentre era nella città di Orta, udì che papa Zacheria s'era mosso da Roma per venire a trovarlo. Per quante lettere avesse scritto il buon pontefice, non avea finora veduto adempiuta la promessa fatta da esso re di restituire le quattro città occupate al ducato romano: laonde si determinò di andar egli in persona a farne istanza, ben persuaso che la maestà, da cui è accompagnato il sublime grado di un romano pontefice, leverebbe tutti gli ostacoli all'esecuzion de' trattati. Nè si ingannò [Anastas., in Zachar.]. Partito da Roma col suo clero, animosamente si mise in viaggio per abboccarsi con Liutprando. Appena intese il re questa sua mossa, che spedì ad incontrarlo Grimoaldo suo ambasciatore, da cui fu condotto fino a Narni. Poscia mandandogli incontro i suoi duchi e primi uffiziali con alcuni reggimenti di soldati, che andarono a riceverlo otto miglia lungi da Narni, e il condussero in un venerdì a Terni città del ducato di Spoleti. In quella città davanti alla porta della basilica di s. Valentino se gli presentò con tutta riverenza il re Liutprando, accompagnato dal resto dei suoi uffiziali e soldati. Entrati nella chiesa, fecero le loro orazioni, ed usciti che furono, il re quasi per un mezzo miglio ossequiosamente addestrò il pontefice; ed amendue stettero quel dì nelle loro tende. Nel sabbato seguente seguì un abboccamento, in cui il saggio pontefice con tal grazia ed efficacia perorò, che tutta la politica infine s'inchinò alla religione. Liutprando non solamente accordò la pronta restituzione di quelle città, due anni prima occupate, con tutti i loro abitatori, e ne fece la donazione in iscritto; ma concedette ancora tutto quanto seppe dimandare il papa. Cioè ridonò a s. Pietro il patrimonio, ossia i poderi della Sabina, che trenta anni avanti gli erano stati tolti, e i patrimonii di Narni, di Osimo, d'Ancona e di Numana, e la valle chiamata Grande nel territorio di Sutri; e confermò la pace col ducato romano per venti anni avvenire. Oltre a ciò, donò al pontefice tutti i prigioni da lui fatti in varie provincie de' Romani, ed anche i Ravennati, con Leone, Sergio, Vittore ed Agnello consoli di quella città, e spedì lettere in Toscana e di là dal Po, acciocchè fossero messi in libertà. Or vegga il lettore se meritava questo re che la sua memoria fosse denigrata cotanto negli Annali ecclesiastici. Dimandò il re al papa che si degnasse di ordinare un vescovo in Narni, il cui nome non sappiamo, giacchè era mancato di vita Consignense, ossia Costantino, pastore di quella Chiesa, e il papa lo compiacque. Fu fatta la funzion della consecrazione alla presenza del re e della sua corte, e sì pia e maestosa comparve, che molti de' Longobardi non poterono ritener le lagrime per la divozione. Venuta la domenica, dopo la messa solenne invitato il re andò a pranzo col papa, e passò il convito con tal piacere, ch'esso re confessò dipoi di non aver mai mangiato in sua vita con tanto gusto. Nel lunedì si partì il buon pontefice, e il re mandò in sua compagnia Agiprando duca di Chiusi suo nipote, e Taciperto gastaldo di Toscanella, e Grimoaldo, non tanto per onorarlo, quanto perchè gli dessero il possesso delle soprannominate quattro città: il che fu da loro puntualmente eseguito. In questa maniera se ne tornò a Roma carico di allori il santo padre, e perciò accolto con incredibili acclamazioni dal popolo, al quale ordinò di fare una general processione a s. Pietro, per rendere grazie a Dio del buon successo dei suoi passi. Queste cose accaddero, dice Anastasio, nell'indizione decima dell'anno corrente; e però s'intende che nell'anno 740 erano state occupate quelle quattro città, ante biennium. Abbiamo poi da Niceforo [Niceph. in Chron.] che in quest'anno Artabaso dominante in Costantinopoli dichiarò imperadore e collega Niceforo suo figliuolo, con farlo coronare dal patriarca Anastasio. Per attestato di Teofane [Theoph., in Chronogr.] e di Elmacino [Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, c. 17.], diede fine alla sua vita nell'anno presente Iscamo califa ed imperadore de' Saraceni, il quale, secondo la testimonianza di Roderico da Toledo [Roderic., in Histor. Arab.], signoreggiò l'Iconia, la Listria, l'Alapia, la Caldea, le due Sorie, la Media, l'Ircania, la Persia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Giudea, l'Egitto, l'Arabia Maggiore, l'Africa, l'Etiopia, quasi tutta la Spagna, la Linguadoca, e parte della Guascogna: cotanto era cresciuta la potenza de' Musulmani Saraceni. Fu dichiarato re della Francia in quest'anno Chilperico III, ed intanto Carlomanno e Pippino divisero fra loro la parte de' beni di Griffone loro fratello; e, secondo i più accreditati autori, in questo medesimo anno da Pippino e da Berta sua moglie nacque Carlo, che fu dipoi re ed imperadore, e giustamente si acquistò il titolo di Magno. Si disputa tuttavia intorno al luogo della sua nascita fra i Tedeschi e Franzesi. Accortisi i Veneziani che il governo limitato d'un anno pel loro rettore riusciva di incomodo e danno al popolo, elessero in quest'anno per loro duca o doge Deusdedit, figliuolo del duca Orso ucciso; e questi ebbe anche il titolo d'ipato, ossia di console imperiale dall'imperadore di Costantinopoli. Leggesi nel Bollario casinense [Margarinius, Bullar. Casinen. tom. 2, Constitut. 7.] una bolla, data nell'anno secondo del suo pontificato da papa Zacheria, in favore dell'insigne monistero di Monte Casino. Ma quivi l'indizione II non corrisponde all'anno presente, e corrono sopra quel documento altri riflessi, per i quali lo stesso cardinal Baronio dubitò della sua legittimità.
DCCXLIII
| Anno di | Cristo DCCXLIII. Indizione XI. |
| Zacheria papa 3. | |
| Costantino Copronimo imperadore 24 e 3. | |
| Liutprando re 32. | |
| Ildebrando re 8. |
Fu decisa in quest'anno la controversia dell'imperio fra Costantino Copronimo ed Artabaso, ossia Artabasdo [Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.]. Vennero alle mani questi due rivali in Sardi. La peggio toccò ad Artabasdo, che lasciò anche l'equipaggio in preda ai vittoriosi. Si avventurò un'altra battaglia, Niceta figliuolo di esso Artabasdo con grande strage de' suoi fu anch'egli obbligato alla fuga. Ritiraronsi essi in Costantinopoli, città che venne strettamente assediata da Costantino, e presa nel dì 2 di novembre. Rimase prigione Artabasdo co' figliuoli. Costantino, dopo averli fatti accecare insieme col patriarca Anastasio, e coi loro parziali, li fece condurre per loro scherno nel circo sopra degli asini colla faccia volta alla coda. Nulladimeno persuaso che l'iniquo patriarca aderisse alle sue opinioni contra le sacre immagini, il rimise poscia nella sua sedia. Aveva il re Liutprando ben fatta pace col ducato romano, ma non già coll'esarcato di Ravenna, nè colla Pentapoli, provincie tuttavia dipendenti dall'imperio. Perciò in quest'anno fece grande ammasso di genti con disegno di impadronirsi di quelle provincie; e gli uffiziali suoi cominciarono la danza con espugnar alcune terre e città. Atterrito da questo turbine e dall'impotenza di resistere Eutichio patrizio ed esarco di Ravenna, altro scampo non ebbe, che di ricorrere all'intercessione del sommo pontefice [Anastas., in Vit. Zachariae.]: al qual fine spedì a Roma una supplica, a nome ancora di Giovanni arcivescovo d'essa città e de' popoli delle città dell'Emilia e della Pentapoli, scongiurando che accorresse alla lor salvazione. Il primo ripiego che prese Zacheria, fu quello d'inviare con lettere e regali al re Liutprando Benedetto vescovo e visdomino della santa Chiesa romana, insieme con Ambrosio primicerio de' notai, ad esortarlo e pregarlo che desistesse dalle offese degli stati imperiali. Trovarono essi ostinatissimo il re nel disegno di quell'impresa. Allora il buon papa, lasciato il governo di Roma a Stefano patrizio e duca, qual padre amorevole, non atterrito dalle fatiche in pro de' suoi figliuoli, si mosse da Roma alla volta di Ravenna. Fu incontrato il santo pontefice dall'esarco alla basilica di s. Cristoforo quaranta miglia lungi da Ravenna, in un luogo chiamato all'Aquila. Presso poi a quella città gli uscì incontro gran parte del popolo dell'uno e dell'altro sesso, benedicendo Iddio per la di lui venuta. Di colà spedì egli al re suddetto Stefano prete ed Ambrosio primicerio, per notificargli il suo arrivo e la risoluzion presa di portarsi a trovarlo. Arrivarono essi ad Imola, città in questi tempi posseduta, non men che Bologna e Cesena, dai Longobardi; ma quivi trovarono delle difficoltà per proseguire nel viaggio, studiandosi i ministri del re di impedire la venuta del papa. Di ciò avvertito il santo pastore, confidato nell'aiuto di Dio, mosse arditamente da Ravenna, e raggiunti i suoi messi nella giurisdizione longobardica, gl'inviò innanzi al re, che a tutta prima non li volle ammettere, perchè mal sofferiva la venuta del buon pontefice, il quale nel dì 28 di giugno arrivò al Po, con trovar ivi i principali ministri mandati dal re per riceverlo. Con essi il papa si portò a Pavia, e fermatosi nella basilica di s. Pietro in Cielo aureo, situata allora fuor di Pavia, correndo la vigilia dello stesso principe degli Apostoli, quivi celebrò messa solenne: dopo di che entrò nella città. Nella festa seguente invitato dal re nella medesima basilica, solennemente compiè i sacri uffizii, pranzò col re, e seco poscia con accompagnamento magnifico fu introdotto nel regal palazzo. Quivi adoperò il pontefice l'eloquenza sua non solo per distornar Liutprando dall'opprimere l'esarcato di Ravenna, ma eziandio per indurlo a restituir le città occupate. Si trovò nel re una gran durezza: tuttavia condiscese in fine di rilasciare alcuni territorii a Ravenna, e due parti del territorio di Cesena alla parte della repubblica, cioè al romano imperio (che tale era il linguaggio d'allora), con ritenerne la terza parte in pegno, finchè tornassero da Costantinopoli i suoi ambasciatori. Ciò fatto, si partì di Pavia il pontefice, accompagnato da esso re fino al passo del Po, dove prese comiato da lui, ma con inviar seco i suoi duchi e primati, ed altri che eseguissero il concordato. Continuato poscia il viaggio, e riempiendo di consolazione i popoli per dovunque passava, siccome messagger di pace, arrivò finalmente a Roma, dove in rendimento di grazie a Dio celebrò di nuovo con tutto il popolo la festa dei santi apostoli Pietro e Paolo. Degna cosa di osservazione si è che in quest'anno nell'indizione XII, cominciata nel settembre, fu celebrato da papa Zacheria un consiglio in Roma, composto di molti vescovi, dove furono stabiliti varii canoni riguardevoli per la disciplina ecclesiastica. In fine vi si legge: Factum est hoc concilium anno secundo Artabasdi imperatoris, necnon et Liutprandi regis anno trigesimo secundo, Indictione duodecima. Non s'era dianzi negli atti romani giammai mentovato l'anno dei re longobardi. Diligentemente poi ci avvertì il cardinal Baronio che in vece dell'anno secondo di Artabasdo si dee leggere l'anno terzo, perchè a Roma non si era per anche intesa la di lui caduta e il risorgimento di Costantino Copronimo. Ad esso imperadore Costantino avea già papa Zacheria inviato un suo nunzio; ma questi trovato Artabasdo sul trono imperiale, saggiamente si era ritirato senza fare alcun personaggio, aspettando ciò che la sorte determinasse di questi rivali. Andò in fatti, siccome dissi, per terra Artabasdo; ed allora fu che il Copronimo vincitore ordinò che si cercasse conto del ministro pontificio, e dopo aver fatta la donazione al papa e alla Chiesa romana di due masse, cioè di due tenute considerabili di terreno, gli diede licenza di tornarsene in Italia. Queste masse erano appellate Ninfa e Normia, e appartenevano dianzi alla repubblica, cioè all'imperio: segno manifesto che tuttavia durava in Roma l'autorità e il dominio imperiale; nè i papi nè i popoli si erano sottratti dall'ubbidienza dell'imperadore, nè era stata fulminata espressa scomunica contro di Costantino Augusto, tuttochè nimico e persecutore delle sacre immagini.