Questi favorevoli avvenimenti servirono a gonfiar maggiormente l'animo di Lottario Augusto, e tanto più perchè la sua armata andava di dì in dì crescendo; il duca e i popoli della Bretagna si dichiararono in suo favore, Pippino II pretendente il regno d'Aquitania, benchè più di una volta messo in fuga dal re Carlo, valorosamente sosteneva la guerra, e se l'intendeva con esso imperador Lottario. Contuttociò Carlo animato dai suoi fedeli, con quelle milizie che potè aver dalla sua, venne a postarsi ad Orleans, nel mentre che Lottario meditava di avanzarsi alla volta del fiume Loire. Bastò questo a fermare i passi di Lottario, ancorchè troppo superiore di forze. Andarono innanzi e indietro de' mediatori per trattar qualche accordo, e si conchiuse per allora una tregua, consentendo Lottario di lasciare a Carlo l'Aquitania, la Settimania, la Provenza, e dieci contadi tra la Senna e la Loire, a condizione che nell'anno susseguente si terrebbe una dieta in Attigny, dove si stabilirebbe una piena pace e concordia. Fu accettato dai baroni del re Carlo questo per altro disgustoso ripiego, per salvare il lor principe in sì grave pericolo di perdere tutto. Sicchè, per attestato degli antichi Annali de' Franchi [Annales Francor. Metenses., Fuldenses, etc.], Lottario sul fine del corrente anno restò padrone della Francia orientale, di Parigi, della Alamagna, Sassonia e Turingia, e fu riconosciuto per signore anche dai popoli della Borgogna, o almeno da una parte di essi. Per attestato del Dandolo, Pietro doge di Venezia spedì Patricio suo inviato all'imperadore Lottario, ed ottenne per cinque anni la conferma de' patti già stabiliti fra il suo popolo e i vicini sudditi dell'imperio, fra' quali erano i Comacchiesi, Ravegnani ed altri; e fece distinguere i confini del suo ducato nelle terre del regno d'Italia, secondo l'accordo, già fatto fra Paoluccio doge e Marcello maestro de' militi de' Veneziani. Parimente Sicardo abbate di Farfa ottenne da esso imperadore un riguardevole privilegio rapportato nella Cronica di quel monistero [Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] colla seguente data: XVIII kalend. januarii, anno, Christo propitio, imperii, domni Lotharii pii imperatoris in Italia XXI, in Francia I, Indictione III. Actum Caliniaco, villa comitatus cabillonensis. Di qui abbiamo dove dimorasse Lottario verso il fine dell'anno. Vedemmo nell'anno addietro, dopo Sicardo, creato principe di Benevento Radelgiso: tempo è ora di raccontare ciò che appresso ne avvenne. Abbiamo dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernitan., Paralipomen., P. II, tom. 2 Rer. Ital.] che gli Amalfitani, già passati ad abitare in Salerno, udita che ebbero la morte di esso Sicardo, fatta insieme una congiura, mentre nel mese di agosto i principali di Salerno villeggiavano pe' loro poderi, diedero il sacco a varie chiese e case di Salerno, e poi tutti carichi di bottino tornarono ad abitare la desolata lor patria di Amalfi. Intanto il nuovo principe Radelgiso, non fidandosi di Dauferio soprannominato muto, o pure, come scrive Erchemperto [Erchempertus, c. 14, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], balbo dall'impedimento della lingua, perchè suocero dell'ucciso principe Sicardo, il mandò in esilio co' suoi figliuoli, appellati Guaiferio e Maione. Erchemperto dice ch'erano quattro, cioè Romoaldo, Arigiso, Grimoaldo e Guaiferio; e pare, secondo lui, che mal animati contra del nuovo principe, spontaneamente si ritirassero da Benevento per fare delle novità. O sia che questi andassero ad abitare nel contado di Nocera, e di là segretamente scrivessero ai Salernitani; o pure che passati a Salerno, a dirittura trattassero con quel popolo: la verità è che ordirono coi Salernitani un trattato di cavar dalle carceri di Taranto Siconolfo fratello dello estinto Sicardo. Tirarono i Salernitani dalla sua anche gli Amalfitani, e scelti dell'uno e dell'altro popolo i più scaltri, gl'inviarono a Taranto. Finsero costoro di essere mercatanti, seco portando varie merci da vendere; e girando per le strade di quella città, ch'era allora ricchissima, perchè non per anche presa dai Saraceni, quando furono in vicinanza delle carceri, cominciarono ad alta voce a dimandare chi volesse dar loro alloggio per la notte: segno che in quei tempi erano poco in uso le osterie pubbliche, come ai dì nostri, e per questo si mettevano dappertutto spedali per gli pellegrini. Gl'invitarono i carcerieri nella loro abitazione, nè altro che questo bramava l'astuta brigata. Fatta comperare buona quantità di vin generoso e varii cibi, ubbriacarono i carcerieri, e dopo averli veduti immersi nel sonno, trovarono la maniera di entrar nella prigione e di trarne Siconolfo. Secondo Erchemperto, questi per qualche tempo si tenne ascoso presso di Orso conte di Consa, che era suo cognato; poi quando se la vide bella, passò a Salerno, dove da quel popolo e da quei d'Amalfi fu proclamato per loro principe. Accadde ne' medesimi tempi, cioè, a mio credere, nell'anno precedente, che Radelgiso principe regnante di Benevento, avendo conceputo dei sospetti contro di Adelgiso figliuolo di Roffredo, e veggendolo venire a palazzo accompagnato da una schiera di molti giovani, montò in collera, e ordinò alle sue guardie di gittarlo giù dalle finestre. Lo ordine fu eseguito. Landolfo conte di Capua, segreto fautore di Adelgiso, trovandosi presente a questo spettacolo, finse di essere sorpreso da un dolore, e licenziatosi dal principe, se n'andò via mostrando gran difficoltà di reggersi in piedi. Montato poi a cavallo con quanta diligenza potè se ne tornò a Capua, e ribellatosi si fortificò nella città di Sicopoli, e fece stretta lega con Siconolfo, il quale seppe ancora unire al suo partito i conti di Consa e di Aggerenza, ed altri signori. Stabilì eziandio Landolfo pace e lega coi Napoletani, che non si fecero pregare per vendetta dei principi di Benevento, dai quali aveano ricevuto tante molestie e danni. E questo fu il principio della decadenza dell'insigne ducato beneventano, perchè in tale occasione venne poi esso a dividersi in tre diverse signorie, cioè nei principi di Benevento, in quei di Salerno e ne' conti di Capua. Nè si dee tacere che, per attestato di Erchemperto, prima ancora che Siconolfo entrasse a comandare in Salerno, quel popolo dovea aver mossa ribellione contra di Radelgiso, ad istigazione probabilmente di Dauferio e de' suoi figliuoli. Perciocchè avendo Radelgiso spedito un certo Adelmario, o Ademario, a Salerno, per guadagnare e ricondurre esso Dauferio alla sua ubbidienza, non solamente nulla fece di questo, ma segretamente unitosi con Dauferio e coi Salernitani, manipolò una solenne burla allo stesso Radelgiso: cioè lo invitò a venir sotto Salerno, facendogli credere di aver disposte le cose in maniera, che gli sarebbe facile il prendere la città. V'andò Radelgiso con un picciolo esercito, e si attendò fuori di Salerno; ma eccoti all'improvviso uscir di Salerno il medesimo Adelmario coi figliuoli di Dauferio e col popolo, e così fieramente dar addosso ai Beneventani, che ne uccisero molti, e gli altri ebbero bisogno delle gambe. Radelgiso stesso ebbe per grazia di potersi salvar colla fuga, avendo lasciato un ricco bottino ai Salernitani, alle porte de' quali non gli venne più voglia di andar a picchiare. Forse questo fatto non appartiene all'anno presente.
DCCCXLI
| Anno di | Cristo DCCCXLI. Indiz. IV. |
| Gregorio IV papa 15. | |
| Lottario imper. 22, 19 e 2. |
Venuta la primavera, Lottario Augusto passò colle sue forze a Vormazia, perchè sentiva essere in armi il fratello Lodovico re [Annales Franc. Fuldenses. Nithard., lib. 2.]; e passato il Reno, l'incalzò talmente che il fece ritirar nella Baviera. Intanto il re Carlo colle brusche avea tirato nel suo partito Bernardo, già rimesso in possesso della Settimania, e colle buone s'era cattivato l'amore e la assistenza de' popoli dell'Aquitania; nè gli mancava nella Neustria e nella Borgogna gran copia di fedeli ed aderenti. Raunata perciò una non isprezzabile armata, coraggiosamente, s'inoltrò fino alla Senna e, non ostante la opposizione delle soldatesche quivi lasciate da Lottario per difendere que' passi, gli riuscì di valicarla, e d'inoltrarsi fino alla città di Troyes. Portato questo avviso a Lottario, fu cagione, ch'egli, lasciato stare Lodovico, retrocedesse per badare all'altro fratello, al quale spedì ambasciatori per lagnarsi di lui, perchè avesse passato i confini a lui poco avanti prescritti. Li rimandò Carlo bene informati delle sue ragioni, cioè con dolersi che Lottario perseguitasse il comune fratello Lodovico, e contro i giuramenti usurpasse tanti stati ad esso Carlo assegnati nelle precedenti convenzioni, con altre ragioni ch'io tralascio; esibendosi contuttociò pronto ad un congresso, per vedere se all'amichevole si potea stabilire un accordo: se no, che sarebbe rimessa all'armi la decision delle loro controversie. In questo mentre i due fratelli Lodovico e Carlo trattarono e conchiusero una lega fra loro contro di Lottario: dopo di che Lodovico si mosse con quanto sforzo gli fu permesso, e riuscitogli di dare una rotta ad Adalberto, creato duca d'Austrasia da Lottario, e da lui lasciato alla guardia del Reno, felicemente valicò quel real fiume, tendendo ad unir le sue forze con quelle di Carlo, siccome in fatti avvenne. Andarono innanzi e indietro varie ambasciate, varii progetti, per veder pure di concordar gli animi senza spargimento di sangue; ma niuna condizione piaceva a Lottario, perchè intanto aspettava che seco si venisse a congiugnere Pippino suo nipote, pretendente alla corona d'Aquitania, che conduceva un buon rinforzo di truppe. Venuto Pippino, sempre più si vide allontanar la speranza dell'accordo, e però amendue le parti si accinsero alla battaglia. Il sito, dove si azzuffarono nel dì 25 di giugno le due armate nemiche fu Fontaneto, ossia Fontenay nel contado di Auxerre. Agnello [Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], scrittore italiano di questi tempi, afferma che l'esercito di Lottario era composto d'innumerabil gente, e però di lunga mano superiore a quello de' due fratelli avversarii. Ciò non ostante, con tal rabbia e vigore combattè l'armata d'essi due fratelli, che ne restò in fine sconfitta quella di Lottario, il quale per altro fece maraviglie di valore nel combattimento. Ma questo memorabil fatto d'armi fu la rovina della Francia, per attestato degli Annali di Metz [Annales Franc. Metenses.], perchè vi perì la gente più brava di tutta la Francia, cosicchè da lì innanzi cominciò ad andare in declinazione quel regno, ridotto all'impotenza di difendere sè stesso, non che di conquistare l'altrui. Scrissero alcuni che cento mila persone rimasero estinte sul campo. Sì gran macello non si dee molto facilmente credere. Agnello attesta che dalla parte di Lottario e di Pippino vi perirono quarantamila persone: sacrifizio ben grande alla matta ambizione.
Ci ha poi questo medesimo autore conservata una particolarità che vien taciuta dagli Annalisti francesi e tedeschi d'allora. Cioè che Gregorio papa, assai prevedendo dove aveva a terminare la abbominevol dissensione dei tre fratelli, mosso da zelo ed amore paterno, determinò d'inviare in Francia tre legati, affinchè s'interponessero per la concordia e pace. Saputo ciò da Giorgio arcivescovo di Ravenna, scrisse all'imperador Lottario, pregandolo d'impetrare dal papa che anch'egli in compagnia de' legati potesse intraprendere quel viaggio. L'ottenne, ma andò colla maledizione apostolica, perchè ben conosceva il pontefice che vano e torbido cervello fosse un tal prelato. Andò, dissi, con trecento cavalli, seco portando gran copia d'oro e d'argento, con aver saccheggiato il resto del tesoro della sua Chiesa, ed asportate corone, calici, e patene d'oro, e vasi di argento e di oro, e tolte le gemme dalle croci, tutto per far dei regali. Nè Agnello dissimula che le mire di questo arcivescovo erano di sovvertire a forza di donativi Lottario augusto, per sottrarsi dall'ubbidienza e podestà del papa, come avea fatto qualche suo predecessore scismatico: al qual fine seco portò i privilegii conceduti da alcuni empii imperadori greci alla sua Chiesa. Giunto Giorgio all'armata di Lottario, siccome abbiamo dagli Annali di san Bertino [Annales Franc. Bertiniani.], fu ritenuto da esso Augusto senza permettergli di trattare d'accordo co' suoi fratelli. Altrettanto possiam credere che succedesse ai legati del papa, perchè Lottario non sapeva intendere consigli di pace, lusingandosi di maggior vantaggio per la via dell'armi. Ora Iddio permise che dopo la rotta dell'esercito lottariano, l'ambizioso arcivescovo Giorgio fosse preso dai vincitori soldati, spogliato del piviale, di cui era vestito, e con grande strapazzo condotto alla presenza del re Carlo, il quale per tre giorni il fece stare sotto buona guardia, come prigione. I legati apostolici ebbero la fortuna di potersi salvar colla fuga ad Auxerre: i preti e cherici che accompagnavano l'arcivescovo suddetto, chi qua, chi là. Tutto il suo tesoro restò in preda ai soldati. I suoi privilegii gittati nel fango, calpestati e lacerati, si perderono; ed egli stesso fu in pericolo di essere cacciato in esilio da Carlo e da Lodovico, dappoichè furono informati della di lui malignità; ma l'imperadrice Giuditta mossane a compassione, gl'impetrò la libertà. Sel fece venire davanti il re Carlo, e dopo averlo rabbuffato ben bene, e fattogli prestar giuramento, il lasciò andare, con ordine che gli fosse restituito tutto quanto si potea trovare spettante a lui. Si trovò ben poco. Tutti i suoi preti, se vollero tornare in Italia, furono costretti a venirsene a piedi e in farsetto, e chiedendo la limosina. Promise Giorgio di compensar loro i danni, giunto che fosse a Ravenna; ma i fatti non corrisposero poi alle parole. Si ritirò lo sconfitto Lottario ad Aquisgrana, per attendere a far gente di nuovo da poter sostenere la guerra, e lasciossi tanto trasportare dal suo mal talento, che per aver soccorso da i Sassoni Stellingi, permise loro di ritornare agli antichi riti pagani, con grave scandalo del Cristianesimo. Ad Erioldo ancora re di Danimarca, apostata della religion cristiana e persecutor de' Cristiani, concedette da godere alcune terre ne' suoi confini. Intanto il re Lodovico, parte col terrore, parte col maneggio trasse nel suo partito molti de' Sassoni: inoltre tutti i popoli dell'Austrasia, Turingia ed Alamagna ridusse sotto il suo dominio. Nello stesso tempo i Normanni [Monach. Fontenell. apud Du-Chesne, tom. II Rer. Franc.], profittando della discordia dei re fratelli, sbarcarono in Francia, presero la città di Roano, e dopo il sacco la diedero alle fiamme, con restar desolati dalla lor crudeltà alcuni monasteri e un buon tratto di paese. Rinforzato alquanto di gente l'imperador Lottario passò il Reno, quasi che volesse impedire i progressi di Lodovico suo fratello, ma poi senza far altro se ne tornò a Vormazia. Passò poi nel Maine, commettendo dappertutto le sue truppe immensi disordini e saccheggi, ed obbligando colla forza que' popoli a giurargli fedeltà. Non era men della Francia sconvolto in questi tempi il ducato di Benevento per la guerra insorta fra Siconolfo dominante in Salerno [Erchempertus, Hist., cap. 15.] e Radelgiso principe beneventano. Siconolfo, siccome uom bellicoso, aiutato anche da Landolfo conte di Capoa e da' suoi figliuoli, senza perdere tempo, s'inoltrò nella Calabria, e tutta la ridusse sotto il suo dominio. Prese anche buona parte nella Puglia, e rivoltosi addosso all'altro paese di Benevento, s'impadronì di alcune altre città e terre. Una donazione fatta da esso Siconolfo principe ad Aione vescovo di Salerno e alla sua chiesa nel mese di agosto dell'anno presente si legge nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital. Dissert. XXXV, pag. 77.].
DCCCXLII
| Anno di | Cristo DCCCXLII. Indiz. V. |
| Gregorio IV papa 16. | |
| Lottario imperad. 25, 20 e 3. |
Durando tuttavia la guerra e gli sconcerti in Francia tra Lottario Augusto e i due re suoi fratelli, seguirono varii movimenti dall'una e dall'altra parte, minutamente descritti da Nitardo [Nithardus, Hist. lib. 3.]. Fra l'altre cose con piacere si legge presso di lui la conferma della lega stabilita fra i suddetti due fratelli Lodovico e Carlo in Argentina, o vogliam dire in Strasburg. L'uno fece il suo giuramento in lingua tedesca, e l'altro in lingua romanza, che era fin d'allora la volgare franzese, e s'accostava più alla nostra italiana di quel che faccia oggidì. Sarebbe da desiderare che fosse restato un pezzo simile della lingua nostra italiana di que' tempi, per conoscere in che stato essa allora si trovasse; ma finora nulla di ciò s'è veduto, perchè tutte le scritture che restano sono di lingua latina, mischiata nondimeno di molti solecismi e barbarismi. I Tedeschi e gl'Inglesi hanno interi opuscoli di que' secoli nella lor lingua. Nulla ne ha l'Italia. Ora io non mi fermerò a descrivere le vicende della guerra di Francia, perchè furono di poco momento. Basterà qui dire, che incalzato l'imperadore Lottario dai fratelli [Annal. Franc. Bertiniani.], dopo avere spogliato il palazzo d'Aquisgrana di tutte le cose più preziose, si ritirò a Lione, e quivi dopo aver finora rifiutato di dare orecchio a progetti di pace, finalmente la debolezza delle forze sue il consigliò ad ascoltarli. Si convenne tra i tre fratelli di fare un abboccamento presso alla città di Mascon in un'isola del fiume Sona che divideva le armate. Questo seguì verso la metà di giugno, e vicendevolmente tutti e tre dimandarono perdono del passato, giurarono di conservar tra loro una buona pace e fratellanza; e determinarono di tenere un congresso nella città di Metz nel primo dì di ottobre, per regolare la division della monarchia franzese, di cui si andò poi seriamente trattando da lì innanzi. Ma questo congresso si differì fino a' cinque di novembre, e per varii impedimenti o pretesti trasportato fu al giugno dell'anno seguente. Per altro i due fratelli Lodovico e Carlo, dappoichè ebbero costretto l'augusto Lottario a ritirarsi da Aquisgrana, colà si portarono essi, e ordinata quivi una raunanza di molti vescovi, fecero loro decidere che Lottario per gl'insulti fatti al padre, per la mancanza ai giuramenti, per l'indebita guerra fatta ai fratelli avea provato il flagello della vendetta di Dio, ed era decaduto dai regni di Francia e di Germania, de' quali erano divenuti giusti possessori i re Lodovico e Carlo. Ciò fatto, i due fratelli divisero tra loro i regni; ma per l'accordo che nell'anno susseguente seguì tra essi e l'imperadore Lottario, si fece una più stabil divisione. Terminò i suoi giorni nel gennaio dell'anno presente Teofilo imperador de' Greci, con lasciare successor nell'imperio Michele suo figliuolo in età di soli tre anni. Una malattia pericolosa sopraggiunta a questo novello Augusto diede occasione ai monaci di Studio di promovere la restituzione delle sacre immagini con promessa della di lui guarigione. Risanato egli in fatti, con giubilo de' Cattolici furono rimesse in uso ne' sacri templi le immagini; e cacciato via Janne falso patriarca di Costantinopoli, in luogo suo fu eletto Metodio, uomo di santa vita e di sentimenti ortodossi. La divisione e guerra tra i principi di Benevento seguitava più che mai vigorosa, quando i Saraceni africani, chiamati da altri Agareni, o pure Mori, padroni della vicina Sicilia, seppero ben prendere pe' capelli la buona fortuna, con passare forse prima di quest'anno in Calabria, dove a man salva s'impadronirono di alcune città e terre, e vi si radicarono talmente, che l'Italia tutta ne ebbe a piagnere dipoi per lungo tempo. Sotto quest'anno Nitardo [Nithard., Hist., lib. 3.] e gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertiniani.] mettono l'entrata di costoro nel ducato di Benevento. Radelgiso principe di quelle contrade veggendo prosperar sì forte gli affari dell'emulo Siconolfo, da cui or una, or una altra città gli veniva occupata, senza trovar maniera da potere resistere, s'appigliò ad un consiglio dettato dalla disperazione: cioè chiamò in aiuto suo alquante brigate de' Saraceni postati nella Calabria [Erchempertus, Hist., cap. 16.]. Ebbe ordine da lui Pandone governatore di Bari di dar quartiere a quegl'infedeli fuori della città dalla parte del mare. Ma i Saraceni, gente la più furba del mondo, andarono tanto spiando le fortificazioni della città, che trovarono modo una notte di arrampicarsi e di entrarvi dentro senza resistenza d'alcuno. Misero a fil di spada una parte del misero innocente popolo, l'altra la fecero schiava, e Pandone fra gli altri dopo molti tormenti fu gittato ed affogato nel mare.