Cominciò in quest'anno a sconcertarsi non poco la buona corrispondenza del re Carlo Magno con Desiderio re dei Longobardi, perchè Carlo, dopo aver tenuta la di lui figliuola per moglie, in questo anno la ripudiò, e rimandolla al padre. Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.], autore contemporaneo e ben informato delle azioni d'esso Carlo, confessa di non averne saputo il motivo; e però non si può molto fidare del monaco Sangallense, che scrisse un secolo dappoi, e abbonda di favole, allorchè attribuisce la cagione all'essere stata quella principessa di cattiva sanità ed inabile a far figliuoli. Se ciò fosse stato, l'avrebbe anche saputo Eginardo, notaio allora del medesimo re. Si potrebbe pensare che finalmente accortosi questo principe dell'illecito suo matrimonio colla figliuola del re Desiderio, perchè contratto vivente ancora la prima moglie, e cotanto riprovato dal romano pontefice, perciò se ne separasse. Ma è da avvertire che niuno de' tanti che scrissero delle azioni di Carlo Magno, il riconobbe ammogliato, allorchè prese la figliuola di Desiderio. Ci vien questa particolarità dalla sola lettera quadragesimaquinta del Codice Carolino, che per altri capi patisce delle difficoltà. E s'aggiunga poi, che gli stessi Francesi di quei tempi riguardarono come incestuose le nozze di Carlo Magno con Ildegarda, da lui presa dopo il ripudio fatto della longobarda: segno che giudicarono legittimo e non dissolubile il matrimonio di questa, ed insieme indizio che esso Carlo fosse non coniugato, ma libero, quando con essa s'accoppiò. Ne abbiamo la prova nella vita di sant'Adalardo abbate di Corbeia, cugino di esso Carlo Magno, scritta da Pascasio Radberto. Factum est (così scrive quell'autore) quum idem imperator Carolus Desideratam (hanno creduto alcuni tale essere stato il nome di quella principessa, e non già Berta o Ermengarda, come altri hanno immaginato) Desiderii regis Italorum filiam repudiaret quam sibi dudum etiam quorumdam Francorum juramentis petierat in conjugium; ut nullo negotio beatus senex (cioè Adalardo) persuaderi posset, dum esset adhuc tiro palatii, ut ei, quam vivente illa rex acceperat, aliquo communicaret servitutis obsequio. Sed culpabat modis omnibus tale connubium, et gemebat puer beatae indolis, quod et nonnulli Francorum eo essent perjuri, atque rex inclito uteretur thoro, propria sine aliquo crimine repulsa uxore. Quo nimio zelo succensus elegit plus saeculum relinquere adhuc puer, quam talibus admisceri negotiis. S'inganna forte chi è stato d'avviso che il culpabat tale connubium voglia dire che Adalardo riprovava il matrimonio di Carlo colla figliuola di Desiderio. Chiara cosa è che quel santo giovane non sapeva sofferire il matrimonio di lui con Ildegarda, sposata dopo il ripudio della longobarda, considerato da lui per illecito, perchè contratto vivente la legittima moglie longobarda da lui ripudiata sine aliquo crimine. Potea ben sapere queste particolarità Pascasio Radberto, siccome quegli che fu discepolo di santo Adalardo, e conversò molto con lui. Perciò si scuopre per immaginazione de' secoli moderni il dire che il romano Pontefice sciolse il matrimonio della longobarda, perchè non era consumato: e sempre più ci vien somministrato motivo di dubitare della lettera quadragesimaquinta del Codice Carolino, in cui papa Stefano ci rappresenta Carlo Magno ammogliato, allorchè era per prendere la figliuola del re longobardo. Se ciò fosse stato, non avrebbe creduto Adalardo legittima moglie d'esso re Carlo Desiderata, nè avrebbe tenuto per illecito il susseguito matrimonio con Ildegarda. Ma chi sa che fin d'allora il suddetto re Carlo non cominciasse i negoziati per far suo il regno dei Longobardi, siccome seguì da lì a non molto?
Per altro verso cangiarono molto di faccia in quest'anno gli affari della Francia, imperocchè nel dì 5 di dicembre mancò improvvisamente di vita il re Carlomanno, con lasciare dopo di sè due piccoli figliuoli maschi, il maggiore dei quali portò il nome di Pippino, senza sapersi il nome dell'altro. Si fece tosto innanzi il re Carlo alla selva Ardenna, e tirati nel suo partito molti de' vescovi, conti e primati del regno d'esso suo fratello, se ne mise in possesso, e si fece ugnere re di quegli stati: con che tutta la Gallia e la maggior parte della Germania venne ad unirsi sotto di lui solo, e a formare una formidabil potenza, maggiore che a' tempi di Pippino, perchè s'era aggiunta a questo amplissimo dominio anche l'Aquitania e la Guascogna. La regina Gilberga, vedova di Carlomanno, veduto questo bel tiro del re Carlo suo cognato, per timore ch'egli non mettesse le mani addosso ai suoi figliuolini, e con farli cherici non li privasse della speranza dell'eredità paterna, se ne fuggì in Italia, e ricoverossi sotto la protezione del re Desiderio, con influir poi, senza pensarvi, alla di lui rovina. Passano gli scrittori franzesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, che per tutte le leggi divine ed umane era loro dovuto, con avergli anche dipoi perseguitati. Ma la venerazione che si dee alla verità, più che a Carlo Magno, vuol bene che noi riguardiamo come un effetto della smoderata sua ambizione l'aver trattato così i principi suoi nipoti. Certo per azioni tali egli non si acquistò nè meritò il titolo di Grande, giacchè niuna buona ragione ci si presenta per iscusar lo spoglio fatto a que' principi pupilli e sì stretti a lui per vincoli di sangue. Seguitò fino al presente anno Michele usurpatore della Chiesa di Ravenna a tenerla con braccio forte. Anastasio [Anastas. in Stephani III Vita.], o chiunque scrisse la vita di Stefano III, scrive che costui si sosteneva coll'appoggio di Desiderio re de' Longobardi, e che, per guadagnarsi la di lui protezione, spogliò di tutti gli ornamenti preziosi quella Chiesa, e ne fece a lui un regalo. Gli mandò il pontefice più lettere e messaggeri per indurlo a desistere da questi sacrilegii; ma egli più che mai costante teneva occupata quella cattedra. Finalmente venuti gl'inviati di Carlo re di Francia, ed insieme con quei del papa arrivati a Ravenna, tanto dissero e fecero, che que' cittadini, preso il suddetto Michele, l'inviarono ben legato a Roma. Dopo di che tornarono ad eleggere per arcivescovo Leone, il quale dovea essere stato rimesso in libertà, ed incontanente col suo clero si portò a Roma, dove ricevette dal papa la consecrazione, ed ebbe il pacifico possesso della sua Chiesa. Ma fa ancora questo fatto intendere che poca forza dovea avere in questi tempi il romano pontefice nella città di Ravenna e in Roma, dacchè abbiam veduto esercitati senza riguardo alcuno a lui gli atti suddetti. Abbiamo poi da Teofane [Theoph., in Chronogr.] che Irene, moglie di Leone IV Augusto, diede alla luce Costantino, che fu poscia imperadore, e del quale avremo occasion di parlare andando innanzi.
DCCLXXII
| Anno di | Cristo DCCLXXII. Indizione X. |
| Adriano I papa 1. | |
| Costantino Copronimo imperadore 53 e 32. | |
| Leone IV imperadore 22. | |
| Desiderio re 16. | |
| Adelgiso re 14. |
Diede fine a' suoi giorni in questo anno nel principio di febbraio papa Stefano III, in cui luogo fu eletto Adriano I, figliuolo di Teodolo console e duca, distinto allora per le sue virtù, e che poi riuscì un insigne pontefice; ed appena eletto richiamò alcuni che alla morte di papa Stefano erano stati mandati in esilio. Lasciò scritto Andrea Dandolo [Dandulus, in Chronic., T. 12 Rer. Italic.] che in questi tempi il re de' Longobardi personalmente e realmente affliggeva il clero e popolo dell'Istria, e tirava quei vescovi sotto l'ordinazione del patriarca di Aquileia, quando, secondo i canoni, essi erano della dipendenza del patriarca di Grado. Era ricorso Giovanni patriarca gradense per aiuto a Stefano III papa, e rapporta esso Dandolo una lettera consolatoria d'esso pontefice a quel patriarca. Scrisse anche ai vescovi il papa, ma non ne cavò profitto alcuno, stando essi costanti nell'unione co' Longobardi. Questo enorme pregiudizio inferito alla Chiesa di Grado, e l'intollerabil prepotenza de' Longobardi nell'Istria, mosse dipoi Maurizio doge di Venezia, già creato console imperiale, a spedire a Roma Magno prete archivista, e Costantino tribuno, per ottenere rimedii più efficaci in favore del patriarca gradense; ma sopravvenuta la morte di papa Stefano, restò per allora senza effetto la loro spedizione. Ora saputasi dal re Desiderio l'esaltazione di Adriano al trono pontificio, non fu egli lento ad inviargli un'ambasceria [Anastas., in Hadriani I Vit.], composta da Teodicio duca di Spoleti, da Tunone duca di Ebora Regia (Eboregia credo io che s'abbia quivi a leggere, cioè Ivrea) e da Prandolo suo guardarobiere, per confermare la buona pace ed amicizia fra loro. Adriano domandò agli ambasciatori qual fidanza si potesse avere di un principe, il quale sopra il corpo di s. Pietro s'era impegnato con giuramento sotto il suo predecessore Stefano di fare le giustizie di s. Pietro, e mai non aveva attenuta parola? anzi per sua suggestione aveva esso papa fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio primati della Chiesa. Aggiunse ancora la risposta data da Desiderio ai messi di papa Stefano, che aveano fatta dappoi istanza per le suddette giustizie. L'abbiam veduta di sopra questa risposta. Dappoichè Sergio secondicerio restò privato della luce degli occhi, per quanto abbiam precedentemente detto, fu lasciato in prigione. Otto giorni prima che morisse papa Stefano III, Paolo Afiarta e Calvolo, camerieri d'esso pontefice, Gregorio difensore regionario, e Giovanni fratello del medesimo papa, il presero, e mandatolo ad Anagni, quivi il fecero ammazzare. Ora papa Adriano avendo subodorato che Paolo suddetto era stato autore di questo assassinio, segretamente fece sapere a Leone arcivescovo di Ravenna, che mentre costui se ne tornava da Pavia, dove era stato inviato per pubblici affari, gli facesse mettere le mani addosso, e il cacciasse in prigione. Ciò fu eseguito; e formato in Roma il processo, il pontefice Adriano per le istanze de' primati della Chiesa e degli uffiziali della milizia, fece anche prendere Calvolo e gli uomini che avevano ucciso Sergio, e processati che furono dal prefetto di Roma, li mandò in esilio a Costantinopoli. Spedì poscia il processo a Ravenna perchè su quello venisse esaminato Paolo Afiarta, il quale davanti al consolare di Ravenna confessò il delitto. Tuttavia desiderando papa Adriano di salvar la vita ad esso Paolo, formò a Costantino e Leone Augusti e grandi imperadori una relazione della morte inferita al cieco Sergio, deprecans eorum imperialem clementiam, ut ad emendationem tanti reatus, ipsum Paulum suscipi, et in ipsis Graeciae partibus in exilio mancipatum retineri praecepissent. Queste parole di Anastasio hanno servito a Pietro de Marca, insigne letterato ed arcivescovo di Parigi, per credere che il pontefice signoreggiasse bensì in questi tempi in Roma, ma con dipendenza tuttavia dalla sovranità de' greci Augusti. Certamente non si sa intendere tanta familiarità e confidenza de' papi coi greci Augusti, quando avessero tolta loro tutta la signoria di Roma. Merita a questo proposito d'essere anche osservata la data d'una bolla del medesimo papa Adriano in favore del monistero di Farfa [Rer. Italic., P. II, tom. II.], cioè Dat. X. kal. maji imperantibus domno nostro piissimo Augusto Constantino, a Deo coronato, magno imperatore, anno LIII, et post consulatum ejus anno XXXIII, sed et Leone magno imperadore, ejus filio anno XXI, Indictione X. Quel domno nostro serve ad avvalorare l'opinione suddetta.
Mandò poscia papa Adriano ordine a Leone arcivescovo di Ravenna, che inviasse Paolo Afiarta in esilio per via di Venezia a Costantinopoli, accompagnato dalla relazione antedetta; ma Leone si scusò di farlo, con rispondere al papa che non tornava il conto a spedire Paolo colà, perchè avendo il re Desiderio prigione un figliuolo di Maurizio duca di Venezia, questi per riavere esso figliuolo avrebbe potuto cambiarlo con Paolo. Coll'occasione poi che Adriano ebbe da inviare a Desiderio un suo messo, cioè Gregorio sacellario, gli diede commissione di protestare in passando, ed ordinare per parte sua all'arcivescovo di Ravenna e a que' cittadini, che Paolo rimanesse sano e salvo: ordine mal eseguito, perchè nel suo ritorno a Ravenna Gregorio trovò che il prefato Paolo era stato levato di vita. Prima ancora che succedessero questi fatti, cioè non per anche passati due mesi dopo l'assunzione di Adriano alla cattedra pontificia, per attestato di Anastasio bibliotecario, il re Desiderio occupò la città di Faenza, il ducato di Ferrara e Comacchio, luoghi tutti donati dal re Pippino e dai due suoi figliuoli a s. Pietro. Con qual pretesto non è chiaro, se non che si sa avere il papa inviate lettere di buon inchiostro a Desiderio per esortarlo alla restituzione. La risposta sua fu che nol farebbe, se prima non seguisse un abboccamento del papa con esso lui. Il motivo di questo congresso era per indurre il santo padre ad ungere e riconoscere per re i figliuoli del re Carlomanno, che si erano rifugiati sotto il suo patrocinio. Ma il pontefice Adriano, a cui premeva forte di non disgustare Carlo Magno, sostegno unico suo quaggiù per gl'interessi suoi temporali, si guardò ben dall'acconsentire ai disegni del Longobardo. Ora tra questa negativa e la carcerazione e morte di Paolo Afiarta, partigiano suo, Desiderio probabilmente montato in collera, si diede a molestare ed occupare gli stati della Chiesa romana. Non gli bastò d'aver tolto all'esarcato i luoghi sopra espressi; spinse ancora un esercito più avanti con entrare ne' confini di Sinigaglia, Montefeltro, Urbino, Gubbio, dove furono commessi molti incendii, saccheggi ed omicidii. E questo specialmente avvenne in Blera nella Toscana romana, dove uccisero i principali di quella terra. Giunsero anche i Longobardi ne' confini di Roma stessa, e si impossessarono del castello d'Utricoli. All'udir questi fatti, chi cercasse delicatezza di coscienza e prudenza nel re Desiderio, non la troverebbe. Perciocchè dell'un canto non apparisce alcun giusto motivo di cotal invasione, e dall'altro doveva esso re aver dimenticato ciò che era avvenuto sotto Astolfo suo predecessore, gastigato dal re Pippino, e che poteva a lui accadere anche di peggio dalla potenza di Carlo Magno, difensore della Chiesa romana, e principe giovane voglioso d'accrescere i suoi stati, ed anche malcontento di lui, per aver ricettati i nipoti figliuoli di Carlomanno. In questi tempi diede principio esso re Carlo alla guerra contra de' Sassoni, popolo pagano, popolo che s'era avvezzato a non voler più riconoscere la sovranità dei re franchi. Carlo Magno non era principe da voler trascurare alcuno dei diritti de' suoi predecessori, e ardeva più che gli altri di voglia d'ingrandire la sua per altro vastissima monarchia.
DCCLXXIII
| Anno di | Cristo DCCLXXIII. Indiz. XI. |
| Adriano I papa 2. | |
| Costantino Copronimo imperadore 54 e 33. | |
| Leone IV imperadore 23. | |
| Desiderio re 17. | |
| Adelgiso re 15. |