Con Erchemperto va d'accordo l'Anonimo salernitano [Anonymus Salernitan. Paralipom. cap. 65. Part. II, tom. 2 Rer. Ital.] intorno a questi fatti. Racconta egli che Radelgiso principe di Benevento con un'armata di ventiduemila persone tra cavalleria e fanteria si portò all'assedio di Salerno; ma Siconolfo principe colla gente di Salerno, Capua, Aggerenza, Consa ed Amalfi, venne a battaglia, e sbaragliò i Beneventani. Questa probabilmente è la rotta, di cui all'anno 840 s'è fatta menzione coll'autorità di Erchemperto. Seguita poi a dire, che Siconolfo, raunato un buon esercito, si portò anch'egli addosso ai Beneventani; ma questi, usciti dalla città, sì valorosamente gli assalirono, che li misero in fuga. Dopo questo i Saraceni con grandi forze calarono in Calabria; presero Taranto con facilità, ed entrati nella Puglia, diedero il sacco a quasi tutte le città con uccidere le persone che erano cresciute a guisa delle biade. Per attestato poi di Erchemperto, Radelgiso trovandosi impotente a cacciar fuori di Bari que' barbari ospiti, cominciò a trattar con loro amichevolmente e a valersi del loro aiuto. Comandò ad Orso suo figliuolo di menarli all'assedio di un castello, e v'andarono con una potente oste. Ma ciò saputo da Siconolfo, arditamente andò a trovarli, e gli sconfisse con istrage di chi non potè ben menar le gambe. Il re d'essi per nome Calfo, cadutogli sotto per la stanchezza il cavallo, stentò a giugnere coi suoi piedi a Bari. Crebbero poi le miserie di quelle contrade, perchè, secondo l'Anonimo salernitano, Radelgiso prese al suo soldo il principe de' Saraceni abitante in Bari, per nome Saotan, o Saudan, come altri hanno scritto. Tengo io che questo fosse non il proprio suo nome, ma quello bensì della sua dignità, e lo stesso sia che Soldano, o Sultano, come han detto dipoi gl'Italiani. Veggasi il d'Erbelot [Erbelot., Bibliot. Orient.] alla parola Solthan. Col rinforzo di costui e delle sue masnade, i Beneventani passarono addosso ai Salernitani, e non meno agli uomini che alle case e ai poderi recarono infiniti danni. Furono costoro appena ritornati indietro, che pervenuta tosto a Siconolfo signoreggiante in Salerno la notizia che Radelgiso aveva spogliata la cattedrale di Benevento di buona parte del suo tesoro per ingaggiare e pagare i Saraceni del suo partito: anch'egli si prevalse di questo scellerato esempio, e presa per forza dalla cattedrale di Salerno gran copia d'oro, se ne servì per impegnare alla difesa de' suoi stati il comandante saraceno di Taranto, chiamato Apollafar. Ben volentieri costui passò con buon nerbo di gente al servigio di Siconolfo, e poscia unito coi Salernitani al guasto dei Beneventani. Accadde poi che tornato Apollafar da quella spedizione con Siconolfo a Salerno, mentre amendue con festa salivano le scale del palazzo, Siconolfo per ischerzo il prese colle braccia e portollo di peso sopra, e nel posarlo giù l'abbracciò e baciò. Ma il superbo e delicato Saraceno se l'ebbe forte a male; e tuttochè Siconolfo dicesse d'aver fatto ciò per burla e non per inganno, pure giurò di non volerlo più servire, ed immantinente con tutti i suoi si partì da Salerno e tornossene a Taranto. Quivi trattò con Radelgiso, esibendosi ai suoi servigi. Nè potea giugnere a lui nuova più cara di questa. Accettato e venuto coll'esercito suo, tosto fu spedito contra de' Salernitani, nel paese de' quali commise enormità e danni incredibili. Così gl'infedeli andavano profittando della discordia de' principi cristiani colla rovina de' popoli innocenti. Ottenne in quest'anno, se pur non fu nel precedente, il doge di Venezia Pietro da Lottario imperadore la conferma delle esenzioni dei bani goduti dai Veneziani nel regno d'Italia. Il diploma, rapportato dal Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], fu dato kalendis septembris anno, Christo propitio imperii domni Lotharii piissimi Augusti in Italia XXII, in Francia II. Indictione VIII. Actum termis villa palatioregio. Queste note cronologiche non sussistono. Fors'anche tale spedizione la stessa è, di cui s'è fatto troppo presto menzione di sopra all'anno 840. Terminò in quest'anno, secondo i conti di Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., Hist. Princip. Langobard.], i suoi giorni Landolfo conte ossia principe di Capua [Erchempertus, Hist., cap. 22.]. Restarono di lui quattro figliuoli, cioè Landone, che signoreggiò in Capua, Pandone in Sora, e Landonolfo in Tiano. Il quarto figliuolo Landolfo seguitò la via ecclesiastica, con divenir poi vescovo di Capua, e personaggio famoso per le sue iniquità. Lasciò il vecchio Landolfo per ricordo a' suoi figliuoli, che non permettessero mai la riunione de' principati di Benevento e Salerno, e tutti da lì innanzi cominciarono a tirar de' calci contra del principe di Benevento, e a poco a poco stabilirono l'indipendenza del principato di Capua da Benevento e da Salerno.
DCCCXLIII
| Anno di | Cristo DCCCXLIII. Indiz. VI. |
| Gregorio IV papa 17. | |
| Lottario imperad. 24, 21 e 4. |
Di somma consolazione a tutta la monarchia francese riuscì l'anno presente, perchè si venne finalmente alla divisione de' regni tra i figliuoli di Lodovico Pio: il che produsse la concordia fra loro e la pace fra tutti i popoli loro sudditi [Annales Franc. Metenses.]. Seguì questa nel mese di agosto nella città di Verdun presso alla Mosa, con essersi quivi abboccati i tre re, e pacificati fra loro. La parte che toccò al re Carlo, appellato dipoi il Calvo, fu la parte occidentale della Francia, cioè dall'Oceano fino alla Mosa e alla Schelda, e sino al Rodano, alla Sona, al Mediterraneo e alla Spagna. Al re Lodovico toccò la Baviera, parte della Pannonia, la Sassonia, e tutte le provincie della Germania di là del Reno, con qualche parte ancora di paese di qua da esso Reno, e nominatamente Magonza; e qui ebbe principio il regno della Germania, appellato anche Francia orientale. All'imperador Lottario restò tutto il tratto di paese situato fra il Reno e la Mosa, andando sino all'Oceano, la Provenza, la Savoia, gli Svizzeri e Grigioni, cioè quasi tutta l'antica Borgogna e l'Alsazia; nec non et omnia regna Italiae cum ipsa romana urbe, come ha l'autore degli Annali di Metz: con che egli venne a perdere tante provincie che il padre gli avea lasciato in Germania, e ch'egli avrebbe potuto agevolmente ritenere se l'incontentabile sua ambizione non l'avesse condotto a mancar di parola e a far guerra al re Carlo suo fratello. E qui non lasciano alcuni scrittori di que' tempi di deplorar questo trinciamento della dianzi sì vasta monarchia franzese, che unita faceva paura a tutti, divisa, aprì il campo ai Normanni, Saraceni, ed Ungheri d'infierire e prevalere contra de' Cristiani d'Occidente, e d'inferir loro un'iliade di mali. E tanto più restò essa indebolita, perchè al re Carlo Calvo toccò bensì in questa divisione, almen tacitamente, anche l'Aquitania; ma in quelle contrade si fece forte il suo nipote Pippino II, figliuolo del re Pippino I, riconosciuto per re dalla maggior parte di que' popoli; e gran sangue e fatiche dipoi costò ad esso re Carlo il levar quel regno dalle mani del nipote. Ribellossi ancora al medesimo re Carlo, per non dire che si staccò dalla sua alleanza, Nomenoio duca della minor Bretagna, seguendo l'uso dei predecessori, che non sapeano se non colla forza indursi a riconoscere per loro sovrani i re di Francia. E in quest'anno ancora [Annales Franc. Bertiniani.] i Normanni fecero uno sbarco nell'Aquitania inferiore, e diedero il sacco al paese. Soprattutto presa la città di Nantes, vi trucidarono il vescovo Goardo, e molti cherici e laici. Però sensibilmente si cominciò a provare collo smembramento della monarchia il peso delle miserie, spezialmente nella Francia occidentale, in cui ancora nell'anno corrente mancò di vita l'imperatrice Giuditta, madre del suddetto re Carlo Calvo. Minori poi non erano gli affanni nel ducato beneventano per la guerra che ostinatamente faceano tra di loro il principe di Benevento Radalgiso e Siconolfo principe di Salerno. Altro non si udiva che saccheggi, e più degli altri ne sapeano profittare gli astuti Saraceni, dominanti nella Calabria e in Bari, col farsi partigiani ora dell'uno, ora dell'altro principe, ed arricchirsi colle spoglie degl'infelici popoli. Or mentre costoro si stavano ai servigi di Radegiso [Erchempertus, Hist. cap. 17.], Siconolfo non potendo reggere al contrasto, altro scampo non seppe trovare che di condurre al soldo suo molte brigate di que' Saraceni che signoreggiavano la Spagna, aveano anche occupata l'isola di Creta ossia di Candia. Fra questi Saraceni e quei dell'Africa non passava allora amicizia, anzi si riputavano fra loro nemici. Con questo rinforzo venne un giorno Siconolfo alle mani coll'armata di Radelgiso nel luogo appellato le Forche Caudine, celebre anche nella storia romana. Riuscì a Radelgiso a tutta prima di mettere in rotta le schiere nemiche; ma Siconolfo, che stava ritirato in disparte con uno scelto drappello ad osservar l'esito della battaglia, allorchè vide i Beneventani sbandati perseguitare i fuggitivi, si scagliò contra di loro, ne tagliò molti a pezzi, molti altri ne fece prigioni e costrinse il resto a menar le gambe. Dopo questa insigne vittoria vennero in suo potere, eccettochè Benevento e Siponto, tutte le altre città di Radelgiso. Abbiamo da Leone Ostiense [Leo Marsicanus, Chron. Cassin. lib. 1, cap. 25.] che Siconolfo per pagare i Saraceni spagnuoli, sotto nome di prestito spogliò di quasi tutto l'insigne suo tesoro il monistero di Monte Cassino. Finalmente si portò egli all'assedio della stessa capitale di Benevento. Era già ridotta a mal termine l'assediata città, non meno per la morte dei difensori, che per la mancanza delle vettovaglie, quando Radelgiso si avvisò di chiamare in soccorso suo Guido duca di Spoleti. Contuttochè questi fosse parente di Siconolfo, pure non lasciò di accorrere con un copioso esercito in aiuto di esso Radelgiso; ma prima di giugnere a Benevento fece sapere a Siconolfo, che il consigliava di ritirarsi dall'assedio, e che lasciasse fare a lui, perchè subito che avesse potuto favellar con Radelgiso, avrebbe fatta conoscere al medesimo Siconolfo la parzialità, di cui si gloriava verso di lui. Gli fu prestata fede, e Siconolfo sciolse l'assedio. Ma Guido pro cupiditate pecuniarum, quibus maxime Francorum subjicitur genus (era Guido di nazion franzese) avendo smunto da Radelgiso la somma di settantamila scudi d'oro, nulla attenne delle promesse fatte al suo cognato Siconolfo, e se ne tornò a Spoleti.
Diversamente vien raccontato questo fatto dall'Anonimo salernitano [Anonymus Salern. Paralipom. c. 67. P. II. tom. 1 Rerum Italicarum.], il quale fiorì, a mio credere, cento anni dopo Erchemperto. Secondo lui, Siconolfo invitò ed ebbe in suo aiuto Guido suo cognato, qui illo tempore Tuscis praeerat. L'Umbria, dove è Spoleti, era in quei tempi dai letterati posta nella provincia della Toscana; e però altri ancora chiamarono duca de' Toscani chi comandava agli Spoletani. Più sotto poi soggiugne che i Toscani, gli Spoletani e i Salernitani cinsero di assedio Benevento, quasichè Guido comandasse, non solo al ducato di Spoleti, ma anche a quel della Toscana: il che non pare credibile. Ora stando essi attendati sotto quella città, uno de' Salernitani dimandò a una sentinella beneventana: Che fa il vostro fabbro ferraio? Così disse per ischerno, perchè Radelgiso in sua gioventù, benchè di nobilissima casa, si dilettava di praticar con gli orefici e ne aveva imparata l'arte. Allora il Beneventano gli rispose: Sta fabbricando un paio di forbici per tosare un cherico, alludendo a Siconolfo, che negli anni addietro, per forza usatagli da Sicardo principe suo fratello, avea preso il diaconato. Ora avvenne che andando il conte Guido (così è chiamato dal Salernitano) con un solo scudiere alla ronda intorno alla città, fu adocchiato dal saraceno Apollafar, che s'impegnò con Radelgiso di menarglielo davanti prigione, se tornava nel dì seguente a lasciarsi vedere così soletto girando fuor delle mura. Comparve nel dì seguente Guido, e Apollafar con un solo scudiere andatogli alle spalle, il colpì sì fattamente nel capo, che tutto lo sbalordì. Allora prese il di lui cavallo per le redini, s'inviò verso la città, senza che Guido sapesse in che mondo allora si fosse. Ma il suo scudiere veggendo il padrone in sì misero stato, colla lancia in resta spronò il cavallo, e passò da parte a parte lo scudiere nemico. Ciò osservato da Apollafar, colla lancia diede a Guido un colpo nel petto con tal forza che gli passò l'usbergo, e alquanto ancora ferito il rovesciò a terra. Per questa percossa tornato in sè Guido, e salito sul cavallo del suo scudiere, dopo aver costretto il Saracino a tornarsene indietro, s'incamminò verso i suoi, i quali, informati del successo, presero tosto le armi, e diedero un furioso assalto alla città colla morte di molti Beneventani. Per l'affronto ricevuto era forte in collera Guido, e però segretamente fece proporre a Radelgiso un accordo, se gli dava in mano Apollafar con altri Saraceni. Fu accettata la proposizione, preso Apollafar a dormire, e condotto coi piè nudi a Guido, il quale non dimenticò di farne vendetta. Seguita poi l'Anonimo a dire che i Beneventani promisero danari a Guido, se induceva Siconolfo ad una divisione del ducato, e che questa in fine si fece di consenso degli emuli principi. Ma il racconto dell'Anonimo ha un po' d'aria da romanzo, e discorda da Erchemperto storico di maggior credito; e certo pare contrario alla verità nel supporre seguito l'accordo fra quei due principi poco dopo l'assedio di Benevento, tenendo per fermo il Pellegrino che quella concordia avvenisse tanto più tardi, cioè nell'anno 850, o pure 851, per opera di Lodovico III imperadore. E però ne creda il lettor ciò che vuole. Questa è poi la prima volta che presso gli antichi scrittori s'incontra Guido duca di Spoleti nell'anno presente. Vedemmo di sopra all'anno 824 che Maurengo o Morengo conte di Brescia, appena creato duca di quella contrada, fu rapito dalla morte, senza che apparisca chi gli succedesse in quel ducato; se non che il conte Campelli, autore del secolo prossimo passato, mette per immediato successore di lui Guido I, ossia Guidone o Widone, di schiatta franzese. Ma egli a tentone, e senza autorità dell'antica storia ciò immaginò; nè sussiste punto che il medesimo Guido nell'anno 829 salvasse Roma dai Saraceni. Facile è troppo quello storico a spacciar le immaginazioni sue come cose certe; e tale anche è il dire che nell'anno 832 esso Guido per la morte di Sicone principe di Benevento ne fe' con la sua corte pubbliche dimostrazioni di lutto. Chi ciò ha mai rivelato al Campelli? A me sembra tuttavia incerto se a Morengo succedesse Guido I, perchè dall'anno 824 sino all'843, in cui cominciamo a scoprir questo Guido duca di Spoleti, passò di molto tempo, e in questi anni si potè frapporre qualche altro duca a noi ignoto. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, riferito dal padre Mabillone [Mabill., Itinerar. Italicar.] si vede all'anno 836 Berengarius dux. Di questo Berengario duca troveremo fatta menzione più sotto all'anno 844.
Ora per conoscere che in quest'anno succedette l'assedio di Benevento, e per intendere nello stesso tempo gli avvenimenti della città di Napoli, convien qui ricorrere a Giovanni Diacono, scrittore di questi medesimi tempi, nelle vite de' vescovi napoletani [Johann. Diacon., P. II tom. 1 Rerum Italicarum.]. Già ci fece egli sapere all'anno 839, come Lottario imperadore spedì un suo barone per nome Contardo per far desistere i Beneventani dall'oppressione de' Napoletani. Andrea maestro de' militi ossia generale, e console e duca di Napoli, giudicò spediente di fermare in Napoli esso Contardo, per tenere in freno colla sua presenza la petulanza dei Napoletani; e tal fine gli fece sperar le nozze di Euprassia sua figliuola, vedova del duca Buono. Ma non si concludendo mai questo accasamento, Contardo unito con alcuni nemici d'esso Andrea console, lo ammazzò di sua mano nella basilica battesimale di s. Lorenzo; appresso si fece console e duca di Napoli, e prese per moglie la suddetta figliuola dell'ucciso duca. Ma il popolo di Napoli mal sofferendo che costui forestiere avesse sì crudelmente tolto di vita il loro duca, dopo tre dì entrarono furiosamente nella casa del vescovo, dove egli abitava, e misero a fil di spada lui, la moglie Euprassia e tutti i suoi famigliari. Dopo di che d'accordo elessero per loro duca Sergio figliuolo di Marino e di Euprassia insigne personaggio di quella città, come s'ha dalla vita di santo Atanasio [Vit. S. Athan. Episc. Neapol., P. II, tom. 2 Rer. Italic.] vescovo di Napoli, e figliuolo d'esso Sergio, con ispedir tosto corrieri a Cuma, dove egli si trovava, per fargli sapere questa elezione. Era Sergio stato spedito nella mattina stessa di quel dì, in cui fu ucciso Andrea duca, per ambasciatore a Siconolfo principe di Salerno, obsidentem tunc Beneventanos. Enim vero in ipsis diebus divisus est principatus Langobardorum: parole che concordano coll'Anonimo salernitano, e potrebbono indicare che qualche anno prima di quel che finora s'è creduto, seguisse la divisione del principato di Benevento, secondo la carta rapportata da Camillo Pellegrino [Camill. Peregr., Hist. Langobard.]; se non che si può pretendere, voler solamente dire quel divisus, che era scisma, divisione e guerra nel principato di Benevento tra Radelgiso e Siconolfo. Per altro convien osservare che nel suddetto strumento di divisione è nominato domnus Ludovicus rex. Non può convenir questo titolo di re nell'anno 851, in cui pretendesi fatta quella divisione, a Lodovico II, il quale nell'anno 850, siccome vedremo, ed anche prima, fu dichiarato imperadore. Ma di ciò riparleremo all'anno 848. Intanto ritornando noi agli affari di Napoli, abbiamo da Giovanni Diacono che Sergio eletto duca di quella nobil città volò a prenderne il possesso. Ed essendo stato da lì a poco chiamato da Dio a miglior vita Tiberio vescovo di Napoli dopo sì lunga prigionia, Sergius consul apocrisarios suos Romani destinans, obnixius Johannem electum inthronizari postulavit. Sed domnus Gregorius papa romuleus, tamdiu kujusmodi petitione distulit, quoadusque missa legationem canonice investigaret ne pontificalem subrideret sedem. Ma essendo noi per vedere accaduta la morte di papa Gregorio IV nel gennaio dell'anno susseguente, vegniamo per conseguente a comprendere che nel presente anno si fece l'assedio di Benevento, e Sergio duca diede principio alla sua signoria in Napoli. Conghiettura poi il padre Astezati abbate benedettino [Astezat., de nova Epocha Ludovic. II Imperat.] che Lottario Augusto nell'anno presente dichiarasse re d'Italia il primogenito Lodovico: cosa anche di cui ebbe sospetto il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annales Bar.]. Nè mancano carte che sembrano assistere a questa conghiettura. Anastasio stesso [Anastas. Biblioth., in Vit. Sergii II.], siccome vedremo, chiamandolo re prima della coronazione romana, potrebbe servire a darle qualche peso. Però non è improbabile che dal presente anno Lodovico II desse principio agli anni del suo regno. Sia a me lecito nondimeno di mettere il principio dell'epoca sua nell'anno seguente.
DCCCXLIV
| Anno di | Cristo DCCCXLIV. Indizione VII. |
| Sergio II papa 1. | |
| Lottario imperad. 25, 22 e 5. | |
| Lodovico II re d'Italia 1. |