Fu costretto ancora in quest'anno l'imperador Lodovico, per domare gli umori inquieti de' popoli della minore Bretagna, di portarsi con un potente esercito in quella provincia, insieme coi suoi due figliuoli Pippino e Lodovico. Secondo gli abusi di que' tempi, anche i vescovi, gli abati ed altri ecclesiastici, che aveano de' vassalli, erano obbligati ad intervenirvi coll'armi. E v'intervenne appunto anche Ermoldo Nigello monaco, anzi per quanto portano le conghietture, abbate di Aniana, che racconta [Ermold. Nigellus, lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] quella guerra, con protestar nondimeno di non aver combattuto, nè sparso il sangue d'alcuno, e con aggiungere un motto faceto del re Pippino, che al vedere la bella figura di questo buon monaco guernito d'armi, non potè contener le risa, e gli disse che andasse a studiar lettere; che questo era il suo mestiere, e non già il maneggiar armi. Ecco le sue parole:

Hic egomet scutum humeris ensemque revinctum

Gessi, sed nemo me feriente dolet.

Pippin hoc aspiciens, risit, miratur et infit:

Cede armis, frater, literam amato magis.

Questi erano i bei costumi d'allora, che durarono anche dipoi gran tempo al dispetto di tutte le doglianze de' sommi pontefici e de' concilii, e benchè Carlo Magno avesse promesso di esentar gli ecclesiastici della guerra. Per più di quaranta giorni fu devastata la minore Bretagna, tanto che quel popolo s'indusse alla sommessione e a dar degli ostaggi per sicurezza delle loro promesse. Vennero nel novembre di quest'anno all'udienza dell'imperador Lodovico [Annales Franc. Eginh. Annal. Franc. Bertin., ec.] in Roano i legati di Michele Balbo imperadore d'Oriente, per confermar la pace fra l'uno e l'altro imperio, e gli presentarono varii regali per parte del loro padrone. Si servì di questa congiuntura Fortunato patriarca di Grado per venire anch'egli da Costantinopoli a trovar lo imperadore desideroso d'essere rimesso in sua grazia. Ma quegli ambasciatori nulla parlarono in favore di lui; ne parlò ben egli; ma l'imperadore il rimise al papa, come a giudice competente dei suoi pari. Secondochè scrive il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]: questo patriarca terminò il corso della sua instabile vita in Francia, e lasciò per testamento alla chiesa di Grado molti ricchi arredi ch'egli aveva acquistati nelle varie sue vicende. Suo successore nel patriarcato di Grado fu Venerio, nato in Rialto, ossia nella nuova Venezia, che rifabbricò in Grado molte chiese malcondotte dalla lor vecchiaia. Suppone, già da noi veduto duca di Spoleti, godè per poco tempo della sua fortuna, perchè per attestato degli Annali de' Franchi, mancò di vita in quest'anno. Trovavasi allora in Italia a rendere giustizia ai popoli per ordine degl'imperadori Adalardo conte del palazzo, appellato il Minore. A lui fu conferito quel ducato; ma appena passarono cinque mesi che anch'egli sloggiò da questa vita. In suo luogo venne dichiarato duca di Spoleti Mauringo ossia Moringo, conte di Brescia, che vedemmo nell'anno precedente delegato anch'esso dall'imperador Lodovico insieme col suddetto Adalardo. Strana cosa parve che appena ricevuta la nuova della dignità a lui conferita, cadde infermo, e passò similmente al paese dei più. Pensa il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.] che a lui succedesse nel governo di Spoleti Guido I, ossia Guidone o Widone; ma di ciò parleremo più abbasso. Nè vo' lasciar di dire che i legati dell'imperador greco portarono all'Augusto Lodovico lettere del loro padrone, dove si trattava del culto delle sacre immagini, contra le quali esso Michele imperadore palesemente s'era dichiarato, per veder di tirare nel suo partito il regno de' Franchi. Lodovico poscia inviò tutti costoro a Roma, acciocchè di questo affare risguardante la Chiesa ne fosse giudice il solo romano pontefice. Se vogliam credere ad essi Greci, molte superstizioni e molti abusi s'erano introdotti nella venerazion delle immagini. Ora Lodovico a cui dispiaceva la dissension della Chiesa per questo affare, spedì anch'egli al papa i suoi legati, con chiedergli licenza di tener delle conferenze coi vescovi per disaminar questo punto, benchè già deciso nel concilio niceno II.


DCCCXXV

Anno diCristo DCCCXXV. Indizione III.
Eugenio II papa 2.
Lodovico Pio imperadore 12.
Lottario imperadore e re di Italia 6 e 3.

Fu in fatti nel novembre dell'anno presente tenuta in Parigi una copiosa conferenza di vescovi per riconoscere, se culto si dovesse, e quale, alle sacre immagini, e si trovarono que' prelati conformi in alcuni punti alla dottrina della Chiesa romana, stabilita nel suddetto concilio di Nicea, ma discordi in altri. Essendo fuori dell'assunto, ch'io ho preso, una tal controversia, rimetto i lettori bramosi di prenderne conoscenza, a quanto sopra di ciò hanno scritto il cardinal Baronio [Baron., Annal. in Eccl.], il padre Mabillone [Mabill., Praef. p. 1. Saecul. IV, Benedictio.] e il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad hunc annum.], e alla storia ecclesiastica del Fleury. Mentre l'imperador Lodovico era in Aquisgrana, vennero a trovarlo gli ambasciatori de' Bulgari per metter fine alle dispute de' confini fra la loro nazione e i Franchi. Segno è questo che il dominio dei Franchi si stendeva ben oltre nella Pannonia, mentre arrivava sino ai confini della Bulgaria. Tuttavia potrebbe essere che i Bulgari occupassero allora un paese più vasto della Bulgaria moderna da noi conosciuta, e che potessero anche sì fatte liti essere state dalla parte della Schiavonia. L'imperadore, come conveniva, rispose con sue lettere al re dei Bulgari; ma per ora non seguì accordo alcuno fra loro. Conchiuse egli bensì un trattato di pace coi Danesi, e inoltre destinò varii messi per diverse parti della sua monarchia con ordine di procurar l'onore delle chiese e la giustizia fra i popoli. Leggonsi tuttavia presso il Baluzio [Baluz., Capitular. Reg. Franc. tom. 1.] le Istruzioni sue premurose e giuste, a tale effetto pubblicate in un capitolare. Finquando vivea papa Pasquale, Claudio vescovo di Torino, di nazione spagnuolo, avea cominciato a riprovar la venerazione delle sacre immagini e delle relique, e i pellegrinaggi della gente pia. Si sa che esso papa era in collera contra di lui. Da che Pasquale fu chiamato da Dio a miglior vita, si diede Claudio a scrivere pubblicamente contro la dottrina della Chiesa. Non si può negare, costui era uomo dotto, ma pieno di superbia e di presunzione: chiamava asini tutti i vescovi d'Italia. Scrisse a Teodemiro abbate in Francia per persuadergli i suoi sentimenti; ma l'abbate, lungi dall'accordarsi con lui, modestamente riprovò gli erronei di lui sentimenti. Di più non vi volle perchè Claudio acceso di collera facesse un insolente risposta in difesa de' suoi errori. Dalla Cronica farfense [Part. II, tom. 2 Rer. Ital.] apprendiamo avere papa Eugenio donate al monistero di Farfa due masse, appellate l'una Pompeiana, e l'altra Belagai, poste infra nobilissimam urbem romanam: il che ci fa conoscere che entro Roma stessa si trovavano dei buoni poderi coltivabili. Ingoaldo abbate ne cercò in quest'anno la conferma da Lottario imperadore, come costa dal suo diploma, dato secundo kalendas junias, anno, Christo propitio, imperii serenissimi domni Ludovici Augusti XII, regnique Lotharii gloriosissimi imperatoris in Italia III, Indictione III Actum Olonna palatio regio, cioè nell'anno presente. Dura tuttavia il nome di corte Olonna nel distretto di Pavia in vicinanza del fiume Olonna non lungi dal Po. Era una volta luogo di delizie dei re d'Italia con palazzo per la villeggiatura; e quivi furono dati varii loro diplomi. Oggidì appartiene ad un generoso signore della casa d'Este, cioè a don Carlo Filiberto d'Este, principe del sacro romano imperio e marchese di san Martino. Circa questi tempi per attestato del Dandolo [Dandolus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], i dogi di Venezia spedirono Giusto prete per loro legato, unitamente con Pietro diacono di Venerio patriarca di Grado, agl'imperadori Lodovico e Lottario, ed ottennero la conferma delle esenzioni de' beni spettanti alla chiesa di Grado nel regno d'Italia. Trovavasi l'Augusto Lottario in Marengo, corte regale in Lombardia, nel febbraio dell'anno presente, ed ivi con suo diploma [Antiquit. Italic., Dissertat. XXXVII, p. 577.] assegnò un monistero in ricompensa d'uno spedale di pellegrini tolto all'insigne monistero della Novalesa. Erano negli antichi secoli frequentissimi gli spedali per alloggiare i pellegrini, tanto nelle città che fuori, e massimamente nei passaggi delle montagne e de' fiumi perchè le osterie, sì usate oggidì, erano allora cose rare. Però pochi monisteri di monaci e canonici regolari si contavano una volta che non avessero di sì fatti caritativi alberghi; per nulla dire di tanti altri istituti per gl'infermi, per gli fanciulli esposti, per gli vecchi ed altri poverelli: del che ho io trattato nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Italic., Dissert. XXXVII, pag. 577.].