A chiunque era del partito del principe Carlo re della Neustria, ma più degli altri all'imperadrice Giuditta sua madre [Nithardus, Hist. lib. 1.], stava continuamente sugli occhi la cadente sanità dell'Augusto consorte, e per conseguente l'apprensione di fiere rivoluzioni dopo la morte di lui, per le quali si vedeva esposta a troppi pericoli la porzion degli stati assegnati ad esso Carlo dal padre. Temevano tutti dei due fratelli Pippino e Lodovico troppo ingordi, e troppo confinanti coi loro regni a quello di Carlo. Concorsero dunque tutti in un parere: cioè, che era il meglio di guadagnare l'Augusto Lottario, se pure egli voleva dar mano ad un trattato, e di formare una lega fra Carlo e lui, bastando ciò per tenere tutti gli altri in briglia. A tal fine spedirono dei messi a Lottario, con rappresentargli che l'avrebbono rimesso in grazia dell'imperador suo padre, ed inoltre Carlo avrebbe partito con lui l'imperio, a riserva della Baviera. Assaporata questa proposizione da Lottario, gli parve assai dolce; nè perdè tempo a mettersi in viaggio alla volta di Vormazia, dove era l'imperador suo padre [Astronomus, in Vita Ludovici Pii.]. Giunto colà si gittò ai suoi piedi in presenza di tutti, con chiedere perdono del passato: fu accolto con tutto amore, trattati i suoi domestici con lautezza, e in somma ottenne la buona grazia del genitore, con patto di nulla operare in avvenire contro la volontà paterna, nè contro il fratello Carlo. Nel dì seguente il buon imperadore, per mantenere la parola data dai suoi ministri, esibì al figliuolo la licenza di dividere i regni, con dirgli che facendo egli le parti, Carlo eleggerebbe, o pure facendole i ministri di Carlo, potrebbe Lottario eleggere. Per tre di questi dì andò Lottario ruminando l'affare, e in fine mandò a pregare il padre che si compiacesse di far egli la divisione, con riserbare a sè stesso di prendere la parte che maggiormente gli fosse a grado. La fece in fatti l'imperador Lodovico, senza toccar la Baviera; e Lottario si elesse l'una delle parti cominciando dalla Mosa, e gliene fu dato il possesso. A Carlo restò l'occidentale, cioè la Neustria; e in questa maniera seguì buona unione fra essi fratelli. A riserva di Lodovico re di Baviera, che si alterò forte all'udir questa unione, i popoli ne mostrarono un sommo giubilo. Poscia Lottario, dopo aver ricevuto dal padre molti regali e la benedizione paterna, lieto se ne tornò in Italia. Così Nitardo e l'autore della vita di Lodovico Pio. Ma gli Annali bertiniani [Annales Franc. Bertiniani.] imbrogliano qui la storia con riferir questo fatto all'anno seguente. Siam nondimeno tenuti a quell'autore, perchè specifica le parti toccate in quella divisione ai suddetti due fratelli. Lottario, oltre all'Italia, che già era in sua mano, comprendeva la Provenza di qua dal Rodano sino al contado di Lione, e stendendosi pel corso della Mosa fino al mare, abbracciava la valle d'Aosta, i Vallesi, gli Svizzeri, i Grigioni, l'Alsazia, l'Alamagna, ossia la Svevia, l'Austrasia, la Sassonia, l'Olanda, la Frisia ed altri ampii paesi. Ma sì vasto dominio non ebbe effetto col tempo. Io non so bene se appartenga all'anno presente ciò che hanno i suddetti Annali bertiniani, con dire che sul principio della quaresima si fece un abboccamento alle Chiuse d'Italia tra i due fratelli Lottario Augusto e Lodovico re di Baviera; il che diede gran gelosia all'imperadore loro padre. Chiamato perciò Lodovico a Nimega, seguì fra loro qualche altercazion di parole, e finalmente fu costretto il figliuolo a restituire al padre tutto quello che egli aveva usurpato, cioè l'Alsazia, la Sassonia, la Turingia, l'Austrasia e l'Alamagna: e però potè nell'anno presente l'imperador Lodovico assegnare queste contrade al figliuolo Lottario. Ma non si vede il motivo per cui da sole parole s'inducesse il figliuolo di Lodovico a far quella cessione, e qui v'ha delle tenebre. Ora, dacchè fu stabilita la concordia d'esso Lottario col padre e con Carlo suo fratello (se pure non fu prima, essendo ancor qui confusa la storia) eccoti giugnere la nuova che Pippino re di Aquitania, altro lor fratello, era stato da immatura morte rapito. Perchè nell'aggiustamento poco fa descritto si truova assegnata al re Carlo l'Aquitania, par molto probabile che questo seguisse dappoichè s'intese la morte di esso Pippino. Non ostante poi che tra Lodovico Pio e il figliuolo Lottario fosse stabilita la riconciliazione suddetta, pure sembra che Bonifazio II conte di Lucca e marchese della Toscana non ricuperasse peranche il governo di quella provincia e città; perciocchè da una carta di quest'anno, accennata dal Fiorentino [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], si raccoglie che nell'anno XXV di Lodovico, nel XVI di Lottario imperadori, nell'indizione prima, cioè nell'anno presente, fu fatto in Lucca un atto giudicatorio in favore della chiesa di s. Frediano per Aghanum comitem ipsius civitatis, et Christianum venerabilem diaconum missos domini Lotharii. L'essere questo Agano stato conte ossia governatore di Lucca nell'anno presente, e il trovarsi egli quivi parimente nell'anno 840, esercitante giurisdizione insieme con Rodingo vescovo e Maurino conte, messi imperiali, come consta da un altro documento lucchese, serve a noi d'indizio che Bonifazio II, dianzi conte di Lucca, e probabilmente ancora della Toscana, seguitasse ad essere privo della grazia di Lottario e del suo governo, se pur egli non era già mancato di vita.
DCCCXXXIX
| Anno di | Cristo DCCCXXXIX. Indiz. II. |
| Gregorio IV papa 13. | |
| Lodovico Pio imperadore 26. | |
| Lottario imperadore e re di Italia 20 e 17. |
Pacificò bensì l'imperador Lodovico ed unì per quanto potè i due suoi figliuoli Lottario e Carlo, con isperanza che tal unione terrebbe in briglia Lodovico re di Baviera dopo la sua morte [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.]. Ma questi sdegnato non poco per la divisione sopraccennata di stati, non volle aspettar tanto a risentirsene. Nella quaresima dell'anno presente, uscito egli in campagna con quante forze potè, occupò tutta la parte della monarchia franzese di là dal Reno. A tale avviso l'imperadore suo padre, raunato un poderoso esercito, marciò incontro al figliuolo ribello, passò il Reno a Magonza, e dappoichè col fermarsi ebbe maggiormente ingrossata l'armata sua, continuò il viaggio per andare a fronte della nemica [Annales Francor. Bertiniani.]. Ma accadde che le milizie della Sassonia, Franconia, Turingia ed Alamagna, che s'erano poste sotto le insegne del giovane Lodovico, non solamente abbandonarono lui, ma vennero a schierarsi all'ubbidienza dell'Augusto suo genitore: colpo che fece ritirar nella Baviera disingannato e confuso lo sconsigliato principe suo figliuolo. Ma il buon imperadore, non mai dimentico d'essere padre, mandò a chiamarlo; ed egli, veggendosi al disotto, benchè a suo dispetto, v'andò. Lo accolse Lodovico Augusto con aria di sdegno, e sulle prime lo sgridò, ma poi con amorevoli parole gli parlò e gli perdonò: dopo di che lasciollo tornare in Baviera, con avere ricuperato tutto il paese perduto. E qui è più probabile che accadesse quanto abbiamo inteso di sopra dagli Annali bertiniani intorno alla cessione fatta dal giovane Lodovico al padre. Dagli stessi Annali abbiamo sotto quest'anno il racconto di questa guerra. Nel maggio del presente anno vennero a trovar l'imperador Lodovico, dimorante in Ingeleim, gli ambasciatori di Teofilo imperadore dei Greci, che gli presentarono varii regali e una lettera assai cortese. Secondo i suddetti Annali bertiniani, d'altro non trattarono, se non di confermar l'amicizia e lega che passava fra i due imperii. Ma Costantino Porfirogenneta [Porphyrogenneta, lib. 3, num. 36.] attesta che il principal motivo di tale spedizione fu per chiedere soccorso all'imperador latino contra dei Saraceni che aveano occupate le isole di Creta e di Sicilia, e varie città dell'Asia, con aver inoltre dato varie rotte a più d'un esercito di Greci spedito contra di loro. Non si mostrò Lodovico Augusto alieno da questa impresa; ma essendo mancato di vita Teodosio patrizio, capo di quella ambasciata nel presente anno, e nel susseguente lo stesso imperadore de' Greci, si sciolse in fumo tutto il trattato. Intanto per la morte del re Pippino era tutto in confusione il regno di Aquitania. Lodovico Pio fece tosto intendere a que' popoli, che per concessione sua quelle contrade erano state aggiunte al regno di Carlo, minimo tra i suoi figliuoli. Ma di Pippino erano restati due figliuoli maschi leggittimi, cioè Pippino II e Carlo; e una parte di que' popoli avea già acclamato per re lo stesso Pippino II, perchè primogenito del re defunto: l'altra parte si trovò favorevole al re Carlo. Perciò l'imperador Lodovico, per sostenere gl'interessi dell'amato figliuolo, mosse l'armi nell'autunno contra del nipote Pippino, prese qualche fortezza, e tirò nel suo partito alquanti di que' nobili. Ma l'esercito suo infestato dalle febbri, e faticato dalle scorrerie de gli Aquitani, giacchè cominciava ad inasprirsi la stagione, stimò meglio di ritirarsi e di passare ai quartieri di verno. Si sforza l'autore [Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.] della vita di Lodovico Pio d'inorpellare questa sua spedizione contro i figli di un suo figliuolo, con dire che non erano atti al governo i due figliuoli di Pippino per la loro età, e che que' popoli tumultuanti aveano bisogno di un buon braccio per essere regolati. Ma niuno lascerà di conoscere e di dire che non fa onore alla memoria di questo imperadore l'aver voluto spogliare de' loro stati e diritti que' principi per ingrandir maggiormente il proprio figliuolo Carlo, già provveduto di una nobilissima porzione di stati. Il troppo amore, ch'egli portava a questo suo Beniamino, gli dovette ben chiudere gli occhi, e gli orecchi, per non vedere nè ascoltare in tal congiuntura le leggi della giustizia.
Dalla storia di Andrea Dandolo [Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.] impariamo che circa questi tempi Pietro doge di Venezia, desiderando di far dismettere agli Sclavi, o vogliam dire agli Schiavoni abitanti nella Dalmazia, il brutto mestiere della pirateria, colla sua flotta andò a trovarli, e gli riuscì di conchiudere col principe loro un trattato di pace. Passato dipoi alle isole di Narenta, confermò la precedente lega con Drosaico duca di quella contrada; dopo di che con gloria se ne tornò a Venezia. Ed appunto arrivato da lì a poco ad essa Venezia Teodosio patrizio, spedito, come dicemmo poco fa, da Teofilo imperadore de' Greci, a nome dell'Augusto medesimo, dopo aver creato il suddetto doge Pietro spatario imperiale, gli fece istanza di un gagliardo armamento per mare contra de' Saraceni. Sessanta furono le navi da guerra che in tal congiuntura i Veneziani armarono, con passare fino a Taranto, dove trovarono Saba principe di que' Saraceni con un formidabile esercito. Vennero alle mani con coloro i Veneziani; ma soperchiati dall'eccessivo numero degl'infedeli, quasi tutti vi restarono o morti o prigioni. Insuperbiti per questa vittoria quegli infedeli, colla loro armata navale vennero fino in Dalmazia, e nel secondo giorno di Pasqua avendo presa la città di Ausera, la diedero alle fiamme. Lo stesso trattamento fecero alla città d'Ancona, e nel tornarsene col bottino, scontrati per viaggio alcuni legni mercantili de' Veneziani, li presero, con levare di vita chiunque entro di essi si ritrovò. Ma alquanto più tardi sembra che succedessero questi fatti, quantunque il Dandolo li racconti prima della morte di Lodovico Pio; perciocchè abbiamo dall'Anonimo salernitano [Anonym. Salernit., Paralip. P. II. tom. 2 Rer. Ital.] che Taranto non era per anche caduto in mano de' Saraceni allorchè Sicardo principe di Benevento fu messo a morte dai suoi: del che ora appunto io debbo favellare. Non durò molto, siccome dissi, la capitolazione seguita fra Napoletani e il suddetto Sicardo. Narra il sopraddetto Anonimo, che nata dissensione fra gli Amalfitani, i principali di quel popolo si sottomisero a Sicardo e passarono ad abitare in Salerno, città del ducato beneventano. I buoni trattamenti, che quivi riceverono, servirono di stimolo a parecchi altri Amalfitani di portarsi per loro maggior quiete a mettere casa in Salerno, di maniera che fatti varii maritaggi in quella città, di due popoli se ne formò un solo. Rimasta Amalfi spopolata, vi accorsero le brigate longobardiche di Sicardo e la devastarono, con asportarne a Benevento il corpo di santa Trifomene vergine e martire, come consta ancora dall'antica sua leggenda, data alla luce dall'Ughelli [Ughell., tom. 7 Ital. Sacr. in Episcop. Minorit.]. Seguitò Sicardo a maggiormente molestare e stringere colle sue armi la città e il popolo di Napoli. Ora veggendo Andrea duca di quella città di non potere resistere, giacchè soccorso non si potea sperare dall'imperio greco troppo avvilito, e continuamente spelato dai Saraceni, rivolse le speranze, per quanto s'ha da Giovanni Diacono nelle vite de vescovi di Napoli [Johann. Diac., P. II, tom. 1 Rer. Ital.], a Lottario Augusto. Gli spedì i suoi ambasciatori, che dovettero portarsi fino in Francia per trovarlo. Furono questi graziosamente accolti da Lottario, e rispediti coll'accompagnamento d'uno de' suoi baroni appellato Contardo, affinchè a suo nome comandasse a Sicardo di desistere dalla persecuzione de' Napoletani: altrimenti egli avrebbe medicato il di lui furore. Ritornarono gli ambasciatori, ma non ci fu bisogno della calda parlata di Contardo, perchè si trovò che in questi giorni Sicardo era stato tolto con violenza dal mondo. Intorno a che è da sapere che il suddetto Sicardo principe di Benevento, per attestato non men dell'Anonimo salernitano che di Erchemperto storico [Erchempertus, cap. 12, P. 1, tom. 2 Rer. Italic.] più riguardevole, era macchiato di molti vizii d'incontinenza e d'avarizia, per i quali aggravava forte i suoi popoli. A renderlo nondimeno peggiore concorse l'essersi egli messo tutto in mano di Roffredo, figliuolo di Dauferio, sopprannominato Profeta, ed uno de' più astuti uomini di que' paesi da cui fu ridotto a tale, che nulla si faceva senza il suo parere e consentimento, e tanto più perchè lo indusse a prendere per moglie Adelgisa sua parente. Per i consigli di costui Sicardo mise le mani addosso a Siconolfo suo fratello, per i sospetti ch'egli aspirasse al principato, e mandollo prigione a Taranto; costrinse a farsi Monaco Maione suo parente, e proditoriamente fece impiccare Alfano, uno de' più illustri personaggi di Benevento. In una parola, pochi de' nobili beneventani si contarono che non fossero uccisi, o posti in prigione, o non eleggessero un volontario esilio. Credevasi tutto questo operato da Roffredo con disegno di occupar egli il principato, dacchè i migliori del paese fossero depressi, e divenuto Sicardo odioso al popolo tutto. Ora non potendo più reggere i Beneventani a tali iniquità, formata una congiura da un certo Adalferio, con più ferite un giorno l'uccisero. Crede Camillo Pellegrino che ciò avvenisse nell'anno presente. Dipoi passarono all'elezione del nuovo principe. Cadde questa nella persona di Radelchi, ossia Radelgiso, dianzi tesoriere del defunto Sicardo; e quasi tutti si accordarono in proclamarlo principe, perchè era uomo di buoni e dolci costumi. Ma qui ebbe principio la divisione e l'abbassamento dell'ampissimo ducato di Benevento: intorno a che mi riserbo di parlare all'anno seguente. Potrebbe essere che in questo succedesse quanto narra Agnello [Agnell., in Vit. Episcopor. Ravenn., P. I, Tom. 2 Rer. Italic.], autore contemporaneo, di Giorgio arcivescovo di Ravenna. Destinato avea l'imperador Lottario di fare con solennità il battesimo di Rotrude sua figliuola. L'ambizioso arcivescovo tanto si adoperò, che ottenne di poter levare al sacro fonte questa principessa; onore che costò ben caro alla sua chiesa, perchè egli la spogliò di parte del suo tesoro, e tutto portò seco a Pavia. Di grandi regali fece al suddetto imperadore e all'Augusta sua moglie Ermengarda. I soli abiti battesimali della principessa furono da lui pagati cinquecento soldi d'oro; e al medesimo Agnello scrittore toccò di vestirla, alzata che fu, secondo i riti d'allora, dal sacro fonte. Intervenne alla funzione l'imperadrice col volto coperto, riccamente abbigliata e carica di gioie; e nota Agnello ch'essa prima della messa, che fu celebrata dall'arcivescovo, sentendosi una gran sete, si fece portare una buona tazza di vino forestiere, ed occultamente la tracannò, e ciò non ostante andò in quella mattina a partecipare della mensa celeste.
DCCCXL
| Anno di | Cristo DCCCXL. Indiz. III. |
| Gregorio IV papa 14. | |
| Lottario imperad. 21, 18 e 1. |
Sul principio dell'anno presente si trova l'imperador Lodovico in Poitiers [Astronomus, in Vit. Ludovici Pii.], allorchè gli giunse nuova che Lodovico suo figliuolo re della Baviera, uscito coll'armi in campagna, ed assistito dai Sassoni e Turingi, era già entrato nell'Alamagna, e vi si faceva riconoscere per signore. Amaramente sentì questo colpo il buon imperadore, e tuttochè la di lui sanità fosse già ridotta in un compassionevole stato, pure si animò alle fatiche per reprimere l'orgoglio del ribellante figliuolo. Raunò nello spazio di alquante settimane una buona armata, e dopo di aver solennizzato in Aquisgrana il santo giorno della pasqua, si mosse alla volta della Turingia, dove era il re Lodovico, e pervenne nel paese d'Assia-Cassel. Non volle aspettarlo il figliuolo Lodovico, e frettolosamente pel paese degli Sclavi si ritirò in Baviera. Allora Lodovico Augusto intimò una dieta generale in Vormazia, con far sapere anche al figliuolo Lottario che v'intervenisse per trattare de' mezzi di mettere in dovere l'inquieto re della Baviera. Stando egli in quelle parti [Annales Francor., Fuldenses., Metens. Bertiniani, etc.], nel dì 5 di maggio accadde un'ecclisse spaventosa del sole, che restò quasi tutto scurato, in guisa che si miravano le stelle in cielo. Secondo l'opinione che correva in quei secoli d'ignoranza, fu comunemente creduto essere questo un presagio di qualche strepitosa disgrazia, senza por mente che, secondo le leggi invariabili del corso dei pianeti avea da succedere quell'oscuramento del sole. Cominciò da lì a poco l'imperador Lodovico a sentire svogliatezza grande di stomaco, depression di forze, e frequenza di sospiri e singhiozzi. Ordinò che se gli preparasse l'abitazione in un'isola del Reno di sotto a Magonza, in faccia alla villa d'Ingeleim, e quivi si pose in letto. Scrivono che per quaranta giorni altro cibo non prese, fuorchè il sacratissimo corpo del Signore, e andava egli chiamando giusto il Signore Iddio, perchè non avendo fatta quaresima in quell'anno, lo obbligava a farla con quella malattia. Fece fare un inventario di tutti i mobili suoi preziosi, e ne assegnò la distribuzione alle chiese, ai poveri e ai figliuoli. Non gl'incresceva già di dover lasciare il mondo, ma si doleva forte di averlo a lasciare sì sconcertato, ben prevedendo i fieri disordini che poi succederono. Mandò al figliuolo Lottario la corona, la spada e lo scettro ornato d'oro e di gemme, cioè le insegne imperiali, con ricordargli di mantener la fede a Carlo suo fratello e all'imperadrice sua matrigna, e di lasciar godere e di difendere la porzion degli stati ad esso Carlo assegnata. Ammonito da Dragone vescovo di Metz suo fratello di perdonare al figliuolo Lodovico, volentieri protestò di farlo, ma con ordine agli astanti di avvisarlo che riconoscesse i suoi falli, e massimamente quello di aver condotto il padre a morirsi di dolore. Finalmente in mezzo alle orazioni de' sacerdoti, con somma umiltà e rassegnazione passò a miglior vita nel dì 20 di giugno dell'anno presente in età quasi d'anni sessantaquattro, e il corpo suo fu seppellito nella basilica di santo Arnolfo di Metz: principe glorioso per l'insigne suo amore e zelo della santa religione e della disciplina ecclesiastica, per la premura della giustizia, per la costanza nelle avversità, per la munificenza verso i poveri e verso il clero secolare e regolare: principe che non ebbe pari nella clemenza e nella mansuetudine, ed in altre virtù, per le quali si meritò ben giustamente il titolo di Pio; ma stranamente sfortunato ne' figliuoli del primo letto, tutti ingrati a così buon padre, cui fecero provar tanti affanni, e troppo amante della seconda moglie e dell'ultimo dei figliuoli, onde ebbero origine tanti sconcerti, de' quali s'è fatta menzione. Allorchè succedette la morte del padre, stava Lottario imperadore in Italia, ed avvisato di quel funesto avvenimento, spedì tosto, secondo la testimonianza di Nitardo [Nithardus, Hist. lib. 1.], dei messi per tutta la Francia, con far sapere ch'egli a momenti andrebbe a posseder l'imperio, un pezzo fa a lui assegnato, con promessa di confermare, anzi d'accrescere a cadauno i governi, i benefizii e gli onori che prima godevano, e con varie minacce ai disubbidienti. Diede egli principio ad un'epoca nuova, che s'incontra spesso ne' suoi diplomi. Poscia si accostò alle Alpi; ma prima d'inoltrarsi volle sapere come fossero disposti gli animi dei nobili e de' popoli oltramontani. Nulla meno meditava l'ambizioso principe che di assorbire tutta la monarchia dei Franchi, senza curarsi delle promesse e dei giuramenti fatti al padre. Colla spedizione di alcuni ambasciatori al re Carlo suo fratello, ch'era passato in Aquitania, si studiò di addormentarlo, con ispacciarsi pronto a mantenere quanto dianzi egli avea promesso, ma con pregarlo che per allora desistesse dal perseguitare Pippino II figliuolo del defunto Pippino re dell'Aquitania. Il primo nondimeno a cominciar la nuova tragedia fu Lodovico re di Baviera suo fratello. Questi colla sua armata venne ad occupar gli stati assegnati dal padre all'imperador Lottario nella Germania, ed arrivò sino a Vormazia, dove lasciata guarnigione, attese a conquistar altri paesi. Intanto passò Lottario le Alpi colle sue truppe, e trovò gran concorso di gente che venne a riceverlo. Cacciò da Vormazia il presidio di Lodovico, e continuò il viaggio sino a Francoforte. A fronte sua in quelle vicinanze comparve con tutte le sue forze anche Lodovico, e s'era per venire ad un fatto d'armi; ma Lottario propose una tregua sino al dì undici di novembre, in cui si farebbe un abboccamento fra loro, e si tratterebbe di concordia; e, mancante questa, si deciderebbe coll'armi l'affare, e così si restò. Erano i disegni di Lottario di guadagnar questo tempo, per la speranza di poter frattanto occupare gli stati di Carlo suo fratello, creduto per la sua età non molto atto a difendersi; nè mancò di dar buone parole agli ambasciatori mandati da esso Carlo per precedenti capitolazioni, promettendogli dal canto suo quella fedeltà ed ubbidienza che dee un fratello minore al maggiore. Ma non curante Lottario de' giuramenti, poco stette a passar la Mosa e ad entrar negli stati di Carlo. Arrivato alla Senna, cioè verso Parigi, Gerardo conte governatore di quella città, Ilduino abbate di s. Dionisio, e Pippino figliuolo del già re d'Italia Bernardo, per paura di perdere i lor beni e governo, andarono a sottomettersi a lui.