Apparisce poi dalle lettere scritte in questi tempi da papa Stefano e Carlo Magno, e da quanto ancora ha Anastasio, che erano fatte istanze al re Desiderio da esso papa per la restituzione delle giustizie di s. Pietro, cioè di allodiali, rendite e diritti che appartenevano alla Chiesa romana nel regno longobardico. Notizie tali hanno servito al Cointe, al Mabillone e al Pagi, per credere che il re Desiderio non le avesse interamente restituite finchè visse papa Paolo, con rapportare per tal cagione alcune lettere di esso pontefice Paolo, dove si tratta delle giustizie suddette agli anni 766 e 767, le quali sono sembrate a me scritte alcuni anni prima. Seguito nondimeno io a credere che Desiderio avesse, vivente papa Paolo, soddisfatto al suo dovere, perchè da varie lettere del medesimo pontefice si raccoglie che era stabilita buona amicizia fra lui e il re suddetto, e il pontefice Paolo ricercava aiuto da Desiderio contra le minacce de' Greci. E perciocchè Pippino re di Francia nella lettera trigesima aveva esortato il medesimo re a mantenere una buona pace ed amicizia col re Desiderio, rispose papa Paolo d'essere pronto a farlo, purchè ancora Desiderio in vera dilectione et fide, quem vestrae excellentiae, et sanctae Dei romanae Ecclesiae spopondit, permanserit; e più non disse di voler conservare questa armonia, se il re farà restituzione dei beni spettanti a s. Pietro. Anzi, siccome s'è veduto di sopra, lo stesso papa Paolo nella lettera vigesima sesta confessa di avere ricevuto le giustizie de partibus beneventanis atque tuscanensibus. Nam et de ducatu spoletino, nostris vel Longobardorum missis illic adhuc existentibus, ex parte justitias fecimus, ac recepimus. Sed et reliquas, quae remanserunt, modis omnibus plenissime inter partes facere student. Il perchè se sotto papa Stefano III s'odono risvegliate pretensioni di giustizie usurpate alla Chiesa romana, pare ben più probabile che sì fatte usurpazioni sieno non già le antiche, ma bensì nuove e diverse dalle antecedenti, cioè succedute mentre la cattedra di s. Pietro si trovava occupata dal falso pontefice Costantino, e Roma involta in molti sconcerti. Fors'anche non v'ebbe parte Desiderio, ma solamente i duchi di Benevento e Spoleti. Intanto neppure in quest'anno potè godere Roma della sua quiete. Se vogliam credere ad Anastasio [Anastas., in Stephano III Papa.] bibliotecario, o chiunque sia l'autore della vita di Stefano III papa, perchè Cristoforo primicerio e Sergio secondicerio suo figliuolo andarono al re Desiderio a fare istanza per le giustizie di s. Pietro, il re se la prese fieramente contra di loro, e macchinò la lor rovina. Pertanto guadagnò Paolo Afiarta, ossia Asiarta, cameriere del papa, per mettere costoro in diffidenza presso il santo padre. Penetratosi da Cristoforo che Desiderio meditava di portarsi a Roma, fece gran massa di gente, presa dalla Toscana e Campania e dal ducato di Perugia, e chiuse le porte di Roma, con quegli armati si mise alla difesa della città. Arrivò in questo punto il re Desiderio col suo esercito a s. Pietro in Vaticano, che era allora fuori di Roma, ed invitò colà il papa, che v'andò, e che dopo avere parlato con lui, se ne tornò nella città. Intanto Paolo Afiarta col re trattò di sollevare il popolo romano contra di Cristoforo e di Sergio; ma essi avutane contezza, armati entrarono nel Laterano, dove era il pontefice, per cercare i loro insidiatori, e furono sgridati forte per cotale insolenza. Nel dì seguente s'abboccò di nuovo il papa col re Desiderio, che gli rappresentò le trame di Cristoforo e Sergio, e poi fece serrar le porte della basilica vaticana. Allora il papa inviò Andrea vescovo di Palestrina, e Giordano vescovo di Segna, per far sapere a Cristoforo e a Sergio che eleggessero l'una delle due, cioè o di farsi monaci, o di venire a san Pietro. Risaputa l'intenzion del pontefice, cominciarono i lor partigiani ad abbandonarli, di maniera che stimarono meglio amendue di portarsi al Vaticano, e di mettersi in mano del papa, il quale ritiratosi poi in Roma, li lasciò in quelle de' Longobardi, pensando di farli poscia venire la notte entro la città e di salvarli. Ma Paolo Afiarta ito a trovare il re con una gran moltitudine di popolo romano, trattò con lui direttamente. In fatti messe le mani addosso a Cristoforo e Sergio, li condussero alla porta della città, e quivi loro cavarono gli occhi. Cristoforo da lì a tre dì morì di spasimo. Sergio, portato in una camera del Laterano, restò in vita sino alla morte di papa Stefano, ed allora, per quanto vedremo, fu strangolato. Tutti questi malanni, dice Anastasio, occorsero per segrete trame di Desiderio re de' Longobardi.

Ma a poter ben giudicare degli avvenimenti suddetti, e se veramente se ne debba rigettar la cagione e la colpa sulla malizia del Longobardo, bisognerebbono altri lumi. L'odio de' Romani contra della nazion longobarda era troppo gagliardo, e la loro passion trabocchevole ad altro non pensava che a screditarli; e però il voler formare il processo sull'unica relazion di essi, non è via sicura alla verità, quantunque prudentemente si possa credere che Desiderio fosse uomo di raggiri e di non molta lealtà. A buon conto abbiam veduto andar qui d'accordo il papa e il re Desiderio. Abbiamo inoltre una lettera del medesimo papa Stefano scritta a Carlo Magno e alla regina Berta sua madre, cioè l'epistola quadragesima sesta del Codice Carolino, in cui assai differentemente parla di questo fatto. In essa gli notifica che il nefandissimo Cristoforo, e il più che malvagio suo figliuolo Sergio, unitisi con Dodone messo del re Carlomanno, aveano congiurata la morte dello stesso pontefice. A questo fine erano entrati violentemente coll'armi nella basilica lateranense, ove egli sedeva, tentando di levarlo di vita; ma che Dio l'avea salvato dalle loro mani, mercè l'aiuto ancora del re Desiderio, capitato a Roma in questi tempi per trattare di diverse giustizie di s. Pietro. Che chiamati i due suddetti al Vaticano, non solamente aveano ricusato d'andarvi, ma eziandio in compagnia di Dodone e dei Franchi del loro seguito s'erano afforzati nella città, con chiudere le porte, minacciare il papa, e impedirgli l'entrata in Roma. Che veggendosi eglino finalmente abbandonati dal popolo, per necessità erano venuti a s. Pietro, dove il papa con fatica gli avea difesi dalla moltitudine che voleva ucciderli. Ma che mentre pensava di farli introdurre nella città per salvarli, erano loro stati cavati gli occhi, ma senza saputa e consentimento dello stesso papa, che chiamava Dio in testimonio della verità. Però assicurava il re Carlo, che se non era l'assistenza del re Desiderio, esso pontefice correva pericolo di perdere la vita, con dolersi acremente di Dodone, che invece di essere in aiuto suo, come ne avea l'ordine dal suo re, gli avea tramata la morte, e con persuadersi che Carlomanno disapproverebbe il di lui operato. Soggiugne in fine essere seguito accordo fra esso papa e il re Desiderio, e di avere interamente ricevuto le giustizie appartenenti a s. Pietro: del che ancora gl'inviati del medesimo re Carlo gli darebbono buona contezza. Così in quella lettera. Ma il p. Cointe negli Annali sacri della Francia, seguitato in ciò dal padre Pagi, fu di parere che questa fosse scritta per forza dal papa, mentre egli era quivi detenuto dal re Desiderio, e che, per conseguente, non le si debba prestar fede, ma bensì alla relazion di Anastasio. Intorno a che hanno da osservare i lettori, non sussistere primieramente il supposto del Cointe circa il tempo in cui fu scritta quella lettera. Certo è che il papa la scrisse dopo terminata quella scena, e dappoichè si trovava in tutta sicurezza, ed erano stati accecati Cristoforo e Sergio: il che, per attestato del medesimo Anastasio, accadde, essendo già tornato il papa in Roma, e senza più abboccarsi col re Desiderio. Però indebitamente si pretende forzato il papa a scrivere quella lettera, allorchè Anastasio il rappresenta detenuto dal re nel Vaticano. Secondariamente son degne di osservazione le parole dello stesso Anastasio, o, per dir meglio, dell'autore della vita di papa Adriano primo [Anastas., in Hadriani I Vita.], successore di Stefano III. Faceva istanza esso pontefice Stefano al re Desiderio per la restituzion dei beni di s. Pietro, e Desiderio rispondeva: Sufficit apostolico Stephano, quia tuli Christophorum et Sergium de medio, qui illi dominabantur, et non illi sit necesse justitias requirendi. Nam certe si ego ipsum apostolicum non adjuvero, magna perditio super eum eveniet. Quoniam Carlomannus rex Francorum amicus existens praedictorum Christophori et Sergii, paratus est cum suis exercitibus ad vendicandum eorum mortem, Romam properandum, ipsumque capiendum pontificem. Dalla bocca del medesimo papa Stefano avea Adriano intese queste parole, con avergli anche esso Stefano confessato di aver fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio per suggestione di Desiderio; laddove nella suddetta lettera quadragesima sesta esso protesta con giuramento di non aver avuta parte nell'accecamento d'essi. Sicchè veniamo in chiaro che papa Stefano andò d'accordo con esso re in quella occasione per liberarsi da Cristoforo e Sergio, che voleano fargli da padroni addosso; e siccome coll'assistenza dei Longobardi fu cacciato dalla sedia di s. Pietro l'iniquo Costantino, e sostituito il legittimo papa Stefano, così dell'aiuto degli stessi si servì egli in quest'altra occasione. All'incontro, Dodone e i Franchi si dichiararono in tal congiuntura contra del papa, perchè il re Carlomanno sosteneva il partito di Cristoforo e di Sergio; e conseguentemente si viene ad intendere che non fu ben informato di quel fatto Anastasio, o vogliam dire l'autor della vita di Stefano III, oppure che il mal animo verso de' Longobardi gli fece scrivere in maniera differente dal vero quel deforme successo. Ed io l'ho rapportato all'anno presente, ma senza certa cognizione del tempo; perciocchè Sigeberto [Sigebertus, in Chronico.], che parla sotto quest'anno, non ne sapeva più di noi per conto di quegli affari.


DCCLXX

Anno diCristo DCCLXX. Indizione VIII.
Stefano III papa 3.
Costantino Copronimo imperadore 51 e 30.
Leone IV imperadore 20.
Desiderio re 14.
Adelgiso re 12.

Erano già insorti nuvoli di discordia tra Carlo Magno e Carlomanno re suo fratello, dandosi ben a conoscere che con fondamento fu detto: Rara est concordia fratrum. Per riconciliarli insieme si mosse la comune lor madre Berta, appellata da altri Bertrada, che portatasi a Carlomanno, maneggiò con lui la concordia. E perciocchè era imminente anche la guerra contra di Tassilone duca di Baviera, il quale insuperbito non volea riconoscere per suo sovrano il re Carlomanno, e la faceva piuttosto da re che da duca, si adoperò la saggia regina per impedire ancora un sì fatto incendio. Prese motivo papa Stefano III dalla buona armonia rimessa fra i due re fratelli di scrivere loro la lettera quadragesima settima del Codice Carolino, in cui si rallegra con essi per tale riconciliazione, augurando loro la continuazione e l'accrescimento della pace e dell'amore fraterno. Passa dipoi a pregarli di voler impiegare i loro uffizii perchè la chiesa di san Pietro abbia interamente le sue giustizie, e di adoperare ancora la forza dei Longobardi: altrimenti ne renderan conto nel tribunale di Dio. Non nomina egli il re Desiderio; ma, per quanto si ricava dalla vita del suo successore Adriano [Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Vita.], Desiderio avea promesso e giurato sopra il corpo di s. Pietro di fare restituire le giustizie della Chiesa di Dio, e poi nulla avea ottenuto della sua parola. Abbiamo nondimeno dalla lettera quadragesima quarta del suddetto Codice Carolino, scritta non so se nel presente o nel susseguente anno da papa Stefano alla regina Berta e al re Carlo Magno, per rendere loro grazie del buon servigio prestato da Iterio lor messo, spedito nel ducato beneventano, perchè colla sua premura avea la Chiesa romana ricuperati dei beni in quelle parti, senza che il papa vi dica altra parola di Desiderio, o si lagni di lui. Siccome s'ha dagli Annali de' Franchi, passò la regina Berta dalla Baviera in Italia e a Roma, e di là venne ad abboccarsi con esso re Desiderio, e a trattar dell'accasamento di Gisila, ossia Gisla, sua figliuola, sorella di Carlo Magno, con Adelgiso figliuolo d'esso re Desiderio, e di dare per moglie ai re Carlo e Carlomanno suoi figliuoli due figliuole del suddetto re longobardo. Nulla più che questo bramava il re Desiderio per istabilir maggiormente l'amicizia con que' due potentissimi re, che soli poteano fare a lui paura. Non sì tosto penetrò questo avviso alla conoscenza di papa Stefano, che risentitamente scrisse loro la lettera quadragesima quinta del Codice Carolino, per dissuaderli da queste nozze, perchè nozze illecite ed invalide, perchè amendue, vivente anche il padre, s'erano ammogliati, e le mogli erano viventi tuttavia. Che se i pagani faceano di queste azioni, non le doveano già fare principi cristiani. E fin qui cammina con tutti i piedi lo zelante gridar del papa. Ma strano è ch'egli seguiti a dire: Che pazzia è mai questa, o eccellentissimi figliuoli, re grandi (appena oso dirlo), che la vostra nobil gente dei Franchi, eminente sopra l'altre genti, e la splendida e nobilissima prole della regal vostra possanza, si voglia macchiare colla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la qual neppure è computata fra le genti, e dalla cui nazione sappiam di certo che son venuti i lebbrosi? Niuno c'è, che non sia pazzo, al quale possa neppur nascere sospetto che dei re sì rinomati si vogliano impacciare in un contagio sì detestabile ed abbominevole. Imperciocchè, come dice s. Paolo? Quae societas luci ad tenebras aut quae pars fideli cum infideli? Torna più sotto a dire, che non è loro permesso il prendere mogli di nazione straniera; e che avendo promesso a s. Pietro d'essere amici degli amici, e nimici dei nimici, commetterebbono peccato, imparentandosi co' Longobardi, gente spergiura e nimica di Roma. Aggiunge in fine d'aver posta quella esortazione sopra il sepolcro di san Pietro, e d'inviarla da quel santo luogo, con intimar loro la scomunica, se opereranno in contrario.

Certo conveniva al vicario di Gesù Cristo l'alzar forte la voce contra quei maritaggi, quando vero fosse che già quei due re avessero moglie, essendo il divorzio contrario alla legge di Gesù Cristo. Ma sì poco proprie della maestà e carità pontifizia compariscono quelle tante esagerazioni, a dismisura piene di odio contro i Longobardi, ch'io ho talvolta dubitato, e dubito tuttavia, che quella lettera potesse essere stata finta da qualche bel cervello di que' tempi, ed attribuita al papa. Sanno gli eruditi che prima ancora che i Longobardi calassero in Italia, formavano una riguardevol nazione, ed erano già seguite parentele fra i re di quella gente e i re franchi. In dugento anni poi di dimora d'essi Longobardi in Italia, ognun dee credere che quei re e il loro popolo s'erano ingentiliti, nè cedevano ad altre nazioni nell'essere buoni cattolici, in fondar chiese, monisteri, spedali. Nè certo la lebbra era nata ai tempi loro. E pure s'odono in questa lettera vituperii sì lontani da ogni credenza. Altronde poi non apparisce che i due re fossero già ammogliati; e però o quella lettera è finta, o, se vera, troppo essa disdice ad un romano pontefice. Comunque sia, il fine di questi maneggi fu che non condiscese Carlomanno a prendere per moglie una figliuola del re Desiderio. La prese bensì il re Carlo, ma non peranche divenuto Magno, senza curar la scomunica che si pretende intimata dal romano pontefice, se pure è vero che Carlo Magno fosse allora ammogliato. E questo avvenne per esortazione di Berta sua madre. Si dee nondimeno aggiugnere che, secondo gli antichi Annali de' Franchi [Annales Veter. Francorum.], efficacemente si adoperò essa regina Berta, affinchè il re Desiderio restituisse molte città alla Chiesa romana, e l'ottenne. Et redditae sunt Civitates plurimae ad partem sancti Petri, il che si può dubitare se sia vero, perchè non apparisce che si disputasse di città tolte in questi tempi alla Chiesa. E quando pur sia vero, questo fa vedere che noi non sappiam bene gli affari di que' tempi, nè i gruppi e sviluppi succeduti fra i sommi pontefici e i re longobardi per dissensioni di beni temporali. Verisimilmente ancora nell'anno presente venne a morte Sergio arcivescovo di Ravenna. Ricavasi poi da Agnello [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat., P. I, tom. 2 Rer. Ital.], storico ravennate del secolo susseguente, che questo arcivescovo la fece da padrone nell'esarcato e nella Pentapoli. Judicavit a finibus Perticae totam Pentapolim, et usque ad Tusciam, et usque ad mensam Walani, veluti Exarchus; sic omnia disponebat, ut sunt soliti modo Romani facere. Se non fossimo per vedere che Leone suo successore fece altrettanto, si potrebbe credere che questa fosse una invenzione d'Agnello, scrittore d'animo corrotto verso i romani pontefici, a' quali indubitato è che fu fatto il dono dell'esarcato, e non già agli arcivescovi di Ravenna. Ma dalla lettera quinquagesima quarta del Codice Carolino si raccoglie che Leone arcivescovo, allorchè cominciò ad usurpar la signoria dell'esarcato, allegava l'esempio del suo predecessore Sergio, che avea quivi signoreggiato. Di ciò parleremo meglio disotto all'anno 777. Nel Codice estense, che ci ha conservata la parte che resta della storia del suddetto Agnello, si legge nel margine una giunta da me stampata [Rer. Ital., P. I, tom. 2.], da cui potrebbe taluno essere indotto a sospettare, che il soprammentovato Sergio arcivescovo, condotto a Roma, fosse quivi stato strangolato. Ma convien avvertire, essere quella giunta uscita dalla penna d'un ignorante, che confuse l'arcivescovo Sergio di Ravenna con Sergio figliuolo di Cristoforo, da noi veduto di sopra, e che veramente fu con violenza levato dal mondo. Sembra ancora avere costui confuso Leone arcivescovo, successore di Sergio, con qualche altro Leone romano: e però di niun valore è quella giunta. Per attestato dell'autore della vita di Stefano III, dopo la morte dell'arcivescovo Sergio si fece scisma nella Chiesa di Ravenna. Fu, è vero, eletto per quella cattedra Leone arcidiacono; ma Michele archivista della Chiesa ravennate, benchè non alzato per anche ad alcun ordine sacerdotale, se n'andò a trovare Maurizio duca, cioè governatore di Rimini, il quale, per consiglio del re Desiderio (che in tutte le cose mal fatte si vuole che avesse mano), raunata una banda d'armati, si portò a Ravenna, e quivi con braccio forte fatto eleggere il suddetto Michele, l'introdusse nel palazzo archiepiscopale, e mandò prigione a Rimini il poco fa riferito Leone. Scrisse poi Maurizio, e scrissero i Ravennati a Stefano papa per ottener che Michele fosse da esso papa consecrato; ma nulla poterono conseguire, stando forte il papa nella negativa, perchè costui non era sacerdote. Ma possiamo ben credere che molto più che questa ragione facesse il papa valere la nullità dell'elezione, perchè estorta dalla violenza. Nondimeno questo avvenimento ci può far sospettare che non avesse per anche gran forza il romano pontefice nel governo temporale dell'esarcato di Ravenna. Truovasi spettante al gennaio dell'anno presente un'iscrizione, da me [Collectio nova veter. Inscription., p. 1857.] data alla luce, da cui risulta che Trasguno era duca della città di Fermo, correndo tuttavia l'anno XIII del re Desiderio e l'XI di Adelgiso suo figlio.


DCCLXXI

Anno diCristo DCCLXXI. Indizione IX.
Stefano III, papa 4.
Costantino Copronimo imperadore 52 e 31.
Leone IV imperadore 21.
Desiderio re 15.
Adelgiso re 13.