DCCCXXVI
| Anno di | Cristo DCCCXXVI. Indizione IV. |
| Eugenio II papa 3. | |
| Lodovico Pio imperadore 13. | |
| Lottario imperadore e re di Italia 7 e 4. |
Tenne in quest'anno papa Eugenio un concilio in Roma riferito in parte dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.] ed interamente poi dall'Olstenio e dal Labbe [Labbe, Concilior., tom. 7.]. Si dice ivi raunata quella sacra assemblea, imperante domino nostro piissimo Augusto Hludovico a Deo coronato magno imperatore, anno XIII, et post consulatum ejus anno XIII, et Hlothario novo imperatore ejus filio anno X, Indictione IV (probabilmente sarà stato ivi scritto Indictione V, cominciata nel settembre) mensis novembris die XV. Si vede qui praticato per gl'imperadori d'Occidente lo stesso stile che si usava nei tempi addietro per gli greci Augusti, allorchè erano padroni di Roma. Merita anche osservazione l'epoca di Lottario Augusto presa non già dall'anno della coronazione romana 823, ma bensì dalla sua prima elezione dell'anno 817. A questo concilio intervennero sessantatrè vescovi, e furono fatti trentotto canoni. Fra l'altre cose dice il pontefice d'aver inteso come in alcuni luoghi non si trovavano maestri di lettere, e che di ciò niuno prendeva cura. Il perchè ordina che in tutti i palazzi dei vescovi e in tutte le pievi, cioè nelle case de' parrochi di villa e negli altri luoghi, dove occorra il bisogno, vi sia chi insegni le lettere e l'arti liberali, e spieghi la divina Scrittura. C'era quest'obbligo anche prima, e Carlo Magno ebbe anche egli a cuore che non meno in Francia e Germania, che in Italia rifiorisse lo studio delle lettere. Ma in che stato fosse allora per questo conto l'Italia, e ciò che allora insegnassero i maestri, lo vedremo all'anno susseguente. In esso concilio ancora fece premura il papa perchè dappertutto s'introducesse l'istituto dei canonici, e della vita loro comune in chiostro unito alle cattedrali. Sappiamo eziandio dagli Annali de' Franchi [Annal. Franc. Lauresham. Auct. Vit. Ludovici Pii.], che nell'anno presente furono spediti da papa Eugenio all'imperador Lodovico due nunzii, cioè Leone vescovo di Selva Candida e Teofilatto nomenclatore; ma senza essere a noi pervenuto il motivo e soggetto di quest'ambasceria. Vi tornò ancora un legato del re de' Bulgari, e questi, giacchè non era anche decisa la controversia de' confini, fece nuove istanze per determinarle senza maggior dilezione, altrimente protestava che cadauno difenderebbe coll'armi ciò che possedeva. Andò l'imperadore tirando in lungo le risposte, perchè v'era qualche sentore che il re suddetto in questo mentre fosse stato ucciso o cacciato dal regno; e per chiarirsene inviò Bertrico, conte del palazzo, a Baldrico, duca o marchese del Friuli, e a Geroldo, conte della Carintia, con ordine d'informarsene. Si trovò falsa la voce: però l'imperadore rispedì quel legato, ma però senza lettere.
La funzione più riguardevole dell'anno presente nella corte dell'augusto Lodovico fu la venuta di Erioldo ossia Exoldo, re di Danimarca, colla moglie ed un figliuolo ad Ingeleim, presso al Reno, dove esso imperadore tenne una gran dieta. Aveva Ebbone, arcivescovo di Rems, esortato questo re pagano ad abbracciar la fede di Gesù Cristo, e a questo fine venne egli a trovar l'imperadore; ma vel trassero anche dei riguardi politici, mentre non si sentiva egli sicuro sul trono per la concorrenza de' figliuoli del re Gotifredo, e potea molto giovargli la protezione e l'aiuto dell'imperadore. Ermoldo Nigello abbate, il cui poema, ricavato dalla biblioteca cesarea, ho io dato in luce [Ermold. Nigell., lib. 4, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], descrive minutamente questo avvenimento, di cui sembra essere stato spettatore, cioè tutta la solennità del ricevimento d'esso Erioldo: il battesimo a lui conferito, alla moglie ed al figliuolo; la sua coronazione, e i regali a lui presentati da Lodovico, a sua moglie dall'imperadrice Giuditta, e a suo figliuolo da Lottario Augusto; e una sontuosa caccia fatta in tal occasione col convito di campagna preparato dall'imperadrice. Terminate queste funzioni, Erioldo sottopose il regno suo danese all'imperio romano, con giurar fedeltà all'Augusto Lodovico. Finalmente accompagnato da Anscario monaco, il quale col tempo divenne vescovo di Amburgo ed apostolo del Settentrione, ed ora veniva destinato a predicar la religione di Cristo nelle di lui contrade, s'incamminò verso la Danimarca, dove, per quanto si ha dall'antico storico di quel regno [Saxo Grammat., lib. 9 Hist. Dan.], da lì a qualche tempo abiurò la credenza e i riti del Cristianesimo, mancando di fede a Dio e all'Augusto suo benefattore; Degnissima ancora di memoria, e non senza ragione, parve agli scrittori d'allora l'introduzione in Occidente di far gli organi da fiato. Fin qui era stata ristretta nei Greci, che forte se ne gloriavano; e chi volea degli organi anche in Italia, li facea venir fatti di colà. Fin dall'anno 757 Costantino imperador de' Greci ne inviò uno in dono a Pippino re di Francia: e questo sonato empiè di maraviglia i Francesi. Noi, avvezzi ad udir sì fatte ingegnosissime macchine, non ce ne stupiamo ora punto; ma se per la prima volta ne udissimo una, tasteggiata da qualche buon maestro, l'ammireremmo ancor noi al pari di quelli. Dissi che il saper fabbricare di questi organi era mestiere allora affatto ignoto in Occidente. Accadde, che tornando alla corte imperiale Baldrico duca del Friuli [Annales Franc. Eginhardi. Annal. Franc. Fuldenses, etc.], per informar l'imperadore delle diligenze da sè praticate per risaper lo stato dei Bulgari, menò seco un prete veneziano, per nome Giorgio, il quale si esibì pronto a lavorar di questi organi. Accettata ben volentieri una tal proposizione, l'imperadore il mandò ad Aquisgrana, con ordine di somministrargli tutto il bisognevole. L'opera fu compiuta, e perciò essendosi in quelle parti introdotta quest'arte, che s'andò poi sempre più dilatando, non ci fu più bisogno da lì innanzi di ricorrere alla Grecia per arricchir d'organi i sacri templi. Ebbe il suddetto Giorgio prete in ricompensa una badia in Francia. Siccome fu detto di sopra, era divenuto duca, ossia principe di Benevento Sicone. Radelchi, o vogliam dire Radelgiso, che tanto avea cooperato alla di lui esaltazione, per qualche tempo fu uno de' suoi favoriti. Nulla d'importante, per quanto scrive l'Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan. Paralipomen., P. II, tom. 2 Rerum Italicarum.], si faceva in quella corte senza il parere di esso Radelgiso. Ma ritrovandosi egli al suo governo di Conza, e venutogli all'orecchio che Sicone senza partecipazione sua avea presa non so qual risoluzione, se l'ebbe a male, e gli scappò detto: Poco fa io ho tolto di mezzo il falcone (cioè Grimoaldo Storesaiz duca, da lui ucciso), mi resta anche la volpe (cioè Sicone). Non cadde in terra questo motto, e fu rapportato ben tosto al principe Sicone, che con grande amarezza l'ascoltò, e cominciò a pensar le vie di fortificarsi con delle parentele contro ai disegni di Radelgiso. Per questo maritò tre sue figliuole con tre de' più nobili e potenti beneventani.
Allora fu che Radelgiso, il quale dianzi si teneva in pugno le nozze d'una di quelle principesse con un suo figliuolo, non solamente conobbe perduta per lui questa fortuna, ma eziandio si avvide di essere caduto di grazia, e si riputò come perduto. Però si appigliò al partito di abbandonare il mondo, per motivo, diceva egli, di far penitenza dell'omicidio commesso nella persona del suo principe, e ne ottenne licenza da Sicone, il quale fece vista di concederla mal volentieri. Raccomandatogli il figliuolo, si cinse al collo una catena; e presa questa da un suo famiglio, si fece condurre al monistero di Monte Casino, e quivi con assai gemiti e lagrime chiese l'abito monastico, che non gli fu negato. Sì l'Anonimo salernitano che Erchemperto [Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], monaci amendue, raccontano cose grandi della sua penitenza, e v'aggiungono anche de' miracoli. Fecesi monaca anche sua moglie in un monistero fuori di Conza, e menò vita santa. Ora Sicone, che da Erchemperto ci vien dipinto per uomo bestiale e troppo pesante ai Beneventani, e dal suddetto Anonimo, per lo contrario, uomo mansueto e liberale: attaccò lite coi Napoletani, che tutta la potenza de' Longobardi non avea mai potuto sottomettere, e fece loro un'aspra guerra per più anni, con assediar Napoli per mare e per terra. Convien credere che già questa cominciasse molto prima dell'anno presente, e che quel popolo si trovasse anche a mal partito, perchè sappiamo dal sopraddetto Erchemperto che i Napoletani furono costretti a ricorrere a Lodovico imperadore. Gli Annali dei Franchi appunto notano sotto quest'anno che in Aquisgrana sì presentarono all'udienza dell'imperadore i legati dei Napoletani, i quali, ricevuta che ebbero la risposta, se ne tornarono a casa loro. Forse ottennero qualche lettera di raccomandazione al duca di Benevento. Ma che non per questo cessasse la guerra, o la molestia al loro territorio, lo conosceremo andando innanzi. Non si può ben chiarire la cronologia dei duchi di Napoli; tuttavia sappiamo da Giovanni Diacono [Johann. Diac., in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.], scrittore di questi tempi, che Teofilatto circa il principio di questo secolo governava quella anche allora potente città. A lui succedette Antimo, dopo la cui morte non accordandosi i Napoletani nell'elezione del duca (ed aveano essi il gius di eleggerlo), stimarono meglio di prendere uno straniero che un lor cittadino pel governo. Spediti dunque dei messi in Sicilia, fecero venire di colà un greco Teottisto, e il costituirono maestro de' militi, cioè generale dell'armi loro. I rettori di Napoli erano in que' tempi chiamati ora duchi, ora consoli, ora maestri de' militi: tre nomi che significavano il governatore, ossia principe di Napoli, il quale nondimeno riconosceva per sovrano l'imperadore de' Greci. Teottisto ebbe per successore Teodoro, decorato del titolo di protospatario da esso imperadore. Costui fu cacciato via dai Napoletani, e sustituito in suo luogo Stefano nipote di Stefano dianzi vescovo di quella città. Per attestato del medesimo Giovanni Diacono, ai tempi di questo duca Stefano, Sicone principe di Benevento mosse guerra a Napoli, ansioso di conquistare quella nobilissima città ed arrecò infiniti danni a quei contorni. Fingendo poscia di dar mano ad un trattato di pace, inviò entro la città i suoi legati con ordine di guadagnar con danari alcuni de' principali del popolo: il che loro venne fatto. Presentatosi Stefano davanti alla chiesa di santa Stefania, per conchiudere il trattato, quivi fu ucciso dai congiurati su gli occhi dei legati beneventani. Ma costoro ne furono ben pagati dalla giustizia di Dio, perchè creato immantinente duca Buono, cioè uno degli stessi uccisori, egli da lì a poco parte de' suoi complici fece abbacinare, e parte ne cacciò in esilio. Era costui Buono di nome, scellerato di fatti. Cominciò tosto ad aggravare e malmenare il clero e i beni delle chiese di Napoli: e perciocchè Tiberio, vescovo della città, gli minacciava l'ira di Dio, il fece prendere e confinare in una dura prigione, dove il tenne vivo gran tempo a pane ed acqua. Forzò dipoi Giovanni ad accettar l'elezione di lui fatta di successore nel vescovato, minacciandolo che, se ricusava, avrebbe fatto mozzare il capo al tuttavia vivente Tiberio vescovo. Non durò il ducato di Buono se non che un anno e mezzo; e tuttavia esiste l'epitaffio suo rozzissimo presso Camillo Pellegrino, che il fa morto nell'anno 834. Epitaffio nondimeno composto da qualche poeta col privilegio di poter dire delle bugie.
DCCCXXVII
| Anno di | Cristo DCCCXXVII. Indiz. V. |
| Valentino papa 1. | |
| Gregorio IV papa 1. | |
| Lodovico Pio imperad. 14. | |
| Lottario imperadore e re di Italia 8 e 5. |
Accadde nel mese d'agosto la morte del buon papa Eugenio II, poche memorie del quale per negligenza di que' tempi son giunte a nostra notizia, essendo stata troppo breve la vita di lui, che ci resta presso Anastasio bibliotecario. Successore nella cattedra di s. Pietro fu immediatamente con rara concordia di tutti eletto Valentino diacono, oppure arcidiacono, senza che apparisca [Annal. Franc. Eginhardus.] che si aspettasse approvazione alcuna degl'imperadori o de' loro ministri. Di questo pontefice erano insigni le virtù, annoverate dal suddetto Anastasio [Anastas, in Vit. Valentini.], ed egli degno ben era di lunga vita; ma non passò un mese che Dio sel tolse, con dolore di tutti i Romani. Si venne adunque ad una nuova elezione, e i voti di tutto il clero e popolo romano concorsero nella persona di Gregorio IV, parroco, ossia cardinale di s. Marco, la cui pietà e carità verso i poveri, con assaissimi altri pregi, gli servirono di raccomandazione per conseguire la cattedra di s. Pietro. Dissi che tutti concorsero, ma se ne dee eccettuare uno, cioè Gregorio stesso, che, per quanto potè, ripugnò ad accettar sì fatta elezione. Abbiamo poi da Eginardo, che questi electus, sed non prius ordinatus est, quam legatus imperatoris Romam venit, et electionem populi, qualis esset, examinavit. Ecco dunque che cominciamo a vedere verificato il decreto attribuito a papa Eugenio secondo e Lottario Augusto intorno al divieto di consecrare il pontefice eletto senza l'assenso dell'imperadore o de' suoi ministri, con potersi dubitare che ciò ancora si osservasse nell'elezione di Valentino, perchè, forse in Roma, si trovava il legato imperiale che acconsentì. L'autore della vita di Lodovico Pio scrive [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.] che fu eletto esso Gregorio, dilata consecratione ejus usque ad consultum imperatoris. Quo annuente et electionam cleri et populi probante, ordinatus est in loco prioris. Facevano gran rumore in Italia e in Francia gli scritti di Claudio vescovo di Torino contro il culto delle sacre immagini. Presero perciò la penna per confutare i di lui errori Dungalo monaco, e poi Giona, vescovo di Orleans. Il padre Mabillone [Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc ann.] cercando chi fosse questo Dungalo, autore del libro de Cultu imaginum, inclinò a crederlo monaco nel monistero di s. Dionisio in Francia, e lo stesso che un Dungalo rinchiuso, cioè, secondo il costume durato per molti secoli, chiuso spontaneamente fra quattro mura, talvolta con un contiguo orticello, o con un oratorio, per servire a Dio in un sì stretto albergo; del qual Dungalo restano tuttavia alcuni versi. Abbracciò anche il padre Pagi [Pagius. ad Ann. Baron.], con altri, questa conghiettura, ch'io ho già dimostrato non reggere alle pruove. Cioè nelle annotazioni [Rer. Ital. P. II, tom. 1.] alle giunte delle leggi longobardiche, e molto più nelle Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.] ho dimostrato che Dungalo, monaco, di nazione veramente scoto, come immaginò il suddetto padre Mabillone, abitava non già in Francia, ma in Italia nella città di Pavia, e quivi era maestro di scuola, inviatovi dall'imperador Carlo Magno, affine d'insegnar le lettere in quella real città. Ciò costa dal capitolare di Lottario Augusto, da me dato alla luce, di cui parleremo più a basso, e da altre memorie. La di lui vicinanza a Torino il mosse ad entrare in aringo contra del suddetto prosuntuoso prelato. Leggesi anche una lettera di questo Dungalo, pubblicata dal padre Dachery [Dachery, in Spicileg.], e indirizzata a Carlo Magno nell'anno 811, in risposta alle interrogazioni fatte da quel glorioso principe intorno a due eclissi del sole accaduti nell'anno 810. Frequenti poi aveano cominciato ad essere le traslazioni de' corpi santi da Roma in Francia e Germania, paesi che ne scarseggiavano. Varie se ne raccontano, che io tralascio, e solamente osservo che strepitosa fu nell'anno presente quella dei santi Marcellino e Pietro, procurata da Eginardo abate di vari monisteri in Germania, e quello stesso a cui siam tenuti della vita di Carlo Magno e, per quanto si crede, degli Annali dei Franchi. Furono que' sacri corpi rubati ed asportati dalla chiesa di s. Tiburzio di Roma. Si contano grandi miracoli succeduti in simili traslazioni. E però non si può dire quanto fossero avidi di queste caccie allora i pii Oltramontani. Usavano frodi, spendevano somme d'oro, nè lasciavano arte alcuna per giugnere ad arricchir di sacre reliquie le lor chiese e monisteri; e di qui presero talvolta occasione i furbi e falsarii di burlar la divozion di essi con reliquie insussistenti e finte. E di qui parimente è venuto che alcune chiese di Francia e Germania si gloriano di possedere i corpi d'alcuni santi insigni, come di s. Gregorio, di s. Sebastiano e simili, che pure in Roma si credono tuttavia seppelliti. Ebbe la Catalogna in quest'anno delle fiere vessazioni dai Mori, ossia dai Saraceni della Spagna, e quantunque vi accorressero con forte armata i Franzesi, pure in vece di vittorie ne riportarono vergogna, e le campagne di Barcellona e Girona ne rimasero devastate. Nel mese di settembre [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.] giunsero a Compiegne, dove si trovava l'imperador Lodovico, i legati di Michele imperador dei Greci, per confermar la lega ed amicizia. Portarono dei regali; ma anch'essi furono nobiliter suscepti, opulentissime curati, liberaliter munerati. Essendo morto in quest'anno [Dandolus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.] Angelo Particiaco ossia Participazio, doge di Venezia, Giustiniano suo figliuolo, molto prima dichiarato doge, continuò a governar que' popoli, ed ottenne da Michel Balbo imperador dei Greci il titolo di console imperiale. Bramando Masenzio patriarca d'Aquileia di ridurre all'antica ubbidienza della sua Chiesa quella di Grado, siccome ancora le altre dipendenti da esso patriarca di Grado, ed assistito dal favor di papa Eugenio e de' regnanti Augusti, ottenne che raunasse in quest'anno un concilio di molti vescovi nella città di Mantova. La sentenza fu quale egli la desiderava, e gli atti di quella sacra adunanza si leggono pubblicati dall'accuratissimo padre Bernardo Maria de Rubeis [De Rubeis, Monu. Eccl. Aquilejens. cap. 47.]. Ma nè più nè meno continuò il patriarcato di Grado a sussistere, non ostante lo sforzo in contrario di quello d'Aquileia.