Dagli Annali d'Eginardo [Eginhardus, Annal. Franc.] abbiamo che nella primavera dell'anno presente venne Carlo Magno a Compiegne, e partitosene, allorchè era nella villa di Virciniaco, se gli presentò Ildebrando duca di Spoleti con dei gran regali. L'accolse Carlo con tutta benignità, e dopo averlo anch'egli regalato, il rimandò contento al suo ducato. Tal notizia ci può far di nuovo dubitare che questo duca fosse prima decaduto dal governo di Spoleti, e che in luogo suo quivi risiedesse Ildeberto, da noi veduto duca di quella contrada nell'anno precedente. Certo è che nelle Carte farfensi non s'incontra da lì innanzi menzione alcuna di questo Ildeberto, ma solamente del duca Ildebrando. Passò dipoi Carlo Magno colle armi contra de' Sassoni, i quali più che mai continuavano nella loro ribellione, con riportar sopra d'essi molti vantaggi. Potrebbesi riferire a questi tempi la lettera cinquantesima settima del Codice Carolino, dove papa Adriano notifica al re Carlo, come i Greci residenti nella provincia dell'Istria, perchè Maurizio vescovo in quelle parti esigeva le pensioni spettanti alla Chiesa di Roma, aveano inventata contra di lui una calunnia, cioè ch'egli meditasse tradimento per mettere in mano del medesimo Carlo quella provincia; e però gli aveano cavati gli occhi. Era ito a Roma il povero vescovo; e papa Adriano l'avea rimandato e raccomandato a Marcario duca del Friuli. Ora dunque prega il re di ordinare ad esso duca d'impiegare efficaci uffizii, affinchè questo prelato possa restituirsi alla sua chiesa. Da tutto ciò apparisce che l'Istria doveva essere, almeno in parte, ritornata in potere de' Greci. Circa questi tempi fioriva Teodoro, che si truova console e duca di Napoli.
DCCLXXX
| Anno di | Cristo DCCLXXX. Indizione III. |
| Adriano I papa 9. | |
| Costantino imperad. 5 e 1. | |
| Irene Augusta 1. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 7. |
Mise fine in quest'anno al regno e al vivere suo Leone IV, imperadore dei Greci [Theoph., in Chronogr.], mentre era intento a perseguitare, non men di suo padre, chiunque onorava e difendeva le sacre immagini. Soprattutto grande schiamazzo aveva egli fatto contro ad Irene Augusta sua moglie, perchè le ne trovò due sotto un guanciale, con gastigar lei mediante una specie di divorzio, e poi severamente chi gliele avea somministrate. Ma il tolse la divina giustizia quando men sel pensava, essendo mancato di vita nel settembre dell'anno presente. Ebbe per successore Costantino suo figliuolo. Non ascendeva l'età sua che ad anni dieci; e perciò la imperadrice Irene sua madre ne assunse la tutela, e cominciò con esso a contare gli anni del suo imperio. Era donna piissima e di cuor cattolico, e per conseguente non tardò a rimettere in piedi la libertà di monacarsi, e cessò ogni persecuzione contro le suddette immagini; ma non cessarono già le dispute fra gli sprezzatori e i difensori delle medesime. E perciocchè nel precedente febbraio era morto Niceta patriarca eretico di Costantinopoli, e gli era succeduto Paolo, personaggio di sentimenti cattolici, ornato di molte virtù, cominciò la Chiesa di Dio a respirar presso i Greci; ma nello stesso tempo gli Arabi, ossia i Saraceni, maltrattavano forte in Soria i cristiani, e spianavano le loro chiese. Continuò in quest'anno il re Carlo Magno la guerra contra de' Sassoni con tal felicità, che non pochi d'essi vennero a riconoscerlo per loro sovrano, e presero anche in apparenza il sacro battesimo, per farsi credere tutti attaccati a questo principe [Annal. Franc. Moissiac.], con professare la di lui religione. Mandò egli ad abitar nella Sassonia e a predicarvi la fede di Cristo alcuni vescovi, preti ed abbati; e veggendo l'interno de' suoi regni in pace, credendo eziandio oramai terminato ogni affare per l'avvenire coi Sassoni, si dispose a venir in Italia, per visitar questo regno, e massimamente per far le sue divozioni a Roma ed abboccarsi con papa Adriano. A questo medesimo anno riferirono i padri Cointe e Pagi la lettera sessantesima quarta del Codice Carolino, dove si parla dell'occupazione di Terracina, fatta dai Napoletani in pregiudizio della Chiesa romana. Ma non la vedremo scritta molto dappoi. Potrebbe piuttosto essere che al presente non appartenesse la lettera sessagesima del medesimo pontefice, in cui egli notifica al re Carlo d'essere stato assicurato da Stefano vescovo (egli era insieme duca) di Napoli [Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neapol. P. II, tom. I Rer. Italic.], che l'imperador Costantino avea dato fine alla sua vita. Ma certo è ch'esso Costantino sopravvisse a papa Adriano. Però o quella fu una voce falsa, oppure il Papa scrisse della morte di Leone Augusto, e i copisti inavvertentemente vi misero Costantino. In essa lettera poi si lamenta acremente Adriano di Reginaldo (lo stesso è che Rinaldo) stato già gastaldo nel castello di Felicità (oggidì vien creduto Città di Castello ) ed ora duca di Chiusi, perchè era ito con una brigata di gente armata alla stessa città del castello di Felicità, e ne avea condotto via molti di quegli abitanti, quantunque quello fosse luogo donato e confermato dallo stesso re a san Pietro. Perciò vivamente il pregava di levar di posto costui, e tanto più perchè a tempo ancora del re Desiderio egli era stato seminator di liti e discordie dovunque poteva.
DCCLXXXI
| Anno di | Cristo DCCLXXXI. Indizione IV. |
| Adriano I papa 10. | |
| Costantino imperadore 6 e 2. | |
| Irene Augusta 2. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 8. | |
| Pippino re d'Italia 1. |
Da tutti gli Annali di Francia abbiamo l'andata in quest'anno del re Carlo a Roma. Solennizzò egli le feste del santo Natale del precedente anno in Pavia, insieme colla regina Ildegarde sua consorte; e venuta poi la primavera, si mise in viaggio alla volta di Roma, per trovarsi nel giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 15 di aprile, conducendo seco due de' suoi piccioli figliuoli, cioè Carlomanno e Lodovico. Giunto colà, ed accolto con tutti gli onori, fece battezzare (per quanto si può credere nel sabbato santo) Carlomanno da papa Adriano, il quale con levarlo ancora dal sacro fonte divenne suo padrino. Ma in tal congiuntura il papa gli mutò il nome di Carlomanno in quello di Pippino, sotto il quale fu poi riconosciuto da tutti. Nel solennissimo giorno seguente, ad istanza di Carlo Magno, il medesimo papa consecrò in re i suddetti due principi, cioè Pippino sopra l'Italia e Ludovico sopra la Aquitania. Soddisfatto ch'ebbe il re Carlo alla sua divozione, e trattando de' correnti affari col sommo pontefice, sen venne a Milano, dove l'arcivescovo Tommaso diede il battesimo a Gisla figliuola d'esso re e della regina Ildegarde. Dopo di che Carlo se ne tornò in Francia, lasciando l'Italia assai quieta. Fra gli altri affari che si trattarono in Roma fra il papa e Carlo Magno, uno de' principali fu l'accasamento desiderato da Irene imperadrice di Costantino Augusto suo figliuolo con Rotrude figliuola d'esso re Carlo. Teofane scrive [Theoph., in Chronogr.] che a questo fine nell'anno presente essa imperadrice inviò Costante sacellario e Mamalo primicerio per suoi legati a Carlo, per farne la dimanda; e secondo la Cronica moissiacense [Chronic. Moissiacens., tom. 3 Du-Chesne.], gli sponsali fra questi due principi furono realmente contratti mentre il re si trovava in Roma; ma secondo altre storie, solamente nell'anno 787 seguirono questi sponsali. Restò presso di questa principessa Elisco eunuco e notaio, per insegnarle la lingua greca, e accostumarla ai riti della corte imperiale. Ma non ebbe poi effetto questo maritaggio per imbrogli politici sopravvenuti col tempo tra Irene e suo figliuolo. Un altro affare di molta conseguenza fu parimenti maneggiato in Roma fra il pontefice e il re Carlo. Passavano de' grandi dissapori fra esso re e Tassilone, potentissimo allora duca di Baviera, perchè l'ultimo sdegnava di riconoscere per suo sovrano il re de' Franchi. Carlo andava pazientando, per risparmiare, se si poteva, l'esorcismo della forza. Però ricorse prima alle vie pacifiche, cioè al ripiego che il papa invierebbe a Tassilone i suoi legati per indurlo alla conoscenza del suo dovere. In fatti con Ricolfo cappellano ed Eberardo coppier maggiore del re andarono due legati del papa, cioè Formoso e Damaso vescovi, e tanto esortarono per parte del pontefice il duca Tassilone a volersi ricordare de' giuramenti prestati al re Pippino e a' suoi figliuoli, che l'indussero a portarsi a Vormazia, dove era il re Carlo, al quale di nuovo prestò giuramento di fedeltà, ma con dimenticarsene da lì a poco, quantunque in mano di lui avesse lasciato degli ostaggi. Fu in quest'anno che Carlo Magno imparò a conoscere Paolino, cioè quel personaggio che col tempo riuscì patriarca d'Aquileia, insigne non meno per la sua letteratura, che per la sua santità. Fra le doti mirabili di quel gran monarca si contava l'amor delle lettere e la premura di piantarle e propagarle per tutti i suoi regni: premura tanto più riguardevole, perchè allora l'Italia si trovava involta in una somma ignoranza, fuorchè Roma, dove sempre furono in credito le sacre lettere. Anche in Benevento il duca Arigiso accoglieva tutti i letterati, e specialmente manteneva una mano di filosofi. Ma in quasi tutte l'altre città, a riserva di qualche tintura di grammatica, di cui erano maestri nelle castella i parrochi, e alcun altro nelle città, le scienze e le bell'arti erano in un miserabile stato. Peggio anche stava la Francia, se non che il nobilissimo genio di quel monarca vi tirò dalla Scozia e Irlanda alcuni monaci letterati, e specialmente il celebre Alcuino, che introdusse e dilatò felicemente per tutta la Francia lo studio delle lettere.
Abbiamo ancora da Eginardo [Eginhardus, in Vita Caroli Magni.] che lo stesso re Carlo, benchè giunto all'età virile, ebbe per suo maestro di grammatica Petrum pisanum diaconum senem. E di questo medesimo Pietro da Pisa scrive il sopraddetto Alcuino [Alcuin., Epist. 15 ad Carolum Regem.] di averlo in sua gioventù conosciuto in Pavia; e ch'esso Pietro avea avuta una disputa con Giulio giudeo, la qual anche si leggeva scritta. Aggiugne in fine: Idem Petrus fuit qui in palatio vestro (cioè in Aquisgrana) grammaticam docens claruit. Fortunato può dirsi in questi tempi ancora il Friuli, perchè quivi fioriva il suddetto Paolino maestro di grammatica, il quale, fatto ricorso in quest'anno al re Carlo, ottenne in dono alcuni beni, già confiscati a Gualdandio figliuolo del fu Mimone da Laberiano, quae ad nostrum devenerunt palatium, pro eo quod in campo cum Forticauso inimico nostro (si dee scrivere Roticauso, già duca del Friuli, di cui parlammo all'anno 776) a nostris fidelibus fuerit interfectus. Il diploma di Carlo Magno è rapportato intero dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl., ad ann. 802.] e dal padre Bollando [Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 11 januarii.]. Tal dono si dice ivi fatto venerabili Paulino artis grammaticae magistro: titolo indicante ch'egli era già prete. Il diploma fu dato XV kalendas julii, anno octavo regni nostri e Loreia civitate. Più verisimile è che l'anno ottavo del regno di Carlo appartenga qui all'epoca del regno longobardico, cioè all'anno presente 781, piuttostochè a quella del regno francico, trattandosi di diploma fatto in Italia. Della vittoria riportata nell'anno 776 dal re Carlo contra del suddetto Rodgauso duca del Friuli, che s'era ribellato, noi troviam menzione nel medesimo diploma. La città di Loreia, dove fu fatta questa concessione, vien creduta dal Cointe la villa di Loreo, posta nel dominio veneto, presso alla sboccatura di Po grande nel mare. Il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baron. ad ann. 801.] crede incerto quel luogo. Ma in vece di Loreia, si ha da scrivere in esso documento Eboreia, cioè nella città di Ivrea. Colà era giunto il re Carlo in tornando da Roma in Francia. Ora Paolino suddetto tale stima si guadagnò nel Friuli e presso il re Carlo, che essendo passato al paese dei più Sigualdo patriarca d'Aquileia, venne egli eletto per suo successore in quella sacra sede, sommamente dipoi illustrata da lui colla santità della vita e co' suoi libri. Intanto di qui impariamo non susistere l'opinion del Baronio, dell'Ughelli e del Bollando, che mettono l'elezione di san Paolino in patriarca d'Aquileia nell'anno 773. Al padre de Rubeis [De Rubeis, Monument Eccl. Aquilejens. pag. 333.] parve dipoi probabile che Sigualdo mancasse di vita nell'anno 776, e che Paolino a lui immediatamente succedesse, scrivendo il monaco di san Gallo, che Carlo Magno si trovava nel Friuli, allorchè venne a morte il patriarca di quella Chiesa, e non avendo questi voluto nominar un successore, Carlo gliene sostituì uno; e questi sembra essere stato Paolino. Ma se veramente l'epoca suddetta riguardasse il regno longobardico, converrebbe differire cinque anni dappoi la di lui esaltazione, e fors'anche più tardi; perchè allora Paolino non vien chiamato se non maestro di grammatica. Nè il passo del monaco sangallese ci assicura punto che immediatamente succedesse Paolino a Sigualdo. Oltre di che, anche nell'anno presente 781 potè il re Carlo nel ritorno in Francia visitare il Friuli, e succedere allora la morte di Sigualdo. Ma in fine a noi dee bastare che quest'uomo insigne fu promosso al patriarcato d'Aquileia, e che tornerà occasione di parlare di lui più di una volta. Merita poi d'essere aggiunto ciò che il suddetto monaco di san Gallo narra nella vita di Carlo Magno [Monac. Sangallensis, lib. 3, cap. 1, apud Du-Chesne, tom. 2. Annal. Franc.], cioè che nel principio del regno di lui le lettere in Francia, siccome accennai poco fa, erano affatto per terra. Vennero colà dall'Irlanda due monaci benedettini, ben addottrinati nelle sacre scritture e nelle lettere profane, che invitavano la gente a comperar da loro la sapienza. Informato di questa novità il re, volle vederli, e scoperto il loro sapere, ne fermò uno, appellato Clemente, in Francia, con ordine di fare scuola ai nobili e plebei che bramassero d'imparare. Alterum vero in Italiam direxit, cui et monasterium sancti Augustini juxta Ticinensem urbem delegavit, ut qui ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent. Il nome di questo letterato monaco non è passato a nostra notizia. La sua spedizione in Italia fu dopo l'anno 774. E così in Pavia, coll'aiuto di questo valente maestro, cominciò a risorgere la letteratura.