Qui parimente luogo è dovuto alla lettera novantesima del codice suddetto. Essa ci scopre che il papa facea quanto potea con lettere per frastornare Carlo Magno dalla risoluzion di rimettere in libertà il duca Grimoaldo. Dopo avergli significato che Adelgiso, figliuolo del già re Desiderio, era venuto coi messi dell'imperador Costantino nella Calabria in alcuna delle città greche vicino al ducato beneventano, a motivo di precauzione, soggiugne, che nullo modo expedit, Grimoaldum filium Arichisi Beneventum dirigere. Che se i Beneventani non eseguissero le promesse fatte ad esso re Carlo, il consiglia di spedire un sì potente esercito in quelle parti sul principio di maggio, che si levi al nefandissimo Adelgiso la comodità di nuocere. E qualora una tale armata non venisse a rovesciarsi addosso ai Beneventani dal principio di maggio fino al settembre, pericolo c'è che i Greci con Adelgiso facciano delle novità pregiudiciali al medesimo re Carlo e agli stati della Chiesa. Pertanto il prega che, per conto di Grimoaldo figliuolo di Arigiso, egli voglia credere più ad esso pontefice, che a qualsisia persona del mondo, assicurandolo che s'egli lascierà venir questo principe a Benevento, non potrà il re tener l'Italia senza torbidi; e tanto più per avergli rivelato Leone vescovo che Adelberga vedova di Arigiso disegnava, dappoichè Grimoaldo suo figliuolo fosse entrato nelle contrade beneventane, di passar colle due sue figliuole a Taranto, dove avea rifugiati i suoi tesori. Nè credesse il re mai sì fatti consigli da avidità alcuna del papa per acquistare le città donate da Carlo a san Pietro nel ducato beneventano, perch'egli protesta di darli per sicurezza della Chiesa e del regno dello stesso re Carlo. Passa dipoi a pregarlo che comandi ai suoi inviati di non tornare in Francia, se prima non avran consegnato interamente ad esso pontefice le città concedute a san Pietro nelle parti di Benevento, siccome ancora Populonio e Roselle, e inoltre Suana, Toscanella, Viterbo, Bagnarea ed altre città, ch'esso re Carlo avea donato in Toscana alla Chiesa di Roma, essendoci degli uffiziali del re che si studiano di guastare ed annullare questa sacra oblazione. Da ciò intendiamo che non era per anche seguita la consegna di queste città, nè rilasciato il duca Grimoaldo. Ma finalmente Carlo Magno si lasciò indurre a mettere in libertà questo principe, e a permettergli che venisse a prendere il possesso del ducato di Benevento. Secondochè s'ha da Erchemperto [Erchempert., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.], obbligossi Grimoaldo di mettere il nome del re Carlo, come di suo sovrano, nelle monete e negli strumenti (che tale era l'uso degli altri principi vassalli), e di far tosare la barba a' suoi popoli (a riserva de' mustacchi), e ciò alla moda de' Franchi, dismettendo l'usanza dei Longobardi che portavano di belle barbe. Scrive l'Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 22, pag. 382.]: Romani, Graecique barbas alebant; Langobardi vero, et Graeci etiam, et Franci eas radebant. Ma per gli Longobardi non sussiste. Ut Langobardorum mentum tonderi faceret, fu l'obbligo imposto a Grimoaldo; adunque la barba era usata e tenuta per ornamento dai Longobardi. Finalmente promise Grimoaldo di smantellar le fortificazioni delle città d'Acerenza, Salerno e Consa. Racconta l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] (creduto Erchemperto dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], ma veramente diverso da esso), che avendo il re Carlo intesa la morte del duca Arigiso, fatto chiamare a sè Grimoaldo, gli disse che suo padre era mancato di vita. Allora l'accorto principe gli rispose: Gran re, per quanto io so, mio padre è molto ben sano, e la sua gloria è più che mai vigorosa; e desidero che ella cresca per tutti i secoli. Allora il re soggiunse: Dico daddovero, che tuo padre è morto. Replicò Grimoaldo: Dal dì ch'io son venuto in vostro potere, non ho più pensato nè a padre, nè a madre, nè a' parenti, perchè voi, gran re, a me siete il tutto. Fu lodata la risposta, e gli fu permesso il venire. Probabilmente giudicò meglio il re Carlo di azzardar questo colpo con lasciar venir Grimoaldo, perchè, nol facendo, già presentiva che i Beneventani si darebbono ai Greci; nè a lui tornava il conto di lasciar cotanto ingrandire in Italia una potenza che manteneva le sue pretensioni sopra tutta l'Italia. Aggiugne il suddetto Anonimo salernitano che il re Carlo mandò in compagnia di Grimoaldo due suoi giovani nobili, forse per vegliare sopra i di lui andamenti, cioè Autari e Pauliperto, a' quali esso Grimoaldo compartì le prime cariche della corte, donò assaissime case e poderi, e procurò nobile accasamento. Non fu appena giunto questo principe al fiume Volturno, prima di entrare in Capua, che gli venne incontro un'immensa folla di Longobardi, che tutta piena di giubilo l'accolse. Altrettanto avvenne fuori di Benevento, tutti gridando: Ben venuto nostro padre. Ben venga la nostra salute dopo Dio. Andò egli a dirittura alla chiesa della santissima Vergine, e colla faccia per terra ringraziò Dio del favore prestatogli. Passò da lì a poco a Salerno, anch'ivi incontrato da innumerabil popolo, e pervenuto alla chiesa, visitò con lagrime il sepolcro del padre e del fratello. Ma allorchè ebbe esposto a que' cittadini la promessa al re Carlo di demolir le superbe fortificazioni di quella città, tutti se ne turbarono forte, nè sapeano darsene pace. I ripieghi da lui presi per non mancare alla parola e al giuramento, ed insieme per non restar disarmato e senza difesa, gli accennerò in altro luogo.
Intanto papa Adriano, inteso ch'ebbe il ritorno e lo installamento di Grimoaldo, poco stette a scrivere al re Carlo la lettera ottantesima sesta del Codice Carolino, con protestare di nuovo, che se in addietro avea fatte premure perchè non fosse restituita a quel principe la libertà con gli stati, era unicamente stato per apprensione delle insidie e trame di chi era nemico non men d'esso re che del papa. Continua a dire, avere bensì il re Carlo incaricato Aruino duca e gli altri suoi inviati di consegnare ad esso papa le città di Roselle e Populonia in Toscana, e le altre situate nel ducato di Benevento, ma che nulla s'era fatto finora delle città di Toscana. E per conto delle beneventane, aveano bensì que' messi dato ai ministri pontifizii il possesso dei vescovati, de' monisteri e delle corti, ossia degli allodiali spettanti alla camera del principe, e consegnate le chiavi delle città, ma senza consegnar anche gli uomini che restavano in lor libertà. E come, dice Adriano, potremo noi senza gli uomini ritener quelle città? il perchè prega il re Carlo di non voler essere più parziale verso Grimoaldo figliuolo di Arigiso, che verso san Pietro, custode delle chiavi del cielo, e massimamente perchè esso Grimoaldo arrivato in Capua, alla presenza dei messi del re dei Franchi, s'era lasciato scappar di bocca, avere il re Carlo comandato che qualsivoglia desiderante d'essere suo suddito, tale sarebbe: cosa di gran rammarico al suddetto papa, perchè i Greci e Napoletani si ridevano dei ministri pontifizii, due volte tornati a casa senza ottener cosa alcuna, con raccomandare che dia gli ordini per l'esecuzione di quanto era disposto nell'offerta di quelle città. Come poi finisse questo affare, non apparisce dalle lettere di papa Adriano; ma noi bensì vedremo Capua signoreggiata dai principi beneventani, e senza che traspiri per concessione dei papi. Fece in questi principii del suo governo il duca Grimoaldo conoscere a Carlo Magno, quanto fossero insussistenti i sospetti disseminati contra di lui da papa Adriano. Già erano insorte liti fra Costantino giovane imperadore dei Greci e Carlo Magno, perchè questi, secondochè scrive Eginardo [Eginhardus, in Annal. Francor. Annal. Loiselian.], ruppe il trattato di dar la figliuola Rotrude, destinata in moglie ad esso Augusto Costantino: il che indusse Irene a cercarne altra al figliuolo: e questa fu una giovane armena. Spedì ne' medesimi tempi la indispettita imperadrice Irene in Sicilia una forte squadra di navi e di combattenti, con ordine di assalire il ducato di Benevento. Era, per attestato del suddetto Eginardo, alla testa di quest'armata Adelgiso figliuolo del re Desiderio, chiamato Teodoro da' Greci; ed è da credere che Adelgiso vi andasse volentieri per la speranza di tirar ne' suoi voleri il duca Grimoaldo suo nipote, perchè figliuolo di Adelberga sua sorella tuttavia vivente. Ma Grimoaldo, lungi dal cedere a tali batterie, e dal volere effettuare i trattati seguiti, come ci fan credere le lettere di papa Adriano, tra Arigiso suo padre e i Greci: stette nella fedeltà verso il re Carlo e verso il re d'Italia Pippino. Prese dunque l'armi per opporsi ai Greci, chiamò in aiuto suo Ildebrando duca di Spoleti, ed essendo anche stato spedito al primo suono di questi rumori da Carlo Magno Guinigiso per suo inviato con alquanti Franzesi a Benevento, affinchè vegliasse sopra gli andamenti de' Greci e dei due duchi di Benevento e Spoleti: si venne finalmente ad un fatto d'armi. Riuscì questo favorevole ai principi e soldati longobardi, che con poco lor danno fecero grande strage de' Greci, ed ebbero in lor potere un ricco bottino con assaissimi prigioni. Se vogliam credere a Teofane [Theoph., in Chronogr.], l'infelice Adelgiso lasciò la vita in quella sconfitta; ma altri scrivono ch'egli vecchio terminò i suoi giorni in Costantinopoli. Con questa azione dovette Grimoaldo accreditarsi non poco presso di Carlo Magno. Oltre di che, in questi primi tempi egli non ebbe difficoltà di comparir senza barba al mento, salvo sempre l'orrido ornamento dei lunghi mustacchi, e di mettere nelle monete e in primo luogo negli strumenti il nome del sovrano suo Carlo, senza però eseguir l'obbligo di atterrar le fortificazioni di Salerno, Acerenza e Consa.
In questi tempi avvenne che Tassilone duca di Baviera, a persuasione di Luidburga sua moglie, figliuola del già re Desiderio, pentito de' giuramenti prestati e della suggezione promessa al re Carlo, che forse inchiudeva delle dure condizioni, tornò a cozzare con lui. Accusato si presentò davanti al re, e convinto di aver trattato con gli Avari, ossia con gli Unni, padroni della Pannonia; d'aver macchinato contro la vita dei fedeli del re, e d'aver detto che, se egli avesse avuto dieci figliuoli, piuttosto li perderebbe che sofferire i patti per forza stabiliti col re Carlo: corse pericolo della vita. Gli ebbe misericordia il re; ma deposto dal ducato si elesse di terminare i suoi giorni con Teodone suo figliuolo in un monistero, dove professò la vita monastica, e attese a far penitenza de' suoi peccati. In fatti non passò gran tempo che gli Avari, secondo le promesse da lor fatte a Tassilone, messi insieme due eserciti, coll'uno assalirono la marca del Friuli, e coll'altro la Baviera. A far loro fronte non furono pigri i popoli d'Italia e i Franchi; e seguirono in tutti e due quei luoghi dei fieri combattimenti, ne' quali restarono rotti e posti in fuga que' Barbari. Tornarono costoro con altre forze per far vendetta contra de' Bavaresi, ma per la seconda volta furono sconfitti e respinti, con lasciare sul campo una gran quantità di morti, senza quelli che affogarono nel Danubio. A quest'anno pertanto son io d'avviso che appartenga una notizia, a noi conservata da un documento veronese, che fu pubblicato dal Panvinio, e poscia dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Veronensib.]. Raccontasi quivi che a' tempi di Pippino re d'Italia, quando egli era tuttavia fanciullo, gli Unni, con altro nome chiamati Avari, fecero una irruzione in Italia, per vendicarsi dell'esercito francese e del duca del Friuli, che spesso faceano delle scorrerie nella Pannonia signoreggiata allora da essi Unni. Di ciò avvertito il re Carlo, ordinò tosto che si rimettessero in piedi le fortificazioni di Verona, per la maggior parte scadute. Fece rifar le mura, le torri e le fosse tutte all'intorno d'essa città, e vi aggiunse una buona palizzata. Lasciò ivi Pippino suo figliuolo, e Berengario suo legato fu inviato per assistergli e difendere quella città. Potrebbe essere che questo Berengario padre di Unroco conte, fosse antenato di Berengario che fu poi re d'Italia, e poscia imperadore, siccome vedremo. In tal congiuntura nata disputa, se toccasse agli ecclesiastici il fare la terza o la quarta parte d'esse mura, non si poteva con buon fondamento decidere la controversia; perchè sotto i Longobardi la città non avea bisogno di riparazioni, bastevolmente munita dal pubblico; ed occorrendo qualche rottura, veniva tosto riparata dal vicario della città. Fu pertanto rimessa la decision della lite (secondo i riti strani, creduti in quel tempo religiosi, ma da noi ora conosciuti superstiziosi,) al giudizio della croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per la parte del vescovo, amendue giovanotti robusti, il primo de' quali fu poi arciprete, e l'altro arcidiacono della Chiesa maggiore, si posero colle mani sollevate a guisa di croce, oppure alzate in alto davanti all'altare, in cui si cominciò la messa, e fu letto il Passio di san Matteo. Ma non si arrivò alla metà d'esso Passio, che ad Aregao, ossia Argao, vennero men le forze e cadde per terra. Pacifico stette saldo sino alla fine del Passio, e per conseguente fu proclamato vincitore, gli ecclesiastici obbligati solo alla quarta parte di quell'aggravio. Non si sa nondimeno ben intendere come Verona fosse in quest'anno sì abbattuta di fortificazioni, quando nell'anno 773 e 774 fece sì gran resistenza ai Franchi, e vi ebbe sì lungo asilo Adelgiso figliuolo del re Desiderio: se pure in quell'assedio non avessero patito di molto le mura, senza poi prendersi cura alcuna di ristorarle.
DCCLXXXIX
| Anno di | Cristo DCCLXXXIX. Indiz. XII. |
| Adriano I papa 18. | |
| Costantino imperad. 14 e 10. | |
| Irene Augusta 10. | |
| Carlo Magno re de' Franchi e Longobardi 16. | |
| Pippino re d'Italia 9. |
Fino a quest'anno aveva il duca Ildebrando lodevolmente governato il ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col re Carlo e con Pippino re d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di nazion franzese. Questi fu Winigiso, ossia Guinigiso, o Guinichis, quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de' Greci. Bernardino de' Conti di Campello [Campelli, Istoria di Spoleti, lib. 15.] differì sino all'anno 791 la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi [Chron. Farfense, P. II, T. II Rer. Ital.], posto avanti alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso monistero farfense, da me pubblicate [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], dove si legge una carta scritta anno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII, con altri simili coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica moissiacense [Chronic. Moissiacense.], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale tre patrizii spediti da Costantino imperadore per ricuperare l'Italia; ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno precedente, quando evidente è che si parla del medesimo fatto, ma rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che nell'anno presente fosse scritta da papa Adriano al re Carlo la lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo. Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia. Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare, come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole: Ipsi vero Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur. Però Adriano il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato, quia, ut fati estis, honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobis amplius confirmatus irrefragabili jure permaneat. Pertanto, siccome non soleano vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa, qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI JUSTITIAM ad vos properaverint, vi vadano col passaporto del papa medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca, arcivescovo di Parigi [Marca da Concord., lib. 3, cap. 11.], di credere che Roma fosse allora sottoposta a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi [Pagius, in Critic. ad Annal. Baron. Ad hunc ann. 789.] più giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma; Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però per putriziato del papa si dee intendere il dominio a lui spettante nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo [Eccard., Rer. Franc., lib. 25, cap. 38.] riconobbe essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere: Patriciatum romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse.
Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie. Contuttociò tengo anch'io per infallibile che per patriziato di s. Pietro, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoria de' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro sovranità. Lo stesso nome di patrizio indica dipendenza da qualche sovrano. Per conto poi del patriziato de' Romani conferito ai re franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che il patriziato di Carlo Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per governar popoli. Il patrizio di Ravenna, chiamato esarco ne' tempi addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così il patrizio della Sicilia, e così i papi in vigore del loro patriziato esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che il patriziato romano di Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed Anastasio [Anastas., in Vit. Hadriani I.] attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma, il sommo pontefice Adriano obviam illi dirigens venerandas cruces, idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patricium suscipiendum, eum cum ingenti honore suscipi fecit. Ed appena creato, siccome vedremo, papa Leone III, nell'anno 792, mox per legatos suos claves confessionis sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi (Carolo) misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per sacramenta firmaret. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi. Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nomina claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus. E Paolo Diacono [Paulus Diacon., in Praefat. ad Festum.] scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto imperadore, gli dicea: Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum, portarum, etc, vocabula diserta reperietis. Questi son passi che non si accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca s'intitolava patrizio de' Romani, cioè con titolo indicante signoria, come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancora re de' Franchi e Longobardi. Nè dice egli patrizio della Chiesa romana, ma sì bene de' Romani. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console, duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta [Con diversità però, imperciocchè i dogi di Venezia erano principi indipendenti ed eletti dal popolo, e non riconoscevano altri sovrani, quando i duchi di Gaeta e di Napoli eletti a principio dagl'imperadori riconoscevano la di loro sovranità, o alto dominio.].
Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra, si ricava che Arigiso duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens auxilium et honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione: cioè si esibiva di diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosi patrizio. Ed appunto uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiarò patrizii d'Italia Odoacre e Teoderico, che, non contenti di questo, assunsero il nome di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo di patrizio a Clodoveo il Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano elessero per loro patrizii, cioè principi, Pippino e Carlo Magno re de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'Imperadore per qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci, procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza d'antiche memorie. Tuttavia sia lecito a me di dire che quel passo della lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che il patriziato di Carlo in Roma portasse dominio temporale, nè poter sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi. Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno vedere che ivi era il senato, ivi il prefetto della città. Se ci restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo, come si vedrà andando avanti, che i prefetti di Roma erano ivi posti dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza, che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi, confermato dalla prescrizione di tanti secoli, senza pretendere di prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.