Diedesi principio nel mese d'agosto del presente anno ad un concilio generale in Costantinopoli per ordine dell'imperadrice Irene [Theoph., in Chronogr.] affin di decidere la controversia delle sacre immagini. Ma gli uffiziali delle milizie esistenti in quella real città, siccome infetti dell'eresia degl'iconoclasti, essendo anche spalleggiati da alcuni vescovi, commossero in tal guisa le schiere da lor dipendenti, che con un fiero tumulto e colle spade nude corsero a disturbar la sacra assemblea, minacciando morte al santo patriarca Tarasio e agli altri vescovi, se ardivano di far novità contra gli empii decreti di Costantino Copronimo. Bisognò desistere; i vescovi si ritirarono in varie case di Costantinopoli, aspettando miglior vento; e i legati della santa Sede, non credendosi quivi sicuri, se ne tornarono in Sicilia. Per rimediare a questi disordini l'imperadrice fece venir dall'Asia a Costantinopoli alcuni reggimenti di soldati, e col braccio di questi fece disarmar le truppe sediziose, e divisele in varie provincie, quetò tutto il rumore, lasciando luogo al ristabilimento del concilio nell'anno susseguente. Mentre il re Carlo, siccome abbiam veduto, era impegnato nella lunga guerra coi Sassoni, si prevalsero di tal congiuntura i popoli della Bretagna minore per far delle novità e degli atti tendenti alla ribellione. Ma non sì tosto si trovò egli sbrigato dagli affari della Sassonia [Annales Franc. Metenses.], che spedì contra di loro un esercito sotto il comando di Audulfo, personaggio illustre, che bravamente condusse a fine quell'impresa, con sottomettere quel paese e condurne i principali umiliati ai piedi del re, mentre era in Vormazia. Scoprissi ancora una congiura [Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.] manipolata in Germania contra di esso re da molti malcontenti per la crudeltà della regina Fastrada, e ne furono gastigati gli autori. Stabilita in tal maniera la quiete e pace per tutta la monarchia franzese l'infaticabil re Carlo determinò di venire in Italia, e particolarmente a Roma, per un motivo di cui parleremo nell'anno seguente. Intraprese questo viaggio nell'autunno, ed arrivato a Firenze, quivi si fermò per solennizzarvi la festa del santo Natale. Puossi rapportare col padre Cointe all'anno presente l'epistola novantesima prima del Codice Carolino. Quivi papa Adriano si rallegra con Carlo Magno, per aver soggiogata e ridotta ad abbracciare il sacro battesimo la nazione de' Sassoni. Ed avendo esso re desiderato che si celebrassero litanie in rendimento di grazie a Dio per così prosperi successi, il papa prescrive tre giorni di giugno per queste sacre funzioni negli stati della Chiesa romana, e in tutti gli altri del re medesimo. Fors'anche appartiene a quest'anno la lettera sessantesima prima, in cui è da avvertire che il papa fa istanza al re Carlo per ottener delle travi lunghe per risarcire il tetto della basilica di san Pietro con aggiugnere: Prius nobis dirigite magistrum (cioè un capo muratore) qui considerare debeat ipsum lignamen, quod ibidem necesse fuerit, ut sicut antiquitus fuit, ita valeat renovari. Et tunc per vestrae regalis excellentiae jussionem dirigatur ipse magister in partibus Spoleti, et demandationem (ora la dimanda) ibidem de ipso faciat lignamine: quia in nostris finibus tale lignamen minime reperitur. Chi fosse allora padrone del ducato di Spoleti, si può chiaramente argomentare ancora dalle parole suddette. Del bisogno che aveva il papa di quelle travi, ed anche di stagno per rifare il tetto di san Pietro, medesimamente è parlato nella epistola sessantesima sesta d'esso Codice Carolino. In essa dà eziandio ragguaglio papa Adriano a Carlo Magno, come Arigiso duca di Benevento, non potendo ottener giustizia per alcuni suoi sudditi dal popolo di Amalfi, sottoposto al ducato di Napoli, era entrato coll'esercito nel territorio loro, con incendiar tutte le lor possessioni e case. Ma avendo i Napoletani spedito soccorso a quei d'Amalfi, aveano messi in rotta i Beneventani, uccisine molti, e molti de' principali fatti prigioni.
DCCLXXXVII
| Anno di | Cristo DCCLXXXVII. Indiz. X. |
| Adriano I papa 16. | |
| Costantino imperad. 12 e 8 | |
| Irene Augusta 8. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 14. | |
| Pippino re d'Italia 7. |
Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre coll'intervento di Pietro arciprete della santa romana Chiesa, e di Pietro prete ed abbate, legati del sommo pontefice Adriano I, di Tarasio patriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a Roma Carlo Magno, dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra che Arichis ossia Arigiso, duca di quella contrada, aveva assunto il nome di principe, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione dell'imperador greco, e di Adelgiso figliuolo di Desiderio, ricoverato a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli Annali de' Franchi [Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.], spedì a Roma Romoaldo suo figliuolo con suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose, consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quelle contrade, mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di Erchemperto [Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.] scrittore del secolo susseguente) in rotta coi Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno, città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari. Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamato Grimoaldo, a chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano [Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.] mischiando una mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia: il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccome fu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per attestato di Eginardo [Eginhardus, Annal. ad ann. 814.]. Per sicurezza della promessa diede egli dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancora Grimoaldo e Romoaldo suoi figliuoli. Tante poi preghiere si frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.
Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che i nefandissimi Napoletani e gli odiati da Dio Greci, per maligno consiglio d'Arigiso duca di Benevento, aveano occupata la piccola città di Terracina, la quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di tutti i Toscani e Spoletini, e degli stessi nefandissimi Beneventani, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar anche Gaeta e Napoli, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri in possesso del suo patrimonio, cioè degli allodiali, a lei spettanti nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano a sottomettersi sub vestra atque nostra dictione. Aveva poi esso papa trattato coi Napoletani di ceder loro Terracina, purchè essi gli restituissero il suddetto patrimonio; ma nulla voleva eseguire senza il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavano coll'infedelissimo Arigiso duca di Benevento, il quale tutto dì riceveva ambasciate dal nefandissimo patrizio di Sicilia. Questi era lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venire filium nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum ipso pro vobis nos espugnent. Prega in fine Carlo Magno di operare in maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci, per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del Codice Carolino pare che possa ricavarsi che Terracina era di giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovane Romoaldo suo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della sua giustizia, magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini, appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e un altro monistero parimente di vergini a persuasione di Alfano vescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di san Vincenzo di Volturno [Rer. Ital. P. I, tom. 2.]. Leggonsi le altre lodi di questo principe nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in libertà Grimoaldo figliuolo del defunto principe, e di permettergli d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di ridur colle buone il duca di Baviera Tassilone a riconoscere per suo sovrano esso re [Annales Franc. Metens. et Nazar.]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano. A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo, giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal giovane re Pippino suo figliuolo, che già avea preso a governare il suo regno di Italia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e vassallaggio, con dargli in ostaggio Teodone suo figliuolo, e dodici altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che venne a morte in questo anno Maurizio doge di Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco, ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de' cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco Engolismense [Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la Francia lo studio delle lettere. Ante ipsum enim dominum regem Carolum in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium.
DCCLXXXVIII
| Anno di | Cristo DCCLXXXVIII. Indiz. XI. |
| Adriano I papa 17. | |
| Costantino imperad. 13 e 9. | |
| Irene Augusta 9. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 15. | |
| Pippino re d'Italia 8. |
Si vuol ora avvertire i lettori, che datisi in questi tempi i romani pontefici a possedere stati, non lasciavano passar occasione alcuna per accrescere la lor temporale possanza, chiedendo sempre nuove cose a Carlo Magno, senza trascurare alcuna delle risoluzioni politiche di pace e di guerra, siccome veri principi temporali. Ossia ch'esso Carlo avesse nell'anno 774 promesso e conceduto, o pure, come io credo, nell'anno precedente, allorchè venne fino a Capua contra d'Arigiso principe di Benevento, concedesse a papa Adriano alcune città di quel ducato, ed altre poste nella Toscana, forse in ricompensa di danari pagati dal papa per le occorrenti spese di quella guerra: certo è ch'egli s'impegnò di dare a san Pietro la città di Capua, e verisimilmente ancora Sora, Arce, Aquino, Arpino e Teano; e nella Toscana Rosselle e Populonio, due piccole città situate al mare, ed altre che nomineremo fra poco. Di queste verità non ci lasciano dubitar le lettere di papa Adriano, registrate nel Codice Carolino, dove s'incontrano le premure di lui perchè vengano effettuate cotali promesse: premure che, cominciando in questi tempi, ci fan del pari conoscere recente la promessa e donazione fatta, e che fra le condizioni dell'aggiustamento seguito nell'anno addietro fra il re Carlo ed Arigiso duca di Benevento, vi dovette entrare ancor la cessione di Capua e d'altre città, le quali si aveano da staccare dal ducato beneventano, e sottoporre alla temporal giurisdizione del romano pontefice. In fatti, nell'epistola ottantesima prima Adriano prega il re Carlo, ut denuo eos missos suos dirigere jubeat, qui nobis contradere debeant fines populonienses, seu rosellenses, sicut et antiquitus fuerunt. Sed quaesumus, ut vestra regalis oblationis donatio fine tenus maneat inconvulsa. Praesertim et partibus beneventanis idoneos dirigere dignetur missos, qui nobis secundum vestram donationem ipsas civitates sub integritate tradere in omnibus valeant. All'anno precedente senza dubbio appartiene la lettera ottantesima ottava del Codice Carolino. In essa apparisce che i Capuani, mossi da una lettera del re Carlo, aveano spediti a Roma i loro rappresentanti, che giurarono fedeltà al papa e ad esso Carlo Magno. Dopo di che un d'essi, cioè Gregorio prete, avendo chiesto di poter parlare a papa Adriano in segreto, gli avea palesato, come nell'anno precedente, dappoichè Carlo re grande s'era partito da Capua, il duca Arichis ossia Arigiso avea spedito a Costantinopoli per chiedere soccorso dall'imperadore contra de' Franchi, ed insieme l'onore del patriziato col ducato di Napoli, allora dipendente dall'imperio greco; suggerendo inoltre che si facesse la spedizione in Italia di Adelgiso suo cognato con poderose forze in aiuto suo, con promettere di tosarsi e vestirsi da lì innanzi alla forma de' Greci, e di tenere per suo sovrano il greco imperadore. Da ciò intendiamo che il patriziato era una dignità portante seco la signoria sopra de' popoli, ma con una specie di vassallaggio, perchè suggetta alla superiorità dell'imperadore, di che sorta fosse il patriziato del papa (giacchè vedremo che egli se l'attribuiva), e di quale il patriziato de' Romani conferito a Pippino e a Carlo Magno re de' Franchi, lo cercheremo fra poco. Seguita a dire in essa epistola Adriano che l'imperadore greco aveva tosto inviato due suoi spatari in Sicilia, per crear patrizio esso principe Arigiso, ed aver costoro portate seco vesti tessute d'oro, e la spada, e il pettine, e le forbici, per tosarlo e vestirlo alla greca, con esigere che egli desse per ostaggio Romoaldo suo figliuolo. Avea poi promesso l'imperadore d'inviare Adelgiso a Ravenna o a Trivigi con un'armata, ed essere questi in fatti venuto, ma con ritrovar già cassati dal numero del viventi il duca Arigiso e Romoaldo suo figliuolo (per errore di stampa o de' copisti appellato quivi Waldone), e con restare per conseguente svanita la loro meditata impresa. E che, mentre si trovava Azzo, messo del re Carlo, in Salerno, quei di Benevento aveano ricusato di ammettere gli ambasciatori greci; ma che, partito esso Azzo, erano stati ricevuti in Salerno, dove con Adelberga, vedova del duca Arigiso, e coi suoi baroni, avevano avuto de' trattati, con restar nondimeno consigliati dai Beneventani di ritirarsi a Napoli finchè fosse venuto di Francia il duca Grimoaldo, perchè diceano d'aver fatta una spedizione al re Carlo per averlo, e mandata anche una roga, cioè un suntuoso regalo, e non già una roba, come stimò il padre Pagi, ad esso re per mezzo dello stesso Azzo, affinchè si degnasse di rimettere in libertà Grimoaldo. Venuto questi, egli avrebbe eseguito tutto quanto avea promesso Arigiso suo padre. Erano poi quegli ambasciatori iti a Napoli, ed incontrati da quel popolo colle insegne e bandiere fuori della città, quivi s'erano fermati, aspettando la venuta di Grimoaldo, e manipolando col vescovo Stefano e con altri dei disegni contrarii agl'interessi del re Carlo. Però Adriano sollecita esso re a preparare una buona difesa contro i tentativi di costoro. Scrive in fine che Maginario abate e gli altri messi del re medesimo erano venuti da Benevento a Spoleti, per avere inteso che i Beneventani, uniti coi Napoletani, Sorrentini ed Amalfitani, aveano tramato d'ucciderli con frode. Di questi medesimi affari tratta la lettera nonagesima seconda, scritta da papa Adriano sul principio dell'anno corrente.