Secondo gli Annali bertiniani [Annal. Franc. Bertiniani.], Sigeberto [Sigebertus, in Chron.], Mariano Scoto [Martianus Scotus, in Chron.] ed altri antichi storici, diede fine a' suoi giorni nell'anno presente Gregorio IV papa. Ciò avvenne, per quanto han creduto il Sigonio, il Panvinio e il padre Pagi, nel dì 25 di gennaio. Anastasio [Anast. Biblioth., in Gregor. IV.], o qualunque sia l'autore della sua vita, ci dà ragguaglio delle fabbriche da lui fatte, e dei copiosi donativi ch'egli offerì a Dio in varie chiese. Ma è ben da dolersi che per lo più gli antichi scrittori delle vite de' papi, raccolte da Anastasio, altro non ci sappiano contare, se non i risarcimenti, o regali da lor fatti ai sacri templi. Le azioni loro, che ben più lo meritavano, quelle erano che s'aveano da tramandare ai posteri, e che noi ora desideriamo, ma indarno. Così le poche croniche antiche de' riguardevoli monisteri d'Italia si riducono ad una gran fila d'acquisti, di livelli, o di liti per beni temporali, lasciando quel che più importava, cioè la virtù e le geste lodevoli degli abbati e de' monaci d'allora, se pur di queste vi era abbondanza. Nella cattedra di s. Pietro ebbe Gregorio IV per successore Sergio II, che fu consecrato nel dì 10 di febbraio. Ma perchè contro i patti seguì questa consecrazione, cioè senza l'imperial beneplacito (al che non sapevano accomodarsi i Romani), Lottario Augusto ne fece del risentimento, ed inviò a Roma il suo primogenito Lodovico coll'armata. Gli Annali bertiniani, dopo aver narrata l'elezione di papa Sergio, seguitano a dire [Annal. Franc. Bertiniani.]: Quo in sede apostolica ordinato, Lotharius filium suum Hludowicum Romam cum Drogone Mediomatricorum episcopo dirigit, acturos, ne deinceps, decedente apostolico, quisquam illic praeter sui jussionem, missorumque suorum praesentiam, ordinetur antistes. Qui Romam venientes, honorifice suscepti sunt. È vero che furono onorevolmente ricevuti; ma Anastasio [Anast., in Vita Sergii II.] vi aggiugne altre particolarità taciute dagli Annali. Cioè, che arrivato l'esercito imperiale alla prima città degli stati ponteficii, cominciò a far provare lo sdegno dell'imperadore a quegli innocenti popoli, con uccidere moltissime persone, talmentechè, spaventata la gente, chi qua e chi là correva a nascondersi. Un sì bestial trattamento seguitò per tutto il loro viaggio fino al ponte della Cappella, dove fattosi un nero temporale, vi perirono coti dai fulmini alcuni de' familiari di Drogone vescovo di Metz. Ne restarono bensì atterriti i Franzesi, ma non perciò deposero la loro ferocia, e con quel mal animo pervennero nelle vicinanze di Roma. Quasi nove miglia fuori della città papa Sergio mandò incontro tutti i giudici a Lodovico, il quale verisimilmente era già stato prima dichiarato re d'Italia da Lottario Augusto suo padre; e questi colle bandiere e con acclamazioni l'accolsero. Essendo poi presso alla città quasi un miglio, gli fecero un bell'incontro le scuole della milizia, cantando le lodi, e parimente vennero ad incontrarlo tutte le insegne del popolo (sicut mos est imperatorem aut regem suscipere) alla vista delle quali si rallegrò il re Lodovico. Stava ad aspettarlo il buon papa nell'atrio della basilica vaticana con tutto il clero e popolo romano, ed arrivato Lodovico, si abbracciarono et tenuit idem Ludovicus rex dexteram antedicti pontificis. Arrivarono in quella maniera alle porte della basilica, che tutte il pontefice avea fatto serrare, ed allora il pontefice interrogò il giovane re, s'egli veniva con mente pura e con sincera volontà, e per salute del pubblico e della città e di quella chiesa: perchè, se così era, esso papa comanderebbe che s'aprissero le porte: altrimenti non aspettasse da lui ordine alcuno di aprirle. Rispose il re d'essere venuto con buona intenzione, e senza pensiero di alcuna malignità. Allora fece il pontefice spalancar le porte, ed entrarono amendue col clero e con tutti i vescovi, abbati, giudici, ed altri Francesi venuti col re; giunti alla tomba di s. Pietro, prostrati venerarono il suo corpo; e dopo avere il papa recitata l'orazione, tutti usciti della chiesa, andarono a riposar ne' palagi preparati entro la città. Restò fuori di Roma l'esercito franzese, che nei giorni appresso recò non pochi danni ai borghi, e forse perchè non era preparato il foraggio, segò tutti i prati e i seminati. Corse poi voce che volevano entrare in Roma, e quivi prendere alloggio, onde il papa fece ben chiudere e fortificare le porte della città. Poscia nel dì 15 di giugno, giorno di domenica, raunati nella basilica vaticana tutti gli archivescovi, vescovi e baroni venuti col re, insieme con tutta la nobiltà romana, papa Sergio colle sue mani unse coll'olio santo esso Lodovico figliuolo dell'imperador Lottario, gli mise in capo una preziosissima corona, e la spada regale al fianco, con proclamarlo re de' Longobardi, ossia d'Italia. Celebrata poi messa solenne, tutti con gran festa se ne tornarono in Roma.
E di qui possiamo intendere che non per anche era introdotto l'uso della corona ferrea, nè la coronazione del regno d'Italia in Milano, Monza e Pavia, siccome giovane provai in un'operetta intorno a questo argomento [Anecdot. Lat. tom. 2. Append.]. Ebbe principio da questo giorno l'epoca del regno d'Italia di esso Lodovico II re. Seguì poi ne' giorni seguenti un lungo contrasto fra il papa e il vescovo di Metz Drogone, assistito, come dice Anastasio, da Gregorio (si dee scrivere Giorgio) arcivescovo di Ravenna, da Angilberto arcivescovo di Milano, e da una frotta di altri vescovi e conti del regno d'Italia, senza che se ne dica il suggetto. Solamente narra Anastasio che tal dibattimento fu contra hanc universalem, et caput ecclesiarum Dei. Ma il pontefice, uomo prudente e di petto, sì a proposito rispose, che tutti li lasciò confusi. Fece dipoi istanza ad esso papa la baronia francese che tutta la nobiltà romana giurasse fedeltà al suddetto re Lodovico; ma il saggio papa non vi consentì, esibendosi solamente pronto a permettere che i Romani prestassero il giuramento di fedeltà al grande imperadore Lottario. Tunc demum in eadem Ecclesia sedentes pariter tam beatissimus pontifex, quam magnus rex, et omnes archiepiscopi et episcopi stantibus reliquis sacerdotibus, et Romanorum et Francorum optimatibus, fidelitatem Lothario magno imperatori semper Augusto promiserunt. Ed avea ben ragione il papa. Non era mai stata sottoposta ai re d'Italia, nè al regno longobardico Roma col suo ducato; e non avendo Lodovico acquistato alcun diritto sopra i Romani, per essere divenuto re d'Italia, indebitamente voleva obbligare i Romani a giurargli fedeltà, cioè a riconoscerlo per loro sovrano. Non ebbero già essi difficoltà di prestare quel giuramento a Lottario suo padre, perchè esso era imperadore dei Romani, e la sua sovranità in Roma non veniva contrastata da alcuno. Nè sussiste, come immaginò il cardinal Baronio, che in questa occasione Lodovico II ricevesse il titolo e la corona imperiale. Questo punto è già deciso fra gli eruditi; e se vi ha qualche diploma in contrario, esso è o falso, o scorretto. Seguita poi a dire Anastasio, che nel tempo stesso che il re Lodovico si trattenne in Roma, Siconolfo principe di Benevento arrivò anch'egli colà, accompagnato da molte squadre d'armati, e fu ad inchinare il re, che il ricevette con molto onore, e gli concedette quanto gli dimandò. Tanta fu in tale occasione la folla de' Franzesi, Longobardi e Beneventani, che Roma parea assediata da uno smisurato esercito, e tutti i seminati andarono a sacco per pascolo della gran moltitudine de' cavalli e giumenti. Desiderava ardentemente inoltre Siconolfo di veder papa Sergio e di ricevere la sua benedizione. Fu ammesso all'udienza, e prostrato in terra gli baciò umilmente i piedi, e riportatane la benedizione, tutto lieto se ne ritornò a casa. Altrettanto fece coi suoi il re Lodovico, con finalmente liberare da quel flagello il popolo romano, e si restituì alla sua residenza in Pavia. Ma perchè Anastasio nulla di più ci ha saputo dire intorno ai trattati di Siconolfo col re Lodovico, convien ora ascoltare l'Annalista di San Bertino [Annales Francor. Bertiniani.], che così scrive all'anno presente: Sigenulfus Beneventanorum dux ad Lotharium cum suis omnibus sui deditionem faciens, centum millium aureorum mulcta sese ipsi obnoxium fecit. Quibus Beneventani, qui pridem alias versi fuerant, compertis, ad eumdem Sigenulfum se se convertentes, Saracenorum reliquias a suis finibus expellere moliuntur. In vece di Lottario sarebbe forse stato meglio scrivere Lodovico, al quale già abbiam veduto che Siconolfo fece ricorso, se non che il figliuolo Lodovico nulla operava che non fosse a nome del padre. Abbiam dunque che Siconolfo, per assicurarsi il dominio di Salerno e dell'altre città a lui sottoposte, riconobbe per suo sovrano il nuovo re d'Italia Lodovico, e ne dovette ricevere l'investitura colla promessa di pagargli centomila scudi d'oro. Tanta somma d'oro non dice Erchemperto [Erchempertus, Hist. cap. 18.], autore in ciò più degno di fede. Per testimonianza di lui, Suido duca di Spoleti, gran mercatante di bugie, che nondimeno gli fruttavano assaissimo, promise a Siconolfo suo cognato di fargli avere tutto l'intero ducato di Benevento, se sborsava cinquantamila scudi d'oro, senza dire se a lui, o pure al re Lodovico. Ma probabilmente a quest'ultimo, perchè soggiunge: Cujus tunc consilio consentiens, Romam (dove si trovava il re novello) adiit, aureos tribuit, sacramentum dedit, jusjurandum accepit. Nihil proficiens, inanis abscessit. Come potesse Siconolfo ammassare tant'oro, cel farà intendere Leone Ostiense [Leo Ostiensis, Chron., lib. 1. cap. 26.], che racconta il fiero salasso da lui dato al tesoro del monistero di Monte Cassino, dove egli apposta andò più d'una volta. Portò via alla prima visita in tanti calici, patene, corone, croci ed altri vasi, circa cento trenta libbre d'oro purissimo, e tutto a titolo di prestito, con promessa di restituire diecimila soldi d'oro siciliani. La seconda volta portò via in tanta moneta trecento sessanta cinque libbre d'argento e quattordici mila soldi d'oro; la terza in tanti vasi cinquecento libbre d'argento. Tornato colà dopo dieci mesi, ruppe gli armadi del monistero, e ne portò via il valore di quattordicimila soldi mazati, con obbligo di restituire fra quattro mesi, e non restituendo di cedere varii beni al monistero. Sette altri mila soldi in altre volte portò via di colà: tesoro di Dio, che nulla giovò a lui, nè alla patria, e solo servì a pagar le sue fatiche al diavolo. Egli è da credere che ad altre chiese e monisteri Siconolfo facesse uno non diverso trattamento. Questo fine d'ordinario toccava in que' tempi ai doni della gente pia fatti ai sacri templi. Come sospettai di sopra, ben potrebbe essere che il re Lodovico, o in questo o nel seguente anno si adoperasse per quetar la rabbiosa guerra tra i due principi Radelgiso e Siconolfo, e fosse anche accettata da Radelgiso la division degli stati; ma che Siconolfo la rifiutasse, perchè gli era stato promesso di più; o che per altri accidenti quella non avesse effetto, di modo che continuasse dipoi la guerra fra loro. Tennero in quest'anno i tre fratelli, Lottario imperadore, Lodovico re della Germania e Carlo re di Francia, una dieta ossia un concilio coi vescovi nella villa di Teodone, oggidì Tionvilla [Labbe, Concilior., tom. 7.], dove oramai persuasi che era da anteporre la concordia ad ogni riguardo, confermarono la pace ed amicizia fra loro. Adriano Valesio [Valesius, in Praefat. ad Panegyric. Berengarii.] cita uno strumento preso dal registro del monistero Cesauriense, e dato, come egli pensa, in quest'anno, o pur come io vo credendo, nel precedente 843, cioè anno imperii Lotharii XXII, seu temporibus Berengarii ducis, anno ducatus ejus VI, die sexta mensis septembris. Indictione VII. Sicchè correano già sei anni che Berengario era, per quanto si può credere, duca di Spoleti. Ma come ciò, se abbiam già trovato Guido duca di quella stessa contrada? Altro non so io immaginare, se non che due essendo stati i ducati di Spoleti, l'uno propriamente di Spoleti e l'altro appellato poscia di Camerino, Guido avesse il governo del primo, Berengario del secondo.
DCCCXLV
| Anno di | Cristo DCCCXLV. Indizione VIII. |
| Sergio II papa 2. | |
| Lottario imperad. 26, 23 e 6. | |
| Lodovico II re d'Italia 2. |
Si godè in quest'anno assai di quiete in Italia; se non che potrebbe dubitarsi che tuttavia continuasse, o pure si riaccendesse la guerra tra Siconolfo e Radelgiso principe di Benevento. Certamente seguitò essa contra de' Saraceni. A quest'anno lasciò scritto l'Annalista bertiniano [Annal. Francor. Bertiniani.]: Beneventani cum Saracenis, veteri discordia recrudescente, denuo dissident. Forse volle dir quello storico ciò che abbiam di sopra inteso da altri stessi suoi Annali. Per conto poi de' paesi oltramontani, Lottario imperadore, che avea stabilito il suo soggiorno in quelle parti, passò il verno in Aquisgrana. Un suo diploma, dato a dì quindici di maggio [Mabillonius, in Annal. Benedictin.] anno imperii Hlotharii XXVI, et in Francia VI, Indictione VIII, si vede scritto in palatio regio Argentorato, cum iremus in Italiam: cioè si trovava egli in Argentina con pensiero di venire in Italia. Ma nè in quest'anno, che si sappia, nè finchè visse egli dipoi, ritornò in Italia: cioè lasciò la cura di questo regno al figliuolo re Lodovico, ed egli attese a conservar e governare gli stati a lui toccati in parte nella Francia. Forse non si fidava dei suoi fratelli. E in quest'anno ebbe un particolar motivo che il fece desistere dal viaggio d'Italia. Se gli ribellò la Provenza, e fu obbligato ad accorrere colà. Fulrado conte era autore e fomentatore di quella ribellione. Ma colà giunto colle sue forze l'Augusto Lottario, non durò gran fatica a ricuperar quella provincia, con arrendersegli esso Fulrado ed altri sollevati in quelle parti. Ne' suddetti Annali leggiamo: Fulradus comes, et ceteri Provinciales a Lothario deficiunt, ubique potestatem totius Provinciae usurpant. Si legge appresso: Lotharius Provinciam ingressus, bretoriam (forse brevi totam) suae potestati recuperat. Negli Annali di Metz [Annal. Francor. Metenses.] questo Fulrado è chiamato dux arelatensis, e solamente si dice che Lottario ipsum, et reliquos comites illarum partium rebellare molientes, in deditionem accepit, et prout voluit, Provinciam ordinavit. Diversa fu ben la fortuna del re Carlo Calvo suo fratello. Mentr'egli nell'anno precedente assediava Tolosa, ebbe una mala percossa da Pippino suo nipote re d'Aquitania, di modoche nel presente, per cagione d'altri guai che sopraggiunsero, fu astretto a venire ad un accomodamento con lui, e a cedergli l'Aquitania, con ritenere per sè tre sole città, cioè Poitiers, Saintes ed Angulemme. Gli prestò Pippino il giuramento di fedeltà, sicut nepos patruo, e si obbligò di prestargli aiuto in tutte le necessità secondo le forze sue. In questo medesimo anno entrati i corsari normanni per mare nella Senna con cento e venti navi, arrivarono a Parigi nel sabbato santo, e v'entrarono. Si può credere che quella gente pagana non attendesse a farvi le sue divozioni. Tutto il popolo n'era fuggito per la paura. Accorse il re Carlo con quelle soldatesche che in quel frangente egli potè raunare, fino al monistero di san Dionisio; ma trovandosi debole in confronto di que' Barbari, bisognò cacciarli via a forza di danari. Nè qui terminarono le di lui disavventure. Fece egli parimente in quest'anno un armamento contro di Nomenoio duca della minor Bretagna, il quale, secondo il solito di quella gente di nazion diversa dalla franzese, di tanto in tanto si andava ribellando. In persona marciò contra di quei popoli il re Carlo, ma non con quelle forze che occorrevano al bisogno. Però in vece di domarli, riportò da essi vergogna e busse, e gli convenne tornarsene indietro con tutta fretta nel paese del Maine. Circa questi tempi, siccome racconta Giovanni Diacono [Johann. Diac. in Vit. Episcop. Neapol. P. II, tom. 1 Rerum Italicarum.], i Saraceni venivano con grande armata di navi per prendere l'isola di Ponza. Sergio valoroso duca di Napoli insieme con quei di Amalfi, Gaeta e Surrento, messa la sua speranza nel divino aiuto, andò ad incontrarli, e ne riportò un'insigne vittoria. Gli riuscì ancora di cacciarli dall'isola di Licosa. Adirati per questo quegl'infedeli, fatti dei gran preparamenti in Palermo, tornarono poi con una formidabile flotta, e s'impadronirono del castello di Miseno, da dove cominciarono ad infestare i litorali cristiani. Un placito tenuto in quest'anno per ordine del re Lodovico II, figlio dell'Augusto Lottario, da Garibaldo giudice palatino [Antiquit. Ital. Dissert. pag. XXXI, 97.] nella corte ducale di Trento, ci fa vedere in quelle parti Liutifredo duca, senza ch'io sappia dire se questo titolo di duca a lui provenisse dalla Carintia, a cui fosse unita la marca di Trento, o pure dal medesimo Trento.
DCCCXLVI
| Anno di | Cristo DCCCXLVI. Indiz. IX. |
| Sergio II papa 5. | |
| Lottario imper. 27, 24 e 7. | |
| Lodovico II re d'Italia 3. |
Cresceva ogni dì più la superbia dei Saraceni, dacchè ebbero conquistata la Sicilia e la Calabria; e tanto più perchè miravano i due emuli principi di Benevento andarsi rodendo tra loro le viscere. A tanto vennero, che in quest'anno partiti dall'Africa, o pure dal castello di Miseno, dove già s'erano annidati, con un potente stuolo di navi, ed entrati nel Tevere, arrivarono fin sotto Roma. Negli Annali bertiniani [Annales Francor. Bertiniani.] son chiamati Saraceni, Maurique. Col nome di Saraceni vuol quell'autore significar gli Arabi maomettani, conquistatori e padroni allora dell'Africa; e col nome di Mori gli Africani stessi lor sudditi, che aveano nondimeno abbracciata la falsa legge di Maometto. Si tenne forte la città di Roma fortificata allora abbastanza; però sfogarono que' Barbari la lor crudeltà nei contorni, e spezialmente a la loro ingordigia sopra la sacra basilica di s. Pietro [Annal. Franc. Metens. Fuldens. Bertiniani.], ch'era in questi secoli fuori della città, con asportarne tutti gli ornamenti, e quanto di prezioso vi trovarono; ma senza far male alla fabbrica. Se vogliam credere a Leone Ostiense [Leo Marsicanus. Chron. Casinens., lib. 1, cap. 29.], allo stesso crudel trattamento soggiacque anche la basilica di s. Paolo. Parrebbe che no, perchè lo Annalista di s. Bertino scrive che una parte di essi infedeli, andando per dare il sacco a quel sacro luogo, restò tagliata a pezzi dalle genti di campagna di Roma. Ma Giovanni Diacono, poco dianzi da me allegato, scrittore troppo autentico, perchè di questi medesimi tempi, asserisce che costoro Romam supervenerunt, ecclesias Apostolorum, et cuncta, quae extrinsecus repererunt, lugenda pernicie et horribili captivitate diripuerunt. Con questo scrittore va d'accordo ancora Anastasio nella vita di Leone IV papa. Partiti dalle vicinanze di Roma, secondo il suddetto Ostiense, e per la via Appia arrivati alla città di Fondi, la presero, la diedero alle fiamme, trucidarono parte di quel popolo, e il resto condussero in ischiavitù. Andarono poi a fermarsi ed attendarsi sotto Gaeta. Portate sì funeste nuove a Lodovico II re d'Italia, diede solleciti ordini alle milizie di Spoleti di marciare contra di sì nefandi masnadieri. Il conte Campelli [Campelli, Storia di Spoleti, lib. 16.], come se si fosse trovato presente a que' fatti, ci descrive i viaggi, i disagi e il conflitto dell'esercito spoletino. Giovanni Diacono narra che Lottario re de Franchi, sotto il cui nome tutto si operava dal re Lodovico suo figliuolo, inviò una feroce armata contra de' suddetti Saraceni, che li perseguitò fino a Gaeta. Ma i furbi Africani, messi in aguato molti de' loro ai passi stretti delle montagne, stettero aspettando i Cristiani; e sbucando all'improvviso sopra i poco avvertiti, uccisero l'alfier sulle prime: il che bastò perchè andasse vergognosamente in rotta tutto l'esercito de' Fedeli, e ne restassero assaissimi estinti nella fuga. Peggio anche avveniva, se Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, ch'era accorso colle brigate di Napoli e di Amalfi, non avesse attaccata battaglia anch'egli coi Saraceni, con obbligarli a desistere dal perseguitare i fuggitivi Cristiani. Negli Annali di s. Bertino noi leggiamo Hludovicus Hlotharii filius rex Italiae cum Saracenis pugnans, victus vix Romam pervenit. Ma Giovanni Diacono, che ne sapea più di quell'Annalista, nulla parlando del re Lodovico in questa occasione, e parlandone poi ad un'altra spedizione, fa assai conoscere ch'egli punto non intervenne a quella sfortunata azione. Nell'inseguire i fuggitivi Cristiani arrivarono le brigate saracene, secondochè avvertì Leone Ostiense, fin presso al fiume Garigliano, in vicinanza del monistero Cassinese. Non era loro ignota la ricchezza di quel sacro luogo (l'abbiam già veduto fieramente pelato da Siconolfo), e già la divoravano coi desiderii; ma colti dalla notte, si fermarono alla riva del suddetto fiume con pensiero di fare un buon sacco la mattina seguente. Stettero i monaci, scorgendo il pericolo imminente, tutta la notte in orazione, e furono poi rincorati dall'abbate Bassacio, uomo di santa vita, che disse d'aver avuta una rivelazione della lor sicurezza. Erano nel dì innanzi l'acque del Garigliano sì basse, che dappertutto si poteano guadare a piedi; era il ciel sereno. Quella notte venne un temporale con folgori e pioggia tale, che nella seguente mattina si trovò sì gonfio il fiume, che usciva fuor del suo letto. Restarono ben beffati i Saraceni, quando, fatto giorno, andarono per valicarlo, e mordendosi le dita per la preda che loro era fuggita dalle mani, se ne tornarono al loro campo sotto Gaeta. Restò quella città assediata, e fecero quei Barbari ogni sforzo per entrarvi; ma, per testimonianza di Giovanni Diacono, il soprallodato Cesario, figliuolo di Sergio duca di Napoli, colle sue navi e con quelle degli Amalfitani venne a stanziare nel porto di Gaeta, e saldo alla difesa di quei cittadini, non lasciò mai prevalere la forza e rabbia degl'infedeli cani. Avvenne in questi tempi, che mentre l'imperador Lottario dimorava in Aquisgrana [Annal. Franc. Metenses. Annal. Franc. Fuldenses.], Giselberto, soldato, o pur vassallo del re Carlo Calvo, rapì una figliuola d'esso Augusto, e condottala in Aquitania, la prese per moglie. Il nome di questa principessa nol dicono gli antichi storici. Per tale insolenza concepì Lottario non poco odio contra d'esso re Carlo, il quale informatosene, scrisse intorno a ciò a Lodovico re di Germania, affinchè placasse il fratello. Pubblicamente protestarono amendue di non avere avuta parte in quel rapimento, e ne scrissero anche al fratello Lottario; ma egli continuò nella sua amarezza. Abbiamo poi dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], che bramando papa Sergio di comporre le differenze tuttavia bollenti tra Venerio patriarca di Grado, e Andrea patriarca di Aquileia, scrisse ad amendue, con ordinar loro di comparire al concilio ch'egli avea proposto di tenere, e vi doveva assistere l'imperadore. Ma non ebbe effetto il suo piissimo disegno, perchè la morte il rapì nell'anno seguente, siccome diremo. Rapì essa nel presente anche Pacifico arcidiacono della cattedral di Verona, di cui feci menzione nell'anno 789. Il suo epitaffio, pubblicato dall'Ughelli, ma più corretto ed intero dal marchese Maffei [Maffejus, in Praef. ad Complex. Cassiodor.], tuttavia si legge in quella città. E n'era ben degno, perchè uomo di mirabil industria in questi tempi. Di lui spezialmente quivi è detto: