Quorum vita proba, et sit generosa fides.
Qui peragrent celeres Francorum regna perampla,
Justitiam faciant, judiciumque simul.
Quos pater, aut patris sub tempore presserat urguens,
Servitium, relevent, munere, sive dolo.
Seguita poi questo autore a raccontare il gran bene fatto da' suddetti messi: il che vien confermato dall'astronomo nella vita di Lodovico Pio. Mandò poscia l'imperadore il maggior figliuolo Lottario al governo della Baviera, e Pippino secondogenito in Aquitania, con ritenere presso di sè Lodovico terzogenito, perchè tuttavia fanciullo. Ed essendo ricorso a lui Erioldo re di Danimarca, cacciato dal suo regno, per implorar la sua protezione, il mandò in Sassonia ad aspettar tempo più propizio da prestargli aiuto. Notano inoltre gli Annali de' Franchi [Annal. Francor. Lambecii.] che in questo anno la città di Gerusalemme fu devastata dai Persiani, cioè dai Saraceni, ed essere seguitata una fiera persecuzione de' Cristiani. Probabilmente que' seguaci di Maometto non sapevano digerire che quella santa città fosse passata in mano di Carlo Magno, siccome dicemmo, e che vi fosse cresciuta cotanto la popolazion de' Cristiani. Pel rispetto che portavano a sì potente e temuto monarca, tacquero finchè egli visse, ma udita la sua morte, infuriarono contra de' Cristiani ivi abitanti. Truovasi ancora nelle memorie del monistero di Farfa [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], da me prodotte altrove, una donazione fatta a quel sacro luogo da Ilderico castaldo colle seguenti note cronologiche: Ludogvico serenissimo Augusto a Deo coronato, magno, pacifico imperatore, imperium romanum gubernante, anno ejusdem in Christi nomine I, seu et regnante Bernardo rege Langobardorum anno ejus in Dei nomine II, sed et temporibus Guinichis ducis ducatus spoletani, anno ejus in Dei nomine XXV, mense majo, die XVIII. Indictione VII. Actum in Reate. A questo medesimo Ilderico erano stati conceduti in livello altri beni mense martio, Indictione VII, anno imperii Ludovici I, Bernardi regis Langobardorum II. Ne fo menzione, acciocchè si vegga non aver avuto principio l'epoca di Bernardo nell'agosto dell'anno 813, allorchè Carlo Magno nella dieta tenuta in Aquisgrana Bernardum nepotem, suum Italiae praefecit, et regem appellari jussit, ma bensì sul fine del precedente anno 812, allorchè il mandò in Italia; altrimenti nel marzo e maggio del presente anno non sarebbe corso l'anno secondo del suo regno, ma solamente il primo.
DCCCXV
| Anno di | Cristo DCCCXV. Indiz. VIII. |
| Leone III papa 21. | |
| Lodovico Pio imper. 2. | |
| Bernardo re d'Italia 4. |
Racconta Agnello nelle Vite degli arcivescovi di Ravenna [Rer. Ital. P. I, tom. 2.], che Martino fu eletto arcivescovo di quella città, e consecrato in Roma dalle mani di papa Leone; e ciò prima che mancasse di vita Pippino re d'Italia, cioè prima dell'anno 810. Ch'egli ritornato a Ravenna, spedì tosto in Francia i suoi messi a notificar la sua assunzione, e che questi furono ben veduti da Carlo Magno. Esso arcivescovo fu che diede a godere allo stesso Agnello, che era in questi tempi tuttavia fanciullo, il monistero di s. Maria ad Blachernas, con averne ricevuto in regalo dugento soldi d'oro, perchè allora la simonia non era cosa forestiera in Italia. Di quest'oro colla giunta di altro egli fabbricò un vaso a guisa di chiocciola marina, che serviva al sacro crisma. Aggiugne quello storico, che dopo la morte di Carlo Magno, papa Leone mandò a Ravenna Crisafio suo cameriere, e molti muratori per rifare il tetto della basilica di s. Apollinare. Contribuì il papa molto di sua borsa per cotal fabbrica; ma costò eziandio di molte spese ai cittadini di Ravenna, e di grandi aggravii anche alle altre città dell'esarcato. Parimente Anastasio [Anastas. Bibliothecar., in Vita Leonis III.] fa menzione di questa pia liberalità del papa verso la basilica suddetta, e racconta altri doni ad essa fatti dal memorato pontefice. Ora avvenne per attestato del medesimo Agnello, che questo arcivescovo cadde in disgrazia di papa Leone, senza addurne a noi il motivo. Perciò il pontefice mandò un suo legato in Francia all'imperador Lodovico per chiedere licenza di poter procedere contra d'esso prelato, e l'ottenne. Spedì Lodovico apposta Giovanni vescovo d'Arles con ordine di presentarlo al papa. Venuto a Ravenna questo prelato, fece l'intimazione all'arcivescovo, che mostrò prontezza ad ubbidire; e fecero sigurtà di duemila soldi d'oro alcuni cittadini ravegnani, che egli andrebbe a Roma, a riserva dell'infermità di corpo. Pertanto da lì a dieci dì Martino si mise in viaggio; ma giunto che fu ad Novas, quasi quindici miglia lungi da Ravenna, ubi olim fuit civitas nunc dirupta, di cui si ha menzione anche nelle Tavole itinerarie, e che dal Cluverio vien creduta Porto Cesenatico, quivi finse di cader malato, e mandò questa scusa al papa, che al riceverla battè i piedi. Tuttavia ebbe licenza di tornarsene a Ravenna, dove trattò in Apolline il vescovo d'Arles, probabilmente guadagnato prima da lui, e gli donò varii vasi di argento e le alape d'oro (forse le coperte) dei santi Evangelii. Non è improbabile che desistesse papa Leone dal procedere ulteriormente contra del suddetto arcivescovo, perchè ad esso ancora toccarono in quest'anno delle traversie assai pericolose e disgustose. Non si sa perchè Anastasio bibliotecario trasandasse questa rilevante partita della vita d'esso pontefice. Abbiam solamente gli Annali de' Franchi, i quali ne fanno menzione. Durava tuttavia il mal animo di alcuni principali e potenti fra i Romani contra di papa Leone, verisimilmente fin qui tenuti in dovere dalla paura di Carlo Magno, fedel protettore della santa Sede [Astronomus, in Vita Ludovici Pii. Eginhardus, Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani.]. Morto lui, tramarono una congiura per levar di vita esso pontefice; ma avutone egli sentore, li fece prendere e li diede in mano della giustizia. Convinti di questo reato, secondo le leggi romane furono sentenziati a morte, e la sentenza ebbe esecuzione. Giuntone l'avviso all'imperadore, se lo ebbe forte a male, parendogli troppo rigorosamente gastigati i rei da un papa primo vescovo della Cristianità. Può eziandio conghietturarsi ch'egli temesse per questo fatto delle rivoluzioni, onde venisse a perdere non men egli che il papa il dominio di Roma. Per questo spedì immantinente a Bernardo re d'Italia ordine di portarsi a Roma unitamente con Geroldo conte, affin di prendere le informazioni di questo strepitoso fatto. Andò Bernardo, ma appena fu in Roma, che restò preso da alcune febbri. Nondimeno Geroldo in sua vece raccolse quanto occorreva, e rimessosi in cammino, ne portò le notizie all'imperadore. Il papa, o perchè temesse, o perchè sapesse che non erano molto favorevoli per lui le relazioni del re Bernardo e di Geroldo, non tardò a spedire anch'egli alla corte i suoi inviati, cioè Giovanni vescovo di Selva Candida, Teodoro nomenclatore e Sergio duca, a' quali riuscì di giustificare presso dell'Augusto Lodovico tutto quanto aveva in tal congiuntura operato il papa. Ma non passò gran tempo che il pontefice Leone cadde infermo di malattia tale, che fu giudicata da molti disperata la di lui salute. Allora si sollevarono i Romani, ed armati si portarono a distruggere i poderi e i casali di villa che di fresco egli avea fabbricato; e senza aspettare sentenza di giudice alcuno, andarono a ripigliarsi que' beni che esso papa avea lor confiscati, pretendendo ingiusto un sì fatto confisco. Avvertito di questa commozione il re Bernardo, diede incontanente commessione a Guinigiso duca di Spoleti di passare a Roma con alcune squadre d'armati, e di smorzar quell'incendio: il che fu puntualmente eseguito da esso duca. Di tutto il successo diede avviso il re Bernardo all'imperadore.