Il Sigonio e il cardinal Baronio in vece dell'Indict. X, scrissero Indict. XI, perchè veramente nell'anno presente 818, in cui egli restò privato di vita, correva l'indizione undecima. Ma anche il Puricelli [Puricellius, Monument. Basilic. Ambrosian.] attesta leggersi in quel marmo l'indizione decima. Ora non sussistendo che la morte del re Bernardo accadesse nel corso di quella indizione, cioè nell'anno 817, nè accordandosi colla storia, nè coll'epoca del suo regno più comunemente usata in Italia, il dirsi ch'egli regnò quattro anni e cinque mesi, ho io altrove dubitato [Antiquitat. Italic., Dissert. X.] dell'antichità e legittimità di quella iscrizione. Per altro abbiamo dal Puricelli suddetto che nell'anno 1638 si scoprì nella basilica ambrosiana un'arca, dove erano due cadaveri, l'uno de' quali fu creduto del re Bernardo, perchè a canto avea uno scettro di legno indorato, la veste era di seta con frange d'oro, le scarpe di cuoio rosso colle suole di legno, e con gli speroni di rame indorato. L'altro cadavero fu riputato quello dell'arcivescovo Anselmo, perchè a lato v'era una mitra episcopale, un pastorale di legno, e un anello d'argento indorato con gemma. Perciò tanto il Puricelli, quanto l'Ughelli e il padre Papebrochio, furono di parere che nell'anno 821, oppure 822, quell'arcivescovo, ottenuto il perdono, se ne ritornasse a Milano alla cattedra sua. Pel suo ritorno abbiamo fondamento bastante. Pel sepolcro non v'ha che delle conghietture. Abbiamo bensì di certo da Reginone [Reginon., in Chronico ad ann. 818.], che habuit iste Bernhardus (rex) filium nomine Pipinum, qui tres liberos genuit, Bernhardum, Pipinum, et Heribertum. Di questo Pippino, figliuolo del re Bernardo, fa anche menzione Nitardo [Nithardus, Hist., lib. 2.], con dire ch'egli avea dei beni in Francia; nè mancano scrittori moderni che pretendono derivata da Eriberto suo figliuolo la schiatta degli antichi conti di Vermandois. Lasciarono i Sammartani [Sammarthani, Hist. General., lib. 4, cap. 13.] in dubbio se questo giovane Pippino fosse legittimo o bastardo. Siam tenuti alla diligenza del padre Mabillone [Mabillonius, Append. ad tom. 2 Annal. Benedictin., n. 58.], che mise qui in chiaro la verità, con rapportar lo strumento della fondazione del monistero delle monache di santo Alessandro di Parma, scritto in quella città nell'anno 835, in cui si truova chi fu moglie del prelodato re Bernardo, e madre del prefato Pippino, cioè Cunicunda, relicta quondam Bernardi incliti regis, pro mercedem et remedium animae seniori meo Bernardi, vel mea, seu filio meo Pippino, ec. Restò dunque vacante per questo funesto avvenimento il regno d'Italia, e fu alcun tempo governato a dirittura dai ministri dell'imperadore.

Ebbe in quest'anno esso imperador Lodovico da far guerra nella Bretagna minore. Fin dal secolo quinto dell'era cristiana ritiratesi dalla gran Bretagna alcune migliaia di famiglie, quivi piantarono la loro abitazione, dove tuttavia conservano una particolar loro lingua, che vien creduta l'antichissima celtica. Andò dipoi crescendo la loro popolazione, e colla gente cresceva anche l'orgoglio, in guisa che penarono a sottomettersi e a star sottomessi ai Franchi, nazione diversa dalla loro. I duchi di quella provincia s'intitolavano bene spesso re, per mostrare la loro indipendenza, nè volevano pagar tributo ai re franchi. Carlo Magno ebbe anch'egli da fare per reprimere la loro baldanza. Comandava in questi tempi nella minore Bretagna Murmanno, uomo duro e borioso, che permetteva anche al suo popolo di far delle scorrerie nelle provincie vicine de' Franchi. Portatene le doglianze all'Augusto Lodovico, spedì egli Witcario abbate, per esortarlo all'emenda dei danni, e a pagare i dovuti tributi, altrimenti si aspettasse la guerra. La risposta di Murmanno, sedotto da sua moglie, fu piena di superbia e di sprezzo. Però l'imperadore determinò di esigere colla forza ciò che non si poteva ottener colle buone. Vien minutamente descritta da Ermoldo Nigello [Ermold. Nigel., lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] tutta questa azione, e il viaggio dell'imperadore, e i doni a lui fatti in tal congiuntura dai vescovi ed abbati, e l'unione e marcia dell'esercito contro i Bretoni. Ma non s'ebbe esso Augusto a faticar molto. Portò la buona ventura che Murmanno uscito un dì travestito per ispiare gli andamenti dell'armata francese, incontratosi con un Francese di bassa lega, ma valoroso, appellato Coslo, e venuto con lui alle mani, restò ucciso. Di più non vi volle perchè i popoli bretoni corressero ad implorare il perdono, a giurar fedeltà, e a promettere i tributi. Dopo questa felice impresa tornato l'imperador Lodovico ad Angiò, trovò l'augusta sua moglie Ermengarda aggravata da gagliarda febbre, e tale, che da lì a tre dì la portò alla sepoltura. S'ella ebbe mano nel precipizio del re Bernardo, non tardò già Iddio a chiamarla ai conti. Era già divenuto duca, ossia principe di Benevento, Sicone, siccome abbiam detto. Spedì egli in quest'anno i suoi ambasciatori a Lodovico imperadore, e, secondochè scrive Erchemperto [Erchempertus, Hist., n. 10.], foedus cum Francis innovavit. Eginardo anch'egli lo conferma [Eginhard., in Annal. Franc.], scrivendo che l'imperadore, quum Heristallium venisset, obvios habuit legatos Siconis ducis Beneventanorum, dona ferentes, eumque de nece Grimoaldi ducis antecessoris suis excusantes. Aggiugne dipoi, che comparvero parimente i legati d'altre nazioni, specialmente di Borna duca dei Gudescani, e di Liudevito duca della Pannonia inferiore, il quale, macchinando delle novità, mandò molte accuse contra Cadaloum comitem, et Marcae Forojuliensis prefectum, tacciandolo d'uomo crudele ed insolente. Per le quali parole ho già io dato il nome di marca al Friuli, e credo già costituiti i marchesi: del che parlerò più abbasso. Fu cagione la rivolta del re Bernardo che l'imperadore in quest'anno costrignesse i suoi fratelli bastardi Dragone, Teodorico ed Ugo a prendere la tonsura monastica, quantunque niuno attribuisca loro demerito o reato alcuno. Proprio è de' principi deboli essere sospettosi, e il lasciarsi trasportare talvolta per questo anche alla crudeltà.


DCCCXIX

Anno diCristo DCCCXIX. Indizione XII.
Pasquale papa 3.
Lodovico Pio imperadore 6.

Rimasto vedovo l'imperador Lodovico, non pensava punto a rimaritarsi; ma cotanto gli picchiarono nell'orecchio i suoi cortigiani, che cangiò pensiero. Per attestato dell'autore anonimo della sua vita [Astronom., in Vita Ludov. Pii.], timebatur a multis ne regni gubernacula vellet relinquere: cioè, come si può conghietturare, si temeva ch'egli volesse prendere la monastica cocolla. Fatte pertanto venire varie nobili fanciulle alla corte, egli scelse per sua moglie Giuditta, secondo Tegano [Theganus, Gest. Ludovicii Pii, num. 26.], filiam Welfi ducis, qui erat de nobilissima stirpe Bavarorum. Non duca, ma nobilissimus comes vien chiamato dall'autor della vita di Lodovico Pio questo Welfo, che Guelfo è nel linguaggio de' vecchi italiani, i quali voltavano il W tedesco in GV, come consta in assaissimi altri nomi. Importa non poco ai lettori di far mente a questo Guelfo, perchè da lui fu propagata l'insigne famiglia de' principi guelfi in Germania, che poscia terminò in una donna maritata in casa d'Este e da cui l'Italia prese l'infausta fazione de' Guelfi famosi competitori de' Ghibellini, ossia dei Gibellini. Fra l'altre sue prerogative portò Giuditta in dote una rara bellezza; ma il suo matrimonio col tempo riuscì ben funesto a tutta la monarchia franzese, per quanto andremo vedendo. All'imperadore si era ribellato Liudevilo [Eginhard., in Annal. Francor. Annales Francor. Bertiniani.], che già abbiam veduto duca della Pannonia inferiore. Contra di costui si fece marciare nel mese di luglio l'armata d'Italia, che senza fare impresa alcuna se ne tornò a' suoi quartieri. Di ciò insuperbito Liudevito, mandò i suoi inviati all'imperadore, mostrando di voler pace: ma nello stesso tempo proponendo condizioni si alte, che Lodovico non istimò convenevole alla sua dignità di accettarle. Dell'altre pe' suoi legati ne inviò a lui l'imperadore, che furono del pari rigettate. Intanto ritornato dalla Pannonia Cadaloo o Cadolaco marchese, ovvero dux forojuliensis, come vien chiamato da Eginardo, sorpreso da febbre, terminò il corso della sua vita. In luogo suo fu creato marchese o duca del Friuli Baldrico. Andando questi a visitar la Carintia, provincia anch'essa allora sottoposta al suo governo, eccoti entrare in quelle contrade il suddetto Liudevito duca colla sua armata. Scontrossi con lui Baldrico vicino al fiume Dravo; e tuttochè seco non conducesse se non una picciola brigata, pure sì coraggiosamente l'assalì, che il fece suo malgrado ritirar nella Pannonia, con istrage ancora di molti di que' Barbari. All'incontro avendo Liudevito fatta un'incursione nella Dalmazia, e venutogli incontro Borna, che era dianzi, oppur era poco prima divenuto duca di quella provincia, abbandonato dalle sue truppe, ebbe difficoltà a salvarsi colla fuga. Restò con ciò campo a Liudevito di mettere a fuoco e sacco non poca parte della Dalmazia. Borna tenne saldo tutte le fortezze, e con un corpo volante di notte e di dì andò tanto pizzicando l'esercito nemico, che l'astrinse infine ad uscir di quel paese, con averne ucciso circa tre mila, e presi trecento e più cavalli, con altro grosso bottino. Di questi avvenimenti diede egli avviso all'imperadore. Si fecero anche nel presente anno altre spedizioni militari, massimamente per domare i popoli della Guascogna, che s'erano in parte ribellati, e dal re Pippino figliuolo dell'imperadore furono ridotti al dovere.

Intanto in Oriente Leone Armeno imperadore continuava la sua persecuzione contro i difensori delle sacre immagini, fra' quali dicemmo che specialmente si distinse s. Teodoro Studita. Per quanto si stendevano le sue forze ed esortazioni, il sommo Pontefice Pasquale si studiò di mettere freno al furore di quel principe, e di confortare i Cattolici alla sofferenza. Confermò il medesimo papa in questo anno i privilegii della Chiesa di Ravenna con sua bolla data a Getronace arcivescovo. Leggesi questa presso il Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., p. 237.], ma assai più corretta per cura d'erudito cavalier milanese, mercè d'una antichissima copia (da me ristampata) esistente nella Biblioteca ambrosiana [Rer. Italic., P. I., tom. X.]. La data è V idus julias per manum Sergii bibliothecarii sanctae sedis apostolicae. Imperante domino nostro perpetuo Augusto Hludovico, a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno, et post consulatum ejus anno (sexto), sedet Hlothario novo imperatore ejus filio anno... Indictione duodecima. Necessario fia, per cagion di queste note, di dire che dall'anno 817, in cui Lottario fu dichiarato dal padre collega nell'imperio, si cominciasse ad usare in Roma l'epoca di lui: il che potrebbe parere alquanto strano, mentre, siccome io ho avvertito altrove [Antiquit. Italic., Dissertat. 10.], altre città d'Italia solamente dall'anno seguente cominciarono a contare gli anni del suo imperio, oppure dell'anno 823, in cui fu egli coronato in Roma. Egli è da credere che con partecipazione del pontefice fosse conferita la dignità imperiale a Lottario, e che perciò non si tardasse in Roma a pagargli quel tributo d'ossequio che conveniva alla di lui sovranità. Attese in quest'anno l'imperador Lodovico, giacchè erano tornati i messi da lui spediti per gli suoi regni, a regolar gli affari delle chiese e dei monisteri, e la vita degli ecclesiastici, siccome apparisce da varii capitolari presso il Baluzio [Baluz., Capitolar. Reg. Franc.]. E perciocchè era seguita una convenzione intorno ad alcune chiese battesimali, oggidì parrocchiali, fra Giso o Gisone vescovo di Modena, e Pietro abbate di Nonantola; in questo anno nel dì primo di ottobre Lodovico Augusto la confermò con un suo diploma, di cui resta memoria nel catalogo di quella badia, da me [Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.] dato alla luce. Circa questi tempi, se pur non fu molto prima, narra il Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12. Rer. Italic.] nella sua Cronica che Angelo Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, avendo due figlioli, ne mandò il maggiore, appellato Giustiniano, a Costantinopoli, dove fu graziosamente ricevuto dall'imperador Leone Armeno, con impetrar da lui il grado e titolo d'ipato, ossia di console imperiale. Nello stesso tempo procurò che il popolo dichiarasse suo collega nel ducato Giovanni l'altro suo figliuolo. Ma ritornato Giustiniano da Costantinopoli, e trovata la promozion del fratello, se l'ebbe forte male; nè volendo entrar nel palazzo, andò con Felicita sua moglie ad abitar nella casa contigua alla chiesa di san Severo. Il padre, che teneramente l'amava, pentito di avergli recato questo disgusto, degradò il figliuolo Giovanni, e il mandò in esilio a Jadra, oggidì Zara, con far eleggere dipoi suo compagno nel ducato non solamente il suddetto Giustiniano, ma anche Angelo di lui figliuolo. Irritato da quest'azione Giovanni, dalla Dalmazia si portò alla corte dell'imperador Lodovico, qui in Pergamo erat, per implorare il suo patrocinio. Sarà un error dei copisti la menzione di Pergamo, cioè di Bergamo, perchè Lodovico Augusto, dacchè fu assunto all'imperio, non venne più in Italia. S'interpose in fatti l'imperadore, e fatti de' buoni uffizii il rimandò a Venezia a suo padre il quale per togliere le occasioni di discordia, giudicò meglio d'inviarlo ad abitar colla moglie in Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Dandolo che l'imperador Lodovico, per le istanze di Fortunato patriarca di Grado, concedette al popolo dell'Istria di poter eleggere i suoi governatori, vescovi, abbati, tribuni ed altri loro uffiziali, siccome era dianzi stato accordato da Carlo Magno suo padre. Leggesi ancora un privilegio, dato dai suddetti Angelo padre e Giustiniano figliuolo, chiamati per divinam gratiam venetae provinciae duces, a Giovanni abbate del monistero di s. Servolo nel mese di marzo, o di maggio, correndo l'indizione XII, cioè nell'anno presente, dove unitamente con Fortunato patriarca di Grado, e Cristoforo vescovo di Olivola, o vogliam dir di Venezia, e col popolo trasportano que' monaci nella chiesa di sant'Ilario presso il fiume Ima o Una, con varie esenzioni quivi espresse.


DCCCXX

Anno diCristo DCCCXX. Indizione XIII.
Pasquale papa 4.
Lodovico Pio imperadore 7.
Lottario imperadore e re di Italia 1.