| Anno di | Cristo DCCLXXVII. Indiz. XV. |
| Adriano I papa 6. | |
| Leone IV imperadore 27 e 3. | |
| Costantino Augusto 2. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 4. |
Benchè le lettere del Codice Carolino, perchè prive d'ordine cronologico, non ci lascino accertar gli anni in cui furono scritte; pure sarà a me lecito il rapportare al presente tutto quanto ivi si legge intorno a Leone arcivescovo di Ravenna. Nell'epistola cinquantesimaterza d'esso Codice papa Adriano scrive a Carlo Magno d'avere inteso dalle di lui lettere, come il suddetto arcivescovo si era portato in persona a visitare il re, e ne mostra piacere; ma con soggiugnere, che se Leone gli avesse prima notificato il pensiero d'andarvi, con esso lui avrebbe spedito un suo messo: tacitamente significando che non molto gli piaceano i lor colloquii senza l'assistenza di qualche suo ministro. Si fece a credere il padre Pagi [Pagius, ad Annal. Baron.] che l'andata di questo arcivescovo seguisse nell'anno antecedente, allorchè il re Carlo si trovava in Trivigi. Trovansi poi replicate nella stessa lettera le istanze tante volte fatte, ut velociter ea, quae beato Petro pro magna animi mercede, etc. per tuam donationem offerenda spopondisti, adimplere jubeas, con aggiugnere che siccome san Pietro portinaio del cielo l'ha aiutato a conquistare il regno de' Longobardi, così renderà anche coll'intercessione sua presso Dio sottomesse a Carlo tutte l'altre barbare nazioni. Seguita la lettera quinquagesima prima, in cui Adriano ricorda al re Carlo la promessa fatta di spedire a Roma i suoi messi; ma essere già passato novembre, senza che alcuno si sia veduto. Perciò gli spedisce Andrea vescovo e Pardo egumeno, ossia abbate, ben informati degli affari, insistendo ancor qui per l'esecuzione di quanto il re Pippino promise a san Pietro, e il medesimo re Carlo avea confermato. Evvi poi una giunta, con cui gli notifica, qualmente Leone arcivescovo postquam a vobis reversus est, in nimiam superbiam elevatus, nullo modo nostris praeceptionibus, sicut antea, obedire voluit, sed brachio forti usque hactenus in sua potestate detinere videtur Imolam atque Bononiam, dicens: quod easdem civitates nullo modo beato Petro, neque nobis concessistis, nisi tantummodo eidem Leoni archiepiscopo. Aggiugne d'avere spedito a Ravenna Giorgio saccellario, affinchè facesse andare a Roma i giudici delle città dell'esarcato, e si facesse dare il giuramento dei popoli; ma che l'arcivescovo l'aveva impedito. E perciocchè il papa avea posto per conte, cioè per governatore, nella picciola città di Gavelio Domenico, raccomandatogli dal medesimo re, da Leone erano stati colà inviati dei soldati, che il condussero prigione a Ravenna. Aveva questi inoltre vietato l'andare a prendere dal papa impiego a tutti gli abitanti delle città dell'Emilia, cioè di Faenza, del ducato di Ferrara, di Comacchio, di Forlì e Forlimpopoli, Cesena e Bobbio. Di Modena, Reggio, Parma, e Piacenza non si parla, perchè queste non furono mai comprese nelle donazioni dei re franchi. Finalmente dice che per conto delle città dell'una e dell'altra Pentapoli, cominciando da Rimini sino a Gubbio, tutti quei popoli erano ubbidienti al dominio del sommo pontefice, pregando perciò il re Carlo di metter freno alla superbia di Leone arcivescovo, e di non permettere che i beni da lui e dal padre conceduti a san Pietro sieno usurpati dalla gente maligna.
Similmente nella lettera cinquantesima seconda fa il papa intendere a Carlo Magno che nel dì 27 di ottobre essendogli giunta una lettera di Giovanni patriarca di Grado, immediatamente l'avea spedita ad esso Carlo; ma con dispiacere, per avere scoperto che Leone arcivescovo di Ravenna avea prima dissigillata e letta quella lettera; nè per altro fine che per farne sapere il tenore ad Arigiso duca di Benevento, e agli altri nemici del re e del papa. Ma confidar egli che Carlo effettuerà tutte le promesse fatte a san Pietro. A parte poi ripete ciò che è detto di sopra della tirannica superbia del suddetto Leone, che non lasciava andar persona di Ravenna e dell'Emilia a Roma, e andava vantando che Carlo non avea conceduto a san Pietro Imola e Bologna, ma sì bene a lui, che se ne era messo in possesso. Leggonsi le medesime doglianze nella lettera cinquantesima quarta, e particolarmente vi si dice che Leone arcivescovo, postquam vestra exellentia a civitate Papia in partes Franciae remeavit, ex tunc tyrannico ac procacissimo intuitu rebellis beato Petro et nobis extitit, et in sua potestate diversas civitates Æmiliae detinere videtur, scilicet Faventiam, Forum populi, ec. Ed aver egli tentato anche lo stesso nella Pentapoli; ma con trovar que' popoli saldi all'ubbidienza della santa Sede. Perciò se ne lamenta Adriano, mentre que' paesi che ai tempi de' Longobardi la Chiesa romana signoreggiava, ora sotto Carlo re le sieno tolti. E circa il dirsi da Leone arcivescovo che era stato a lui dato l'esarcato di Ravenna con quel potere che ebbe Sergio suo antecessore, risponde essere stato consegnato l'esarcato a Stefano suo predecessore e a lui stesso, e volerne, per conseguente, il dominio, ed essere ben noto che Sergio arcivescovo, allorchè cominciò a cozzare con papa Stefano III, fu levato di Ravenna; siccome ancora che ne' tempi addietro si mandavano colà da Roma i giudici a far giustizia con altri atti di possesso e di signoria in quelle parti. Perlochè si raccomanda e prega il re Carlo di non permettere questo danno ed obbrobrio alla Chiesa di san Pietro, sì se vuole in questo mondo lunga vita ed immense vittorie, e nell'altro la celeste beatitudine. Le parole latine riferite di sopra ci fan conoscere che Leone arcivescovo cominciò nell'anno 774 a far da padrone nell'esarcato; ed avendo seguitato non poco a tener salda la preda, par difficile a credere che così egli operasse senza precedente scienza di Carlo Magno, e tanto meno contra la di lui volontà, con restar poi allo scuro come un re sì amico e divoto della santa Sede comportasse atti tali dall'arcivescovo di Ravenna in vilipendio del sommo pontefice. Come poi finisse questa controversia, non apparisce chiaro nè dalle lettere di papa Adriano, nè dalla storia di que' tempi. Sarebbonsi probabilmente avute intorno a ciò molte notizie dal pontificale di Ravenna, scritto cinquant'anni dappoi da Agnello, se quell'opera non fosse stata (ha molto tempo) castrata, con pervenire a noi troppo lacera e smunta. Dagli atti nondimeno che si andran rammentando, e dal non udirsi più sopra queste doglianze del papa, abbastanza comprenderemo che Leone dovette essere messo in dovere, e che risorse nell'esarcato il dominio temporale de' romani pontefici. Si son poi fatti a credere il Cointe e il Pagi che fosse scritta nel presente anno da papa Adriano la lettera quinquagesima del Codice Carolino. Abbiamo da essa che il re Carlo faceva sperare al papa la sua venuta in Italia pel prossimo ottobre affine di effettuare le promesse fatte a san Pietro, le quali restavano tuttavia sospese. E perciocchè Carlo era mal soddisfatto di Anastasio messo del papa, per avere sparlato contra di lui, e perciò gli negava il congedo; duolsi di ciò il papa, allegando che per la notizia di questo fatto i Longobardi e Ravennati spargevano voci che non passava più buona armonia fra il papa e il re Carlo. In questi tempi, per attestato del Dandolo [Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italicar.], perchè Maurizio duca ossia doge di Venezia aveva accresciuto il suo merito col buon governo de' popoli, i Veneziani in ricompensa dichiararono suo collega nel ducato e successore Giovanni suo figliuolo, venendo con ciò per la prima volta ad avere Venezia due dogi nello stesso tempo; esempio che, andando innanzi, produsse de' perniciosi effetti.
DCCLXXVIII
| Anno di | Cristo DCCLXXVIII. Indizione I. |
| Adriano I papa 7. | |
| Leone IV imperadore 28 e 4. | |
| Costantino Augusto 3. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 3. |
Dopo avere l'infaticabil re Carlo costretti colla forza i Sassoni negli anni precedenti all'ubbidienza, e indotti non pochi d'essi ad abbracciare la religione di Gesù Cristo, volle in quest'anno far pruova delle forze sue contra de' Saraceni dominanti nella Spagna. Pertanto con due eserciti per due diversi siti valicò i monti Pirenei, prese Pamplona, Huesca e Jacca; forzò Saragozza a dar degli ostaggi, e fissò maggiormente la sua autorità in Barcellona, Gironda e in altri luoghi della Catalogna. Ma in ritornando verso la Francia le truppe sue, fra le quali si contavano ancora alcuni reggimenti di Longobardi, allorchè furono nelle cime de' Pirenei e ne' paesi stretti di una valle, ebbero una fiera spelazzata dai perfidi Guasconi che quivi stavano imboscati in agguato, con restarvi disfatta la retroguardia, e andare a sacco tutto il loro equipaggio. Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] racconta fedelmente il fatto, asserendo che fra gli altri uffiziali della regale armata quivi perirono Eginardo soprintendente alla mensa del re, Anselmo conte del palazzo, e Rolando governatore della Marca di Bretagna. E questa è la battaglia di Roncisvalle, divenuta poi celebre ne' romanzi di Spagna, Francia ed Italia, dove finsero i poeti restassero uccisi i paladini di Francia, e particolarmente l'invincibile Orlando (lo stesso che Rolando), di cui nondimeno altra memoria non ci ha conservato la vera storia, se non le poche suddette parole di Eginardo. Il motivo che indusse Carlo Magno a non continuar le conquiste nella Spagna, in tempo appunto che i Saraceni non aveano forze da opporgli, fu la ribellione de' Sassoni. Vedendo costoro impegnato il re col maggior nerbo delle sue truppe nell'impresa della Spagna, commossi spezialmente da Witichindo, valoroso principe di quella nazione, ripigliate l'armi, passarono il Reno, giunsero fin presso Colonia, ed empierono di stragi e d'incendii quelle contrade. L'avviso d'essere tornato in Francia sano e salvo il re Carlo, e qualche reggimento spedito contra di loro, bastarono a farli retrocedere; anzi sorpresi dai Francesi al fiume Adarna, non pochi d'essi rimasero messi a fil di spada sul campo. Partorì in quest'anno la regina Ildegarde al re Carlo due figliuoli cioè Lottario, che da lì a due anni mancò di vita, e Lodovico, che fu poi re d'Aquitania, e col tempo suo successore ed imperadore. Giacchè resta incerto il tempo di non poche lettere di papa Adriano I a noi conservate nel Codice Carolino, sia a me lecito di rapportar qui un affare trattato in esse. Nell'epistola sessantesima nona fa esso papa istanza perchè sia restituita a san Pietro una tenuta di beni posti nella provincia della Sabina, e destinati per la luminaria della basilica vaticana e per le limosine a' poveri, che lo stesso re Carlo avea confermato alla Chiesa romana. A questo fine gli spedisce Agatone diacono e Teodoro eminentissimo console e duca, suo nipote. Poscia nella lettera quinquagesima sesta gli dà avviso come i suoi messi in compagnia di quei del re, inviati ad suscipiendum in integro patrimonium nostrum ravennense (s'ha da scrivere savinense), aveano trovato testimonii comprovanti che circa cento anni addietro la Chiesa romana avea posseduto quel patrimonio; e che, ciò non ostante, esso interamente non era stato restituito. Similmente nell'epistola sessantesima ottava gli notifica la buona disposizione dei messi regali per consegnare intero quel patrimonio a san Pietro; ma che alcuni perversi ed iniqui uomini di quel paese l'aveano impedito, con aggiugnere che il re Desiderio avea ben fatta la restituzion di molti poderi, ma non di tutti. Da ciò comprendiamo che la Sabina non era in questi tempi sotto la signoria del romano pontefice, perchè compresa nel ducato di Spoleti. E se fosse stata dipendente dal ducato romano, tanto più comparirebbe che il papa allora non era signore nel temporale di Roma e del suo ducato. Non si intende poi perchè niuna menzione sia quivi fatta del duca Ildebrando, dominante in quel ducato: se pure in questi tempi ne era egli duca, mentre dalle memorie del monistero di Farfa, da me pubblicate [Antiquit. Italic., Dissert. LXVII.], si truova in quest'anno Ildeberto duca di Spoleti. Veggasi nondimeno ciò che abbiam detto all'anno 775.
DCCLXXIX
| Anno di | Cristo DCCLXXIX. Indiz. II. |
| Adriano I papa 8. | |
| Leone IV imperadore 29 e 5. | |
| Costantino Augusto 4. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 6. |