Bramoso più che mai il re Desiderio di abboccarsi con papa Adriano, gli spedì Andrea referendario e Stabile duca, per esporgli questa sua intenzione. Mostrossi pronto il papa a tale abboccamento o in Pavia, o in Ravenna, Perugia e Roma, purchè precedesse la restituzione delle città ultimamente occupate. Ma Desiderio ostinato più che mai rigettò questa condizione, e proruppe in minacce contra di Roma, passi tutti che obbligarono il papa a spedire per mare i suoi messi al re Carlo Magno colla notizia di sì fatti insulti, e con implorare il suo aiuto in tanta angustia e necessità. Desiderio, giacchè non potea muovere il papa a' suoi voleri, si avvisò di portarsi egli in persona a parlare con lui, e di adoperar la forza per indurlo a cedere. Mossosi pertanto da Pavia con Adelgiso suo figliuolo, coll'esercito de' Longobardi, e colla moglie e coi figliuoli del fu re Carlomanno, s'inviò alla volta di Roma senza precedente concerto col papa. Solamente mandò gente innanzi ad avvisarlo della sua venuta. Adriano coraggiosamente rispose che se non veniva prima restituito il mal tolto, indarno il re si prendeva quell'incomodo, perchè assolutamente intendeva di non ammetterlo. Quindi per precauzione fatte venire a Roma le soldatesche della Toscana, Campania e Perugia, e alcune ancora delle città della Pentapoli, guernì fortemente Roma, con trovar tutti disposti a ben difenderla. Spogliò le chiese di san Pietro e Paolo facendo portar tutti i lor tesori entro la città, e chiudere con grossi ferri le porte della basilica vaticana. Poscia inviò al re Desiderio Eustrazio, Andrea e Teodosio vescovi di Albano, di Palestrina e di Tivoli, ad intimargli una forte scomunica, s'egli osava senza licenza sua d'entrare ne' confini del ducato romano. Era già pervenuto Desiderio a Viterbo, e quivi intesa questa disgustosa ambasciata, non ardì d'andare più innanzi, e con gran riverenza e confusione ne tornò indietro. Dopo ciò arrivarono a Roma i messi di Carlo Magno, cioè Giorgio vescovo, Gulfrado abbate ed Albino confidente d'esso re, per chiarire, se sussisteva quanto il re Desiderio aveva esposto allo stesso re Carlo, con volergli far credere restituite a s. Pietro tutte le città e giustizie usurpate. Trovato falso l'esposto, se ne tornarono in Francia, e passando da Pavia, con tutte le loro esortazioni nulla poterono ottenere da Desiderio. Informato di ciò il re Carlo, tornò ad inviargli de' messi, con pregarlo di soddisfare al romano pontefice, e con promettergli anche quattordicimila soldi d'oro. Ma Desiderio divenuto cieco nella sua malizia, e tutto ricusando, incautamente si andava fabbricando la sua rovina. Allora Carlo Magno, conoscendo ormai che la sola forza potea liberar da queste propotenze Roma e la Chiesa romana, e ridondar l'uso dell'armi in proprio profitto, unito l'esercito generale di tutta la Francia, sen venne a Genova, risoluto di passare in Italia. Trovò che il re Desiderio accorso colla sua armata alle Chiuse dell'Italia verso il monte Cinisio, quivi s'era fortificato in varie maniere, per contrastargli il passo. Divise Carlo in due l'esercito suo, e ne spedì l'una pel suddetto monte, l'altra per monte di Giove.
Prima nondimeno di sperimentar le suo armi, tornò ad inviare messi al Longobardo, per indurlo pacificamente alla restituzione, contentandosi di riceverne una promessa, e tre nobili ostaggi per sicurezza della parola. Ma ancor questi vennero indarno. S'inoltrò l'esercito franzese; ma trovata gagliarda opposizione, già si disponeva a tornarsene indietro, quando all'improvviso s'intese che Adelgiso figliuolo di Desiderio e tutti i Longobardi, colti da un panico terrore aveano presa la fuga, abbandonate le tende e l'equipaggio, senza che alcuno gli inseguisse. Agnello ravennate [Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.], scrittore del secolo susseguente, scrive che Carlo Magno fu invitato in Italia da Leone arcivescovo di Ravenna, il quale anche per mezzo di Martino suo diacono gl'insegnò il sito e la maniera di valicar l'Alpi al dispetto de' Longobardi. Questo si può credere un vanto de' Ravennati. Sappiam di certo che Carlo venne invitato dal papa; non sarebbe tuttavia improbabile che anche quell'arcivescovo fosse concorso col suo influsso a muoverlo. L'autore poi della Cronica novaliciense [Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.] lasciò scritto essere stato un buffone che scoprì ai Franchi la via per passare in Italia. Quello scrittore si scopre un romanziere in altri racconti. Certo è bensì che senza contrasto calò il re Carlo in Piemonte col suo fiorito esercito, e tal timore incusse nel re Desiderio, che altro scampo non ebbe che di ritirarsi e chiudersi nella forte città di Pavia, come appunto avea fatto il re Astolfo, ma con esito differente da quello. Che se Godifredo da Viterbo [Godefridus Viterbiensis, in Chronico.], a cui prestarono fede molti de' moderni, scrisse che a Selva-bella seguì un fiero fatto d'armi tra i Franchi e Longobardi colla peggio degli ultimi, laonde quel luogo prese il nome di Mortara, si può, anzi si dee un tal racconto mettere al ruolo delle favole, perchè di tanti antichi storici de' fatti di Carlo Magno, niuno conobbe, niuno accennò questa battaglia; e se questa fosse succeduta, n'avrebbono essi avuta contezza e fatta menzione. Restò dunque confinato a Pavia e circondato da uno stretto assedio o blocco il re Desiderio, probabilmente nel mese d'ottobre, come ha Anastasio [Anastas., in Hadriani I papae Vit.], e non già di giugno, come scrisse l'autore della Cronica del monistero di Volturno [Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.]. Adelgiso figliuolo di Desiderio ebbe l'incombenza di difendere Verona, città allora delle più forti del regno longobardico, che medesimamente restò assediata dall'armi franzesi. Ma veggendo il re Carlo, che comandava in persona la sua armata sotto Pavia, essere un osso duro quella città, si accinse a domarla coll'ostinazion dell'assedio, o vogliam dire del blocco; e però fatta colà venir la regina Ildegarda co' suoi figliuoli, la quale ivi gli partorì una figlia appellata Adelaide, passò sotto l'assediata città le feste del santo Natale. Intanto molte città longobardiche oltre Po si sottomisero alla potenza de' Franchi. Per attestato del Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.] e di Cosimo della Rena [Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.], in una carta del giugno di quest'anno si trova nominato Tachiperto duca, cioè governatore, nella città di Lucca. Ma che questi reggesse la Toscana tutta non apparisce da memoria alcuna.
DCCLXXIV
| Anno di | Cristo DCCLXXIV. Indiz. XII. |
| Adriano I papa 3. | |
| Costantino Copronimo imperadore 55 e 34. | |
| Leone IV imperadore 24. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 1. |
Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il re Carlo quando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a Roma, parte per divozione e parte per visitare il pontefice Adriano. Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in quest'anno cadde nel dì 2 d'aprile [Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.]. Presentita la di lui venuta, il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci, smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana, nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno 757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibile una sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova, Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia. Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa, l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana. Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro duca Ildebrando signor nobilissimo, venne questi confermato dal papa. Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo, Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.
Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla difesa il re Desiderio, capitolò in fine la resa, con restar prigioniere. Fu egli dipoi colla regina Ansa trasportato in Francia, dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto la cura di Agilfredo vescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di san Gallo [Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.] racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al monistero di Corbeia, dove in vigilis et orationibus et jejuniis et multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui. Jacopo Malvezzi [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della Cronica della Novalesa [Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], che fa parimente menzione di tal prodigio, ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di Volturno [Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.] ne parla così: Hic licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri, monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle Tritana, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito a Roma, se ne tornò indietro con gran riverenza. Diede mano alla Chiesa romana per liberarla dall'usurpator Costantino falso papa. Ma in fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono, e andò a finire in esilio i suoi giorni. Adelgiso suo figliuolo, che s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia, anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio [Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.] che il re Carlo nell'anno precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello, colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que' principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione Maffei [Maffei, Verona illustrata, lib. 11.] nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena, che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici di quella città coi nomi di Desiderio e di Adelchi, tuttavia regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare col suo meglio, ed imbarcatosi a Porto Pisano, come lasciò scritto Paolo Diacono [Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a riserva del ducato di Benevento, tutte le altre città e terre di questo regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta scritta regnante domno nostro Carolo, ec. excellentissimo rege in Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia, cioè l'anno 780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di giugno dell'anno presente [Antiquit. Ital., Dissert. I.], ne' quali egli trionfante entrò nella superata reggia de' Longobardi.
Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi, impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza contrasto. Ho io inoltre conghietturato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] che Anselmo, abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena, porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.], da cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta: et ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut multorum seniorum relatione didicimus. Era stato Anselmo duca del Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis, tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti, siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.] ne' Paralipomeni da me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro in favor dei Franzesi. Dum iniqua cupiditate (così scrive egli) Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit, rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii, ut lumine eum privasset. Che così passasse l'affare, possiamo anche argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani. Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno. Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè, quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioè Pippino suo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale, con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora è regno di Napoli. Arichi ossia Arigiso era in questi tempi duca di Benevento, ed avea per moglie Adelberga figliuola del re Desiderio. Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità; e laddove fin qui avea portato il titolo di duca, da lì innanzi cominciò ad intitolarsi principe, nome allora più cospicuo dell'altro di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la formola In sacratissimo nostro palatio, e tutto poscia si applicò alla difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono state conservate da Erchemperto [Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], dall'Anonimo salernitano, e da Leone Marsicano vescovo ostiense.