Di strepitose novità fu feconda in questo anno la città di Costantinopoli. Già era mancato di vita nel precedente Barda patrizio, e cognato di Leone Armeno imperadore, forte di lui appoggio, ma fiero nemico e persecutore de' monaci, perchè nimico delle sacre immagini. Da meno di lui non era lo stesso imperador Leone nel promuovere l'eresia degl'iconoclasti; ma venne il flagello di Dio a visitarlo in quest'anno [Cedren. Leo Grammaticus, Zonaras et alii in Hist. Byz.]. Aveva egli condannato a morte Michele, cognominato Balbo, perchè scilinguato, da Amoria città della Frigia, suo capitan delle guardie e patrizio. Mentre questi era condotto al supplizio nella vigilia del Natale del Signore, saltò fuori l'imperadrice Teodosia tutta infuriata, perchè in giorno tale, in cui l'imperadore dovea prepararsi per la sacra comunione, si facesse giustizia, e ne impedì l'esecuzion per allora. Bastò questa dilazione, perchè gli amici di Michele congiurati trucidassero nel dì seguente in chiesa l'imperador suddetto, e poscia fatti eunuchi i di lui figliuoli, li cacciassero in un monistero, uno dei quali nulladimeno non vi arrivò perchè si morì di spasimo. Michele Balbo cavato di prigione coi ceppi tuttavia ai piedi, perchè la chiave stava in saccoccia dell'estinto Leone, andò a mettersi sul trono imperiale, e fu proclamato imperadore, e poscia pacificamente accettato da tutti: uomo per altro macchiato di non pochi vizii, infetto di un'eresia che riteneva i riti ebraici, e non mai degno di quella sublime dignità. Calamitoso ancora riuscì quest'anno a tutto il regno della Francia, perchè v'infuriò la peste sopra gli uomini ed anche sopra i buoi, con essersene attribuita troppo buonamente la cagione alle smoderate piogge che vi si provarono, le quali ancora guastarono sì fattamente i raccolti, che alla peste tenne dietro e si congiunse una terribile carestia. Fu accusato in quest'anno per attestato degli Annali de' Franchi [Eginhard., Annal. Francor. Annal. Franc. Bertiniani.], Gera conte di Barcellona di varii delitti, specialmente di fellonia, da un certo Sanilone. Perchè non vi erano chiare pruove del reato, secondo il pazzo costume d'allora, già da lungo tempo introdotto, si venne al giudizio di Dio, cioè al duello, figurandosi la semplicità della gente di que' tempi che Dio nel combattimento assistesse chi avea ragione, cioè tentando empiamente Dio con questi e con altri, ma men pericolosi esperimenti. Vivamente descrive Ermoldo Nigello [Ermold. Nigellus, lib. 3, P. II, tom. 2 Rer. Italic.], contemporaneo scrittore, il loro conflitto, fatto a cavallo (perchè amendue erano Goti di nazione) in un parco alla presenza dell'imperadore e di tutta la Corte, notando, fra le altre cose, che fu portata nel campo la bara in servigio di chi vi restasse morto. Toccò a Bera il disotto; ma il pio imperadore il sottrasse alla morte, se non che la caduta sua servì a condannarlo come se veramente fosse reo. Contentossi nulladimeno l'Augusto Lodovico di gastigarlo solamente coll'esilio in Roano. Stavano poi fitte in cuore d'esso imperadore le insolenze e la tracotanza di Liudevito duca della Pannonia inferiore, che gli s'era ribellato, siccome dicemmo. Tre eserciti dunque, raccolti dalla Sassonia, dalla Franconia, Alamagna, Baviera ed Italia, ordinò egli che nel medesimo tempo entrassero ostilmente nella Pannonia; uno dall'Italia per l'Alpi del Norico, un altro per la Carintia, e il terzo per la Baviera. Trovarono il primo e l'ultimo delle difficoltà ad entrarvi, parte per cagion delle montagne difese dai ribelli, e parte per l'opposizione del fiume Dravo, che conveniva valicare. Quello che s'inviò per la Carintia, ebbe più fortuna, benchè in tre luoghi se gli opponesse il nemico, che tre volte restò sbaragliato. Liudevito intanto si tenea forte in un castello inespugnabile della montagna, senza uscire in campagna, e senza parlar di pace. Unitosi poi insieme i tre eserciti, misero a ferro e a fuoco quasi tutta quella contrada. Alla testa dell'esercito italiano era Baldrico duca o pur marchese del Friuli. Nel ritorno a casa passando egli per la Carniola, que' popoli, qui Carcasovum fluvium habitant (si dee scrivere, qui circa Savum fluvium habitant) confinanti col Friuli, se gli arrenderono, ed altrettanto fece una parte della Carintia, che dianzi s'era data a Liudevito. In quest'anno ancora fu guerra in Ispagna contra di Abulaz re de' Saraceni. E nel mare d'Italia otto navi di mercatanti venendo dalla Sardegna in Italia, rimasero prese dai Saraceni, e affondate in mare. Gli Annali dei Franchi ci hanno taciuta una particolarità importante per l'Italia: cioè, che in quest'anno l'imperador Lodovico concedè al primogenito suo Lottario, già dichiarato imperadore nell'anno 817, il regno d'Italia. Ma questo fatto, siccome han dimostrato con varii esempli i padri Cointe, Mabillone e Pagi, abbastanza si raccoglie dall'epoca usata in varie carte sì entro che fuori d'Italia, che ebbe principio nell'anno presente. In pruova di ciò addurrò anch'io varie pergamene da me vedute, ed altre si possono vedere nelle mie Antichità italiche [Antiquit. Ital., Dissert. X.]. Il padre Pagi [Pagius, ad Ann. Baron.] crede che essa epoca avesse principio prima del dì ultimo di maggio dell'anno presente. Deduco io da un suo diploma, da me rapportato altrove [Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.], ch'essa era cominciata anche prima del dì 3 di febbraio, essendo quel documento dato III nonas februarias, anno, Christo propitio, imperii domni Hlotharii imperatoris XVIII, Indictione XV, cioè nell'anno 837, giacchè l'epoca dell'imperio denotava quella del regno. Dirò di più: puossi anche dubitare, per quanto proposi nelle Antichità italiane [Ibid., Dissert. X.], che tale epoca prendesse principio negli ultimi mesi dell'anno 819; sopra di che lascerò disputarne ad altri. Comunque sia, a noi basti di sapere che al regno d'Italia fu dato in quest'anno (se pur ciò non seguì nel precedente) un nuovo re, e questi fu Lottario, imperadore, il quale non andrà molto che vedremo venire a prenderne il possesso.


DCCCXXI

Anno diCristo DCCCXXI. Indizione XIV.
Pasquale papa 5.
Lodovico Pio imperadore 8.
Lottario imperadore e re di Italia 2.

Trovavasi a Nimega l'imperador Lodovico dopo Pasqua, ed ivi nella dieta dei suoi conti magnati confermò la partizion degli stati fra' suoi figliuoli, precedentemente da lui fatta nell'anno 817. Leggesi questa presso il Baluzio [Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1, p. 573.]. Di Lottario altro non è detto, se non che era stato dichiarato compagno e successore nell'imperio. Al re Pippino viene assegnata l'Aquitania, la Guascogna, la Linguadoca e la Marca di Tolosa con quattro altri comitati; a Lodovico re la Baviera, la Carintia, la Boemia, e ciò che apparteneva alla monarchia franzese nella Schiavonia e Pannonia. Comanda poi che i due minori fratelli non possano ammogliarsi [Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.], nè far pace o guerra senza il consiglio o consenso del fratello maggiore, cioè dell'imperadore Lottario. Colà arrivarono nello stesso tempo i legati di papa Pasquale cioè Pietro Vescovo di Cento Celle, oggidì Cività Vecchia, e Leone nomenclatore. Il suggetto di tale ambasciata restò nella penna agli storici. Furono essi prontamente ammessi all'udienza e rispediti. Fecesi ancora in quest'anno una spedizione degli eserciti nella Pannonia contra del ribello Liudevito duca, ed altro non si sa operato da essi, fuorchè l'aver dato il sacco dovunque arrivarono. Nel mese poi di ottobre nella villa di Teodone, essendo stata intimata colà una dieta generale, quivi il giovane imperador Lottario prese per moglie Ermengarda figliuola di Ugo conte [Eccard., Hist. Genealog. Domus Habsburg.], discendente da Eticone duca d'Alemagna: Qui erat de stirpe cujusdam ducis nomine Edith, scrive Tegano [Thegan., de Gest. Ludovici Pii, num. 28.]. Informato il romano pontefice che si aveano a celebrar queste nozze, vi spedì anch'egli i suoi legati, cioè Teodoro primicerio e Floro, che portarono dei gran regali agli Augusti sposi. E allora fu che il piissimo imperador Lodovico, mosso a compassione (probabilmente ancora per le istanze e preghiere del suddetto papa) verso gli esiliati a cagion della congiura del fu re d'Italia Bernardo, li fece venire alla sua presenza [Annal. Franc. Lauresham. Annal. Franc. Bertiniani.], nè solamente donò loro la vita e la libertà, ma eziandio fece loro restituire tutto quanto dei lor beni era venuto in potere del fisco. Negli Annali di Fulda più precisamente sta scritto che singulos in statum pristinum restituit. Di qui han preso giusto motivo il Puricelli, l'Ughelli e il padre Papebrochio di credere che Anselmo arcivescovo di Milano se ne tornasse alla sua cattedra, e morisse placidamente fra' suoi. Wolfoldo vescovo di Cremona (chiamato dall'Ughelli [Ughell., tom. 4 Ital. Sacr.], non so con qual fondamento modenese) scrive il medesimo autore che mancò di vita nell'esilio, ma senza addurne pruova alcuna. Teodolfo ancora vescovo d'Orleans fu partecipe di questo perdono; ma comune opinione è ch'egli poco ne godesse, e che terminasse da lì a non molto i suoi giorni. Anzi, se è vero quanto scrive Letaldo monaco miciacense [Letald., de Miracul. S. Maximini, cap. 13.], il veleno fu quello che il levò di vita, a lui dato da chi nel tempo di sua disgrazia avea occupati i suoi beni. Già dicemmo all'anno 814 che il celebre Adalardo, abbate della vecchia Corbeia, era stato per meri sospetti relegato in un monistero d'Aquitania. A lui pure fece grazia in quest'anno l'imperadore, e il rimise in possesso della sua badia. Avenne in questi tempi che Fortunato patriarca di Grado fu accusato da Tiberio suo prete presso l'imperador Lodovico d'infedeltà [Eginh., Annal. Franc. Annal. Franc. Bertiniani.], quasi che egli esortasse Liudevito duca dell'inferiore Pannonia a persistere nella sua ribellione, ed in oltre con inviargli de' muratori gli desse aiuto a fortificar le sue castella. Fu perciò citato che venisse alla corte. Mostrò egli a tutta prima prontezza ad ubbidire, e a tal effetto passò in Istria. Poscia, fingendo di andare alla città di Grado, ed occultato il suo disegno ai suoi stessi domestici, all'improvviso segretamente s'imbarcò, e portossi a Fara, città della Dalmazia, dove rivelò a Giovanni, governator della provincia per l'imperador greco, i motivi della sua fuga; e questi presane la protezione, non tardò a spedirlo per mare a Costantinopoli. Non ebbe contezza di questo fatto Andrea Dandolo nella sua Cronica di Venezia. Fu in quest'anno nel mese d'agosto tenuto un placito, ossia pubblico giudizio nella città di Norcia del ducato spoletino [Chron. Farfens.], da Aledramo conte, e da Adelardo e Leone, vassali e messi spediti da Lodovico magno imperadore, ad singulorum hominum causas audiendas et deliberandas. Aveano sessione nel medesimo giudizio Guinigiso e Gerardo duchi, Sigoaldo vescovo di Spoleti, Magio, Ittone e Liutardo parimente vescovi con altri abati, vassi e gastaldi. Aveva il suddetto Guinigiso duca di Spoleti confiscato ad regiam partem, cioè applicato alla camera del re d'Italia (il che la conoscere chi fosse il sovrano di Spoleti) i beni di un certo Paolo, che i monaci di Farfa pretendeano donati al loro monistero, ed anche posseduti da loro. La decision fu in favore d'Ingoaldo abate di Farfa. L'aver trovato nella carta di questo placito con Guinigiso duca Gerardo duca, diede, credo io, motivo a chi fece il catalogo dei duchi di Spoleti, anteposto alla Cronica farfense, di registrarlo fra i duchi di quella contrada; e tale l'hanno tenuto il padre Mabillone, il padre Pagi e l'Eccardo. Anzi il conte Campelli, siccome di sopra accennai, spacciò francamente per figliuolo di Guinigiso questo Gerardo duca. Io senza altre pruove non ardirei di asserirlo duca di Spoleti, perchè potè essere duca d'altro paese, ed essere capitato a Norcia per suoi affari; sapendo noi che s'invitavano ai placiti i più riguardevoli signori che quivi allora si trovavano. Abbiamo già veduto che nei vicini stati della Chiesa i governatori delle città portavano il titolo di duca. Nè di questo Gerardo si truova più menzione; ed essendo passato a miglior vita nell'anno seguente Guinigiso, duca indubitato di Spoleti, vedremo che gli succede Suppone, senza che più si parli di Gerardo. Però tali riflessioni fanno me andar guardingo a concedergli luogo fra i duchi di Spoleti. Al più si potrebbe sospettare che fosse stato duca di Camerino. Abbiamo poi dal Dandolo [Dandulus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Angelo Particiaco doge di Venezia, udita l'assunzione al trono imperiale d'Oriente di Michele Balbo, gli spedì per suo ambasciatore Angelo figliuolo di Giustiniano suo figliuolo, che avea per moglie una nobil donna per nome Romana. Ma questi giunto a Costantinopoli, da lì a pochi giorni s'infermò e morì.


DCCCXXII

Anno diCristo DCCCXXII. Indizione XV.
Pasquale papa 6.
Lodovico Pio imperadore 9.
Lottario imp. e re d'Italia 3.

Per attestato di Eginardo e d'altri antichi annalisti, l'anno fu questo in cui l'imperador Lodovico, trovandosi nella dieta di Attignì, che fu universale di tutto l'imperio, e v'intervennero anche i legati del papa, si riconciliò con Drogone, Teodorico ed Ugo, suoi fratelli bastardi [Hincmarus, de Divor. Lotharii Regis.], ch'egli nell'anno 818 avea forzati a prendere l'abito monastico. A Drogone diede nell'anno seguente il vescovato di Metz, ad Ugo varii monisteri, Teodorico verisimilmente col morir poco appresso non godè dei benefizii a lui pure compartiti o destinati dal fratello Augusto. Si accusò ancora pubblicamente il religiosissimo imperadore della crudeltà usata contra di Bernardo re d'Italia suo nipote, e di quanto aveva operato contra di Adalardo abate e di Walla suo fratello, personaggi illustri della real famiglia; e ne domandò e ne fece pubblica penitenza. Dopo la dieta di Attignì [Annal. Franc. Eginhard.] egli spedì l'Augusto Lottario suo primogenito al governo dell'Italia, e gli mise a' fianchi il suddetto Walla, già fatto monaco e Gerungo che era ostiariorum magister nella sua corte, acciochè essendo esso suo figliuolo tuttavia giovane ed inesperto, si regolasse negli affari del regno col loro consiglio. Questo Walla abate, nella vita di lui scritta da Pascasio Ratberto, e pubblicata dal padre Mabillone [Mabill., Saecul. Bened. IV, P. 1.], è chiamato paedagogus Augusti Caesaris; noi diremmo aio di Lottario imperadore. Son di parere il suddetto padre Mabillone [Idem, lib. 2. cap. 26, de Re Diplom.] e il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron.] che da questo ingresso di Lottario cominciasse un'altra epoca, che dicono incontrarsi in alcuni diplomi. Veramente nell'insigne archivio dell'arcivescovato di Lucca ho io vedute varie pergamene segnate con gli anni di esso imperador Lottario, postquam in Italiam ingressus est. Una di quelle fu scritta Anno XXVIII. Hlotharii imperatoris, postquam, ec. Indictione XIII, nono kal. martias, cioè nell'anno 850. Ma questa epoca pare dedotta dall'anno seguente 823, poichè in Lucca non si contavano peranche nel febbraio dell'anno presente gli anni di Lottario, ciò constando da un placito tenuto da due Scabini, dove son queste parole: Facta notitia judicati in regno Dno nro Hludovvic magni imperatoris, anno imperii ejus nono, mense aprile, Indictione quintadecima, cioè nell'anno 822, dove non si vede menzione di Lottario. Un'altra carta vidi scritta regnante. D. N. Hlothario imperatore Augusto, anno imperii ejus postquam in Italia ingressus est, trigesimo tertio, et figlio ejus D. N. Hludovvico idemque imperator, anno sexto, decimo kal. octobris, Indictione quarta. Un'altra ha le seguenti note: Anno XXV. Hlotarii imperatoris postquam in Italia ingressus est, V nonas martias, Indictione X, cioè nell'anno 847, a dì 3 di marzo. Questa epoca, che mi sembra dedotta dall'anno presente, non s'accorda colle precedenti; e però lascerò sopra di ciò disputare a chi ha più abbondanza di tempo.

Abbiamo a quest'anno le seguenti parole di Eginardo [Eginhardus, Annal. Franc.], alle quali son conformi quelle d'altri annalisti [Annales Franc. Bertiniani.]. Vinigisus dux spoletanus, jam senio confectus, habitu saeculari deposito, monasticae se mancipavit conversationi; at non multo post tactus corporis infirmitate decessit. In cujus locum Suppo Brixiae comes substitutus est. Sicchè nell'anno presente Guinigiso duca di Spoleti si fece monaco, e poco dappoi compiè il corso della sua vita, e in luogo suo fu sostituito dagl'imperadori Lodovico e Lottario Suppone conte di Brescia. Questo Guinigiso vien chiamato il secondo dal padre Mabillone [Mabillon., Annal. Benedictin., ad hunc ann.], perchè nel catalogo anteposto da me alla Cronica di Farfa si legge due volte Guinichus dux. Ma siccome ho di sopra avvertito, un solo Guinigiso governò quel ducato, e ciò a noi viene anche insinuato dal jam senio confectus. Il conte Campelli ed altri hanno poi creduto ch'egli non lasciasse dopo di sè prole maschile; ma il suddetto padre Mabillone pretende che restasse di lui un figliuolo similmente appellato Guinigiso; perchè in un placito tenuto nella città di Spoleti anno Ludovici et Lotharii imperatorum decimo et quarto, mense aprili, Indictione I, cioè nell'anno seguente 823, Ingoaldo abate di Farfa ricuperò una corte a lui usurpata da Guinigiso vasso dell'imperadore. Per chiarirsi meglio di ciò converrebbe aver sotto gli occhi il placito stesso, e vedere se questo Guinigiso è allora vivente; e quando sia vivo, se apparisca figliuolo del defunto duca Guinigiso, potendo altre persone fuori della di lui casa aver portato il medesimo nome. Per altro non è da fidarsi molto del catalogo suddetto, al vedere che in esso non è dipoi fatta menzione di Suppone, che senza fallo succedette in quel ducato. Secondo i sopraccitati Annali, in quest'anno ancora l'esercito d'Italia fu spedito contra di Liudevito duca ribello nella Pannonia. Costui, veggendo appressarsi le armi nemiche, abbandonata la città di Siscia, oggidì Sissec, posta alla sboccatura del Savo, si ricoverò appresso i Sorabi, creduti dall'Eccardo gli stessi che i Serbi, o Servi, da lì innanzi padroni della Servia. L'Astronomo [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.] scrive ch'egli ad quemdam principem Delmatiae venit. Ammesso da quel principetto in una sua città, il pagò da par suo di questo benefizio, perchè ammazzatolo s'impadronì della città medesima. Finalmente o pentito daddovero, o fingendosi pentito, mandò all'imperador Lodovico alcuni de' suoi a chiedere misericordia, con promessa ancora di comparire davanti a lui in persona. Ma il barbaro fu poscia nell'anno seguente ucciso da uno de' suoi: con che diede fine a tante sciagure per sua cagione accadute alla Pannonia. Abbiamo parimente dal Porfirogenneta [Constantinus Porphyrogenn. de Administr. Imper. cap. 22.] e dal continuator di Teofane [Continuator Chron. Theoph.], che i Saraceni, e, quel che può recar più maraviglia, i Saraceni di Spagna, s'impadronirono in quest'anno dell'isola di Creta. Credesi che i medesimi coll'aver quivi fabbricata la città appellata Candia, fecero col tempo mutare all'isola il nome. Avendo spedito Deusdedit vescovo di Modena un suo prete all'imperador Lodovico, ottenne la conferma de' privilegii conceduti al vescovato di Modena, ossia alla chiesa di san Geminiano, dai re longobardi, e dei beni spettanti alla medesima, fra' quali era un molino, quod pertinebat ad curtem regis civitatis Novae. Presso il Sillingardi e presso l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.], quel diploma è scorretto in molti siti, e specialmente nel fine. L'originale ha: Durandus diaconus ad vicem Fridugisi recognovi et subscripsi. Data sexto idus februarias, anno Christo propitio VIIII imperii domni Hludovici piissimi Augusti, Indictione XV. Actum Aquisgrani palatio regio.